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Ultimi Articoli in Scuola & Università

  • Laureati anche tu all’Università di Kristal con un bel Trota e Lode!

    3 Avatar di scorz scorz 10/05/12 8:32 PM 1 settimana fa 22

    Se stai leggendo questo articolo vuol dire che non stai studiando, ergo se non stai studiando non ti riuscirai a laureare come hai previsto.
    Lega Nerd è un posto da Nerd e un bel Nerd che si rispetti tiene appesa in bella vista nella sua cameretta la propria pergamena di laurea.

    Se non vuoi sentirti a disagio e vuoi farti vanto coi tuoi amichetti, tra una session di D&D e l’altra, di quanto sei stato bravo a laurearti in Ingegneria informatica ecco qui la soluzione!

    Trota e Lode!

    6 semplici passi e anche tu potrai sperimentare l’ebrezza di essere un laureato a pieni voti

    www.trotaelode.com

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  • Riconoscere chi mente? Si può con la mimica facciale!

    1 Avatar di stevethedude stevethedude 10/05/12 10:15 AM 1 settimana fa 168

    “La menzogna è un’ottima invenzione, non so chi l’abbia inventata, forse è cominciato tutto da Adamo ed Eva”. (cit. Fanny Ardant )

    Molti di voi probabilmente si saranno imbattuti nel telefilm “Lie To Me”, in onda su sky Fox in questo periodo.

    Per chi non lo conoscesse, in breve, la trama narra di un Dottore, e dei suoi assistenti, in grado di riconoscere un bugiardo attraverso la mimica facciale.

    Molti si chiederanno se questo sia possibile anche nella realtà ??

    Molte ricerche universitarie dimostrano che effettivamente chi mente può essere tradito da movimenti involontari dei muscoli facciali, a causa di una forte emozione alla base.

    Questo perchè l’uomo non ha il totale controllo dei muscoli facciali, o per lo meno, non di tutti, soprattutto quelli facciali superiori.

    Oltre ai movimenti inconsci muscolari, un bugiardo si può tradire a causa del linguaggio verbale, paraverbale e non verbale.

    Il più delle volte comunque è il linguaggio non verbale che ci permettere di riconoscere il “liar”.

    Chi mente di solito:

    Se spronato a parlare, cerca di raccontare il meno possibile;

    Spesso non accompagna in modo corretto la narrazione con i gesti;

    Tende a ripetere le domande per prendere tempo in modo di elaborare una risposta credibile;

    Molte frasi vengono interrotte a metà, lasciando il discorso incompleto; Nel caso venga contestata un parte della menzogna, chi dice la verità di solito fornisce ulteriori particolari, cosa che invece non accade per colui che mente;

    Infine di fronte ad una domanda particolarmente complessa, chi dice la verità distoglie lo sguardo e lo punta il lontananza, perchè la risposta richiede particolare concentrazione, mentre chi mente distoglie lo sguardo in maniera breve, solo per un piccolo intervallo.

    Ah dimenticavo un piccolo particolare, attenzione: per smascherare un bugiardo, soprattutto quelli molto bravi, è necessario analizzare le microespressioni facciali non visibili ad occhio nudo e interpretabili solo da specialisti del campo.

    Fonte:
    “How to tell when someone’s lying: psychologist helps law enforcement agencies tell truth from deception”, University of California

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    Ardant, bugia, bugiardo, Fanny, , Menzogna, , R. Edward Geiselman, Riconoscere un bugiardo,
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  • COOL STORY BRO! Virgole di radici di numeri periodici

    1 Avatar di Grizzly Grizzly 9/05/12 2:07 PM 1 settimana fa 15


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    Ormai era giunta l’alba e con essa la paura di cambiare. Sul tavolo i classici segni della disperazione totale: una bottiglia vuota di Absolut e altri due vecchi liquori trovati nella vecchia madia. Ma forse sarebbe opportuno spiegarvi perché lo sto facendo, perché voglio suicidarmi.

    Mi chiamo Mattia Pascal. Sì, come quello di Pirandello. Sì, è un nome del cazzo. Sì, anche lui ebbe paura di cambiare. Ora, dovendo dirvi chi sono, potrei dire che sono un numero, ma non renderebbe l’idea. Io sono la virgola di un merdoso numero periodico, anzi la virgola nella radice di un merdoso numero periodico.

    Ho fatto il liceo classico perché “apre la mente”. Poi l’Istituto Europeo di Design perché l’arte “apre la mente”. Poi mi sono chiuso in un seminterrato come stagista presso una grande multinazionale, a fare fotocopie.

    Passavano i giorni, le settimane, i mesi; da una piccola finestrella potevo vedere i passi della gente accompagnati dal mantra della fotocopiatrice.

    Gennaio, neve, “zz-zzz”. Aprile, sandali, “zz-zzz”. Agosto, deserto, “zz-zzz”.

    Dopo due anni passati lì sotto hanno decretato, affinché le luci al neon non mi rendessero totalmente cieco, di darmi un posto con un contratto semi-determinato –leggi “licenziato quando vogliamo noi”– come impiegato all’ufficio reclami. Il mio compito era quello di farmi carico di tutto l’incolpabile e non, e di scusarmi, sempre gentile e rilassato come una vacca indù.

    -Il suo pacco non è arrivato, dice? Sono spiacente, rimedieremo.
    -Il costo del suo abbonamento annuale è aumentato senza preavviso, dice?
    -Siamo degli stronzi fascisti capitalisti, dice? Sono spiacente, rimedieremo.

    Quando la gente chiama il numero dell’ufficio reclami non deve solo segnalare un problema perché “la distanza tra noi e il consumatore venga abbattuta” come è scritto sui nostri prodotti. Quando la gente chiama l’ufficio reclami deve sfogare tutta la sua rabbia repressa per lo stipendio basso, per la notte passata in bianco cercando di far addormentare il bambino e per la multa sotto il tergicristallo di un’auto che sarà tua solo dopo sette anni di rate. Alla fine non trovavo grandi differenze tra i due lavori, salvo la luce naturale, ovvio. Entrambi gli impieghi consistevano nel sopportare un brusio di sottofondo rimanendo il più pacato possibile.

    Finché un giorno è arrivata la lettera. “Con questa pallosissima nostra, la informblablabla… è pregato di ritirare i suoi effetti personali in settimana e di firmare lo scioglimento del contratto.”

    Devo essere rimasto pietrificato a fissare quel foglio, scritto sicuramente da qualche altra virgola di radice di numero periodico che doveva andare in pausa pranzo, per un tempo tanto lungo quanto indeterminato. Poi ho iniziato a gridare. Bestemmie, imprecazioni varie, neologismi a scopo liberatorio, roba da far sbiancare Chuck Palahniuk. Dunque mi sono ubriacato, e adesso sono in balcone mentre guardo giù, otto piani più in basso e aspetto il momento buono, quello in cui la disinibizione alcolica prende il sopravvento sulla “ragione” umana. Studiare classici, filosofia, arte e design per fare l’impiegato, anzi, ora il disoccupato: dov’è la ragione?

    Mi appoggio alla ringhiera, chiudo gli occhi e… mi arriva in faccia un volantino, portato lì dal vento, dal caso o da Dio. “Graphicompany Italia cerca laureati in grafica pubblicitaria per impieghi a tempo indeterminato. Audizioni presso la sede il 6 marzo 2012 dalle ore 9:00 in poi.”

    Corro in bagno a rendermi presentabile, ho solo due ore per smettere di essere una virgola di radice di numero periodico.

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    [CoolStoryBro] è la rubrica di Lega Nerd dedicata alla letteratura amatoriale

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  • SELECT Didattica della matematica

    2 Avatar di LucaTradeMark LucaTradeMark 26/04/12 12:13 PM 3 settimane fa 75

    Quando uscì questo articolo, mi stupii di come coloro che “convivono con la matematica” credano che dietro affermazioni come “la matematica fa schifo” o “la matematica è lammerda” (cit.) ci sia un cerebroleso che nei suoi migliori anni di vita (leggasi Scuola Superiore) ha passato il tempo girando video idioti con il cellulare, guidando occupazioni di istituto, deridendo proprio coloro che facevano matematica con passione.

    È comune che questi coinquilini della matematica ignorino che dietro quelle frasi ci possa essere un altro tipo di persona, qualcuno il cui desiderio più grande sarebbe comprendere appieno quello strano linguaggio della matematica, quelle formule, e quei teoremi e dimostrazioni che reggono il mondo, ma che non ci riesce; che si impegna a fondo per raggiungere quell’obiettivo, ma non ci riesce proprio. Uno come me.

    Didattica della matematica

    Pur non esaurendo il novero delle cause che rendono oggi la matematica la materia più odiata ed incompresa dagli studenti, risulta chiaro come l’influenza bourbakista abbia recitato il suo ruolo nello stravolgere e (a mio parere) peggiorare la didattica della materia.

    I bourbakisti erano un gruppo di matematici, per la maggior parte francesi, che si proposero come obiettivo di riscrivere l’intera matematica sulla base della teoria degli insiemi, con testi molto rigorosi. Per citare alcuni dei principi coi quali venivano esposti gli argomenti basti leggere:

    Contenuti algoritmici considerati poco rilevanti e quasi completamente assenti. Risoluzione dei problemi (problem solving) considerata secondaria rispetto alla presentazione assiomatica e sistematica. Le applicazioni pratiche non compaiono mai.

    Dal 1959 furono fatti dei convegni sul tema della didattica, in modo che i programmi ministeriali si potessero adeguare. Su wikipedia si legge, riguardo i cambiamenti apportati ai programmi:

    Da questo momento in poi nella Scuola italiana è il caos.

    E ancora, in una lettera di un gruppo di insegnanti torinesi:

    Noi ammettiamo che non si possono chiudere gli occhi e le orecchie di fronte all’algebra moderna, che, effettivamente, mediante essa si riesce meglio ad impadronirsi di taluni concetti che prima restavano sempre definiti in modo insoddisfacente[...] ma non comprendiamo perché in una scuola secondaria occorra fare una trattazione così rivoluzionaria che ha senso solo nei corsi universitari specifici per matematici [...]

    Ovviamente i docenti di oggigiorno non sono stati colti impreparati da un cambiamento di rotta così repentino e massiccio come quello che avvenne negli anni ’60, piuttosto penso che l’eredità bourbakista sopravviva nei testi, nella loro impostazione rigorosa ed astrusa.

    A quanti di voi è capitato di pensare che il proprio testo fosse scritto in modo talmente complicato da sembrare che l’autore l’abbia fatto così di proposito? Personalmente non ho mai visto un libro di analisi che spieghi il concetto di limite in modo tale da venire incontro ad uno studente al primo approccio e questo non vale solo per i limiti, ma per qualsiasi altro argomento dove un esempio in più non guasterebbe, dove mostrare una semplice applicazione potrebbe essere proprio la chiave per installare un concetto nella mente dello studente.

    Opere e autori contemporanei

    Fortunatamente il problema è tenuto in grande considerazione (almeno fuori dall’Italia) e viene affrontato ancora oggi da molti studiosi. Uno di questi è Stanislas Dehaene, brillante scienziato cognitivo e professore di psicologia cognitiva sperimentale al Collège de France, nonché autore de “Il pallino della matematica”. Di lui volevo citare una breve riflessione:
    “Quando esiste la passione per la matematica, il talento non è lontano. Se, al contrario, un’esperienza sfortunata fa sorgere una fobia per i numeri, l’ansia può impedire che vengano assimilati anche i più semplici concetti matematici”
    Da qui, poi, molto può far riflettere il pensiero di un altro autore contemporaneo e molto attivo riguardo al tema della didattica, Keith Devlin, autore de “Il gene della matematica”. Anche lui matematico e scrittore, di nazionalità inglese, ci mostra gli effetti prodotti da un sistema d’insegnamento inappropriato. Nel suo blog si legge:

    Because our society appears to be riddled with individuals who, on the basis of having been taught K-12 math as children, seem to think they know how math should be taught. (In some cases, those individuals freely admit that they were not taught well and never really got it, yet that does not prevent them advocating one method or another, even the one that did not work on them.) In stark contrast, I do not find many people who, on the basis of having flown in an airplane, think they could fly one, or indeed have anything useful to tell a pilot. Nor do I find people who think their experience being treated by a physician makes them qualified to operate on a patient or pontificate on medical practice.
    Teaching, like many things in life, might look simple from the outside, but it assuredly is not. Now, it is true that the likely outcome of a non-pilot taking control of a jet airliner or a non-physician treating a sick patient would be dramatic and tragic, in that people could die. In contrast, if someone not adequately educated in mathematics and untrained in mathematics pedagogy teaches a math class, the children are not likely to die. The worst that could happen are one or more of the following:
    • the children learn little or no math
    • the children learn some wrong mathematic
    • the children learn to fear mathematics
    • the children come to believe they cannot do mathematics
    • the children come to believe that mathematics is a collection of arbitrary, disjointed rules and procedures that have to be learned
    • the children give up mathematics at the earliest possible opportunity
    • the children come to believe that mathematics is ugly, illogical, pointless, and useless.

    In approfondimento un aiutino per chi non se la cava troppo con l’inglese:

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    Alzi la mano chi di voi non si trova in almeno una delle situazioni elencate da Devlin, o chi non ha mai pensato che il proprio professore “sì sì, sarà anche preparato, ma ad insegnare è più bravo mio nonno che fa il contadino che questo con la laurea in ingegneria”. Personalmente, mi ritrovo in quasi tutti i casi sopra elencati.

    Risulterebbe superfluo, da parte mia, approfondire il tema dell’insegnamento della matematica in Italia, in quanto sono sicuro che ognuno di voi ha ben chiaro quanto il sistema scolastico sia marcio dentro, insensibile ai cambiamenti che avvengono nel resto del mondo e a stimoli di miglioramento di ogni sorta. Ho volutamente ignorato il tema dei finanziamenti alla scuola pubblica come causa del suo declino, non perché siano meno importanti, ma per il semplice motivo che in cinque anni di scuola superiore ho visto il preside e gran parte del corpo docenti impegnato in tantissime questioni fuorché la didattica e l’innovazione nei metodi: l’impiego di fondi (che giungevano periodicamente) in opere di dubbia utilità, suicidio del capo segretario quando scoprirono che usava i soldi della scuola per fini estranei ad essa, finanziamento di progetti che non partivano mai, ecc. Se si considera che il mio istituto contava “a pieno carico” meno di 1000 studenti e che era pur sempre in provincia, non oso immaginare la mole di finanziamenti che giungano in istituti molto più grandi, mentre ho qualche idea su come essi vengano spesi.

    In approfondimento la mia esperienza con la materia (e la mia opinione in merito), molto simile a quella di un bambino a cui è stato tolto il proprio Action Man nuotante :-)

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    Se qualcuno (più preparato di me) volesse far seguito a questo articolo, approfondendo il tema con esperienze personali o portando a conoscenza di noi legaioli altri autori o libri interessanti, quanti si trovano nella mia stessa situazione gliene saranno grati.

    Un doveroso ringraziamento va al Prof. Peiretti, che ha avuto la pazienza di ascoltare le parole di un perfetto sconosciuto, portandomi a conoscenza dei due autori sopra citati; e a mia cugggina che ha tradotto la riflessione di Devlin dall’inglese.

    Fonti:
    L’insegnamento della matematica in Italia su Wikipedia.

    Link utili:
    Il sito del progetto Polymath
    Il blog di Keith Devlin

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  • Non aprite quella scuola

    16 Avatar di abbo abbo 12/04/12 6:06 PM 1 mese fa 4

    Il nuovo trailer realizzato da Giancarlo Fontana e Giuseppe G. Stasi per il programma di Sabina Guzzanti “Un Due Tre Stella”, andato in onda Mercoledì 11 Aprile su La7.

    Questo il loro canale youtube, e qua sotto una loro intervista (purtroppo la qualità fa un po’ schifo, ma tant’è):

    Enjoy! ;)

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