
Ecco una storia molto particolare, il cui protagonista è proprio Wollemi Pine, un albero davvero speciale con un passato incredibilmente antico.
La storia delle Araucariaceae
C’erano una volta, molto tempo fa, le Araucariaceae.
Si trattava di conifere antichissime, piante che hanno avuto il privilegio di proliferare insieme ai dinosauri e farsi probabilmente smangiucchiare da qualcuno dei più grandi erbivori mai esistiti sulla Terra.
Crescevano rigogliose già nel Gondwana, un supercontinente preistorico scomparso nel Mesozoico e che, frammentandosi, ha dato origine agli attuali continenti dell’emisfero meridionale.
Ci sono molte e svariate ipotesi in merito alla causa dell’estinzione dei Dinosauri, questo è risaputo.
La più conosciuta ed accreditata è quella che ipotizza un impatto meteorico.
Un brutto giorno un oggetto cosmico di considerevoli dimensioni si è schiantato rovinosamente sulla Terra, lasciandoci il cratere di Chicxulub che vanta 180 km di diametro (si stima addirittura che quello sia solo il centro di un più grande cratere di circa 300 km!).
Pulviscolo e polveri alzatesi, unite a quelle causate dall’intensa attività vulcanica dell’epoca, avrebbero quindi sovvertito il clima.
Questo (o qualcos’altro ancora non specificato o gli alieni-maya precursori dei massoni, secondo Voyager) causò l’estinzione non solo dei Dinosauri, ma anche di numerosissime altre specie animali e vegetali che scomparvero nello stesso periodo.
Le Araucariaceae in questa tragedia persero la maggior parte dei loro elementi. Sopravvissero in poche nella flora antartica, trasformandosi ed adattandosi con il tempo, mentre ai giorni nostri possiamo ammirare i loro fieri discendenti: 40 specie di Conifere, di cui 30 sempreverdi che popolano il Sudamerica, l’Asia sud-orientale e l’Oceania.
Il cosiddetto Albero della Scimmia è il più famoso tra loro, considerato l’albero nazionale del Cile, ma non è di lui che parla questa storia.
Una specie molto speciale
Ai tempi gloriosi delle Araucariaceae preistoriche, circa 200 milioni di anni fa, proliferava una specie di conifere davvero uniche.
Alberi maestosi capaci di raggiungere un’altezza di almeno 40 metri, dagli aghi enormi e rigogliosissimi disposti su due file per ogni ramo. La corteccia era più bella e spessa di quella delle altre specie conosciute, si dice che sembri crema di cioccolato bollente.
Aveva imparato a crescere molto rapidamente in terreni piuttosto acidi e con temperature che potevano variare tra i -12,5 ed i 45° C.
Insomma, un pino spettacolare da vedere, l’amore di tutti i botanici senza dubbio.
Ai tempi della catastrofe sparirono tutti, cadendo e seccando l’uno dopo l’altro… l’ultimo fossile ritrovato risale a 90 milioni di anni fa, una vecchiaggine di tutto rispetto.
Con il ritrovamento del fossile e lo studio di questa pianta estinta si era chiusa da tempo la storia delle Aucariacaceae preistoriche… fino al 1994.
La riscoperta
Nel grande Wollemi National Park, situato ad ovest di Sydney, in una gola umida, profonda e soprattutto parecchio isolata, un guardiacaccia e ricercatore di nome David Noble si è trovato di fronte ad un albero un po’ strano, altissimo, dagli aghi di un verde straordinariamente vivido.
Da buon botanico ha notato in fretta che non somigliava poi tanto agli altri alberi agomuniti che conosceva, quindi ha raccolto da terra un ramo caduto e se n’è tornato di corsa indietro per studiarlo.
Botanici e ricercatori si sono dati da fare per trovare una classificazione a questo sempreverde, che intanto aveva già preso il nome di Wollemia Nobilis (in onore del parco e dello scopritore Noble).
Ad un tratto si sono accorti di avere di fronte un campione di una delle più antiche e rare specie di tutti i tempi. Quei 40 metri di albero erano proprio appartenenti alla stessa identica specie del famoso fossile di 90 milioni di anni.
Secondo le stime, quell’albero appartiene ad una specie che esisteva già 200 milioni di anni fa e che non ha subito particolari né ingenti modificazioni genetiche o evoluzioni. Anche l’albero stesso è piuttosto vecchiotto: il tronco ha almeno 400 anni, ma le radici (vive) hanno indubbiamente convissuto a distanza con l’Impero Romano, superando i 1000 anni.
Se siete attivati fino a questo punto ma ancora vi viene da dire embeh, è solo un albero! una frase del Professore Carrick Chambers, botanico, vi farà capire meglio come è visto questo “banale” albero:
La scoperta del Wollemi Pine é equivalente al ritrovo di un piccolo dinosauro sopravissuto sul nostro pianeta
Subito è stato inserito nelle liste della Comunità Internazionale per la Tutela Ambientale e della Ricchezza delle Specie e nella lista delle Specie Minacciate da conservare.
Wollemi Pine oggi
Solo i ricercatori autorizzati oggi possono avvicinarsi all’albero, a cui sono dedicate tutte le attenzioni possibili per preservarlo da incidenti o catastrofi naturali.
Quindi dopo tutta sta storia non possiamo neanche vederlo?
Se ve lo state chiedendo, non preoccupatevi. Non potrete ammirare gli esemplari del Wollemi National Park, ma si è pensato bene di farne riprodurre alcuni esemplari: ancora ce ne sono ancora pochissimi, in Italia però se ne trovano ben 9 che potrete osservare direttamente. In approfondimento le locations italiane (abitazioni private a parte).
I primissimi esemplari sono stati venduti all’asta nel 2005 per 962k dolla, ma potete anche voi incautarne uno a prezzi decisamente più contenuti, se siete appassionati o estimatori di rarità botaniche, se volete fare un regalo prezioso al falegname di Durango, o se semplicemente avete soldi da spendere e non sapete più come farlo.
Si trovano in Europa diversi “tipi” di albero, in numero limitato per la lentezza con cui si riescono ad ottenere nuove piantine capaci di sopravvivere autonomamente: nel 2006 il limite era di un massimo 300 esemplari nel Continente, ma lentamente si cerca di far salire questo numero.
Dal Big One, di 4 metri, al Baby, di 50 cm, i prezzi possono andare da circa 100€ fino a 1500€ (indicativamente!)… quindi bisogna contattare un rivenditore (per l’italia Wonderlplants.it dovrebbe andare benissimo).
Ovviamente i figli non mantengono le caratteristiche “giurassiche” degli originali ed hanno una crescita molto contenuta, arrivano sì a svariati metri di altezza, con il tempo, ma possono adattarsi ad essere piante da vaso senza problemi.
Fonti
- Il piccolo cartello esplicativo presente a Gardaland, che ha attirato tutta la mia attenzione perché Wollemi è un nome indubbiamente simpatico.
- Qui il sito ufficiale dove potrete trovare moltissime informazioni in merito.
- Qui il Wollemi National Park.
Noi e le formiche

Le formiche per quanto piccole, brutte e pelose ci assomigliano.
L’ho scoperto leggendo “Ecologi e scimmie di Dio”, dell’etologo Giorgio Celli, in cui mostra la formica in un altro punto di vista, più simile all’uomo.
Le formiche praticano attività simili ai lavori più legati alla terra: per esempio praticano una forma di agricoltura sui funghi, fertilizzando il terreno con pezzi di foglie e facendo crescere varie tipologie di funghi, proprio come in un sistema agricolo.
Un altro esempio è l’allevamento degli afidi, noti anche come “le mucche delle formiche”, da cui prendono sostanze zuccherate.
Queste prime due caratteristiche posso sembrare scontate ma ciò che mi ha stupefatto è quello che dice sulla guerra e sulla società.
Le loro guerre posso protrarsi per lunghi periodi(in un caso circa 3 settimane) e i vincitori espropriano gli sconfitti delle loro scorte alimentari, come tassa di guerra.
Ma il vizio che ci accomuna con le formiche è la droga. Ebbene sì, le formiche si drogano, tramite veri e propri spacciatori che si confondono con le formiche per ottenere cibo.
Questi pusher sono le lomechuse, dei coleotteri che conoscono il linguaggio delle formiche e tramite le antenne comunicano la necessità di cibo ad esse.
In cambio le formiche ottengono un liquido secreto dall’addome delle lomechuse. Questa sostanza provoca una dipendenza tale che le formiche perdono il senso del dovere: non curano il formicaio, sembrano “depresse”, come se avessero perso la gioia di vivere; Inoltre le formiche riproduttrici diventano sterili, mentre le allevatrici perdono interesse nelle regine giovani, per allevare le larve delle lomechuse.
Insomma la società delle formiche cade in declino.
Per approfondire:
- “Ecologi e scimmie di Dio” di Giorgio Celli
Belle Gunness, la Vedova Nera

Belle impazziva per i soldi. Erano il suo punto debole.
La Porte, Indiana, 1900. Belle e le sue tre figliole si sono appena trasferite in una accogliente fattoria poco fuori città dove il lavoro è molto, ma questo donnone di 173 cm e di 91 kg sa il fatto suo.
Quando ancora si chiamava Brynhild Paulsdatter Størseth, nella sua giovinezza trascorsa interamente in Norvegia, era solita fare da pastore alle pecore del proprio villaggio e dormire da sola nelle baite in alta montagna senza nessun timore di briganti o di animali feroci.
Belle ha già 40 anni ed è vedova, ma vorrebbe ancora qualcuno al suo fianco, per far lavorare la fattoria a pieno regime ed assicurarsi una certa stabilità economica. I prodotti della fattoria sono sufficienti per ricavarne qualcosa al mercato, ma riflettendoci sopra, esiste anche un altro modo per guadagnarsi da vivere.
Una serie di sfortunati eventi
1902. Belle conosce un connazionale, il macellaio Peter Gunness. Vedovo da poco, si sposerà con Belle, donandogli il cognome, portandosi appresso una figlia avuta dalla precedente relazione, Swanhilde. I maiali della fattoria verranno macellati direttamente da Peter, per produrre salsicce da portare al mercato e vendere ad un prezzo migliore, ma dopo soli nove mesi di matrimonio, Peter è vittima di uno sciagurato incidente domestico: a quanto pare il tritacarne disposto ad asciugare sopra la mensola del camino è caduto in testa al poveretto, uccidendolo sul colpo.
Belle chiama il dottore, che a sua volta chiamerà la polizia, ma non c’è più nulla da fare. Belle racconta di come abbia messo a dormire i figli, di aver sentito un tonfo e di essere accorsa dal marito, chiamando subito i dottori. La versione di Belle è plausibile, ma non convince il fratello di Peter, che per sicurezza fa rapire la propria nipotina Swanhilde, uscendo dalla vita della vedova Gunness.
Poco dopo la morte del marito Belle darà alla luce un bambino, Philipp.
Qualche anno più tardi, nel 1906, le voci di paese mormorano su un incongruenza dell’accaduto, ovvero di come la figlia adottiva Jenny, che in un primo momento ha sostenuto di aver assistito alla scena dell’incidente, abbia detto ai propri amici di aver visto la donna colpire a morte il marito.
Belle verrà nuovamente interrogata sull’accaduto, ripetendo la precedente versione uscendone pulita, senza nessuna ripercussione. Per punire la figlia del cattivo comportamento la invierà in un collegio del Wisconsin, affinchè impari le buone maniere.
Rimasta nuovamente sola, decide allora di mettere un annuncio destinato agli emigranti norvegesi: Donna attraente proprietaria di bella fattoria in ottime condizioni cerca uomo affidabile benestante scopo matrimonio.
Siamo a maggio del 1904, e il signor Olaf Lindbloe busserà alla sua porta, eccitato dall’idea di trovare una connazionale in terra straniera con cui eventualmente sposarsi.
Qualcosa però non deve aver funzionato, poichè il signor Lindbloe a detta dei vicini non si fece più vedere a casa Gunness.
Un mese dopo, giugno 1904, sarà il signor John Bunter originario della Pennsylvania a bussare alla porta, ma se inizialmente interessato al lavoro e al grande senso pratico di Belle, dopo soli pochi giorni non si farà più vedere nei dintorni della fattoria.
Dicembre 1904, un anziano in pensione, il signor Abraham Phillips si reca alla nostra fattoria, e mostrando un anello tempestato di diamanti e del denaro in contanti per garantire il proprio benestare, crede di avere trovato l’occasione della propria vita per sistemarsi definitivamente. In un certo senso fu proprio così.
Successivamente fu la volta di George Anderson, che ebbe un colloquio con la signora non molto chiaro: Anderson avrebbe dovuto vendere le proprie proprietà e riportare tutto in contanti per sposare immediatamente la signora, ma la cosa non lo convinse e ritornò al proprio podere, lasciando perdere la questione.
Anche Charles Nieburg da Philadelphia si presentò alla porta dopo aver letto l’invitante annuncio, ma a quanto pare si fermò solo una settimana a lavorare, e nulla di più.
A febbraio 1905 è il turno di Christian Hinckley dal Wisconsin, affascinato da questa donna misteriosa, ma anche qui nessun accordo sembra soddisfacente.
A luglio 1905 sembra che qualcosa finalmente stia per funzionare: sono già due settimane che George Barry lavora per la Gunness, ma anch’egli in seguito sparirà dalla vita della fattoria.
Ad agosto è il turno di Henry Gurholt, che trovandosi molto a proprio agio tra la terra ed il bestiame, si fermerà per qualche mese, ma anche questa volta,gli animali della fattoria non godranno più della sua presenza.
Ai primi del 1906 è la volta di Herman Konitzer, che speranzoso di aver trovato un’occasione irripetibile, preleva tutto il proprio denaro e parte per presentarsi a questa ricca vedova, ma ancora una volta, dopo qualche settimana scomparve.
Con il carico di lavoro sempre presente, il figlioletto dei vicini Emil diede una mano per qualche tempo, ma un giorno scomparve nel nulla. La vedova Gunness disse ai vicini che era molto preoccupata dell’assenza di Emil, che non aveva detto a nessuno che non si sarebbe più presentato al lavoro.
IL 26 aprile del 1907 è il turno di un altro uomo di belle speranze, Ole Budsberg, che decide di ritirare anch’egli tutte le proprie finanze e di presentarsi con un grande biglietto da visita. L’intesa sembra raggiungersi, ma a quanto pare, come dirà ai famigliari in seguito, si è recato nell’Oregon per chissà quale motivo. Per l’ennesima volta la vedova deve ripubblicare il solito annuncio sul giornale.
A maggio Belle conoscerà Ray Lamphere, un giovane tuttofare che si troverà bene nella vita di fattoria, e diverrà un lavoratore alle dipendenze della Gunness a tempo pieno. I due passano anche molto tempo insieme tra passeggiate in campagna e piacevoli pomeriggi.
Quando però nel dicembre successivo arriverà Andrew Helgelein dal South Dakota interessato al solito annuncio, Ray chiederà spiegazioni, ma verrà solo allontanato dalla fattoria, riempiendo di maledizioni la Vedova e la fattoria stessa. Ma anche Helgelein nel gennaio 1908 scomparirà, e i vicini raccontano che il giorno dopo la sua scomparsa Belle sia scesa in strada in lacrime, sfogandosi con i vicini, urlando “Quando finirò di imparare? Che male faccio agli uomini per essere trattata in questo? Tutti quelli che ho conosciuto hanno approfittato della mia gentilezza e vulnerabilità, non capisco quale dove volessero arrivare, forse a loro interessavano i miei soldi e non la mia compagnia“.
Infine, a marzo del 1908 si presenta il bracciante Joe Maxon, nuovo tuttofare della famiglia, che rimarrà con loro fino al 28 aprile.
Quella notte, Joe si alza di colpo, scoprendo che la casa è completamente invasa dalle fiamme. Urla a gran voce i nomi di Belle e delle sue figlie, senza ricevere nessuna risposta; decide allora di andare a cercare aiuto, ma quando ritorna sul posto con l’aiuto del villaggio, è ormai troppo tardi per la fattoria.
L’incendio era di chiara natura dolosa, e del fatto fu incolpato Ray Lamphere, per l’astio nei confronti della Gunness per essere stato licenziato con tanta semplicità.
Ma mentre si cercavano i corpi delle vittime, ecco una strana ed inquietante scoperta: posti nello scantinato, mentre i corpi dei tre figli sono carbonizzati ma completi, il corpo della Gunness è privo della testa.
L’orrore nascosto
Le ricerche vengono incrementate, per tentare di ricostruire l’accaduto, ma ecco che qualcosa di non previsto viene raccolto: nel terreno vengono trovati in una zona di terra smossa adibita a discarica dei sacchi che contengono corpi umani smembrati e tagliuzzati, alcuni ricoperti di soda caustica e ridotti a scheletri irriconoscibili.
Il terrore è grandissimo, e subito il paese intero non piange più la vittima. Dato che il fratello dell’ultimo arrivato da Belle, il signor Helgelein, ne aveva denunciato la scomparsa, viene subito da pensare che tra quei corpi vi sia davvero il suo. E visto che tutto il paese osservava come tanti uomini diversi bussassero alla porta e successivamente scomparissero per un motivo o per l’altro senza che nessuno ne avesse più notizia, immediatamente si avvisarono i parenti, grazie alle analisi della corrispondenza di Belle Gunness, la Vedova Nera.
Ci sono circa una quarantina di corpi, anche di ragazzi giovani, e addirittura quello della figlia Jenny. A tutti i corpi sono stati amputati mani e piedi, e un analisi rivela che sono stati precedentemente avvelenati da somministrazioni da stricnina. Le parti perdute venivano con molta probabilità dati in pasto ai maiali.
Come in un puzzle, tutte le tessere della storia della Vedova Nera si dispongono e ci offrono la sua vera storia:
Dopo essere giunta in america nel 1881 su consiglio della sorella, inizia a fare la cameriera. Dopo due anni conosce il sorvegliante notturno Mads Sorensen, che sposerà e con cui adotterà una bambina, Jenny, da un padre rimasto vedovo incapace di badare alla piccola. Dopo qualche anno avrà una figlia da Mads, ma Caroline nel 1896 morirà di colite. Qualcuno sospetta che sia stata avvelenata per le difficoltà economiche in cui riversava la famiglia. Per completare l’opera, appiccano il fuoco alla loro bottega, intascando i soldi dell’assicurazione.
Qualche anno più tardi la situazione è ancora la stessa, nel 1898 il secondogenito muore di colite, la loro casa va a fuoco e Belle incassa ancora una volta il denaro da una frode.
Il 30 luglio del 1900 morirà suo marito. Dopo avergli dato due figlie, da tempo malato di cuore, ma al momento dell’autopsia il medico rinverrà tracce di stricnina nel corpo. Belle si giustificherà dicendo di aver dato una polvere curativa per il raffreddore del marito, e nessuno indagherà mai sul fatto che entrambe le polizze sulla vita del defunto erano state stipulate da poco. Con i soldi la Vedova nera si trasferirà da Chicago a La porte, iniziando la storia che ho raccontato prima.
Questa donna spietata falcerà le vite di chiunque abbocchi al suo amo, illudendo i malcapitati con false promesse di matrimonio e chiedendo di portare il proprio denaro per dimostrare di essere delle persone economicamente e moralmente affidabili. Ad alcuni, come nel caso di Andrew Helgelein, chiederà di non effettuare nessuna transazione in banca, ma di portarsi il contante appresso, nascosto nella biancheria, perchè non si fidava delle banche; la realtà era ben diversa, poichè i parenti di una vittima precedente avevano chiesto notizie del loro caro alla Gunness attraverso le transizioni bancarie.
Nel giardino sono stati trovati più di 40 corpi accertati, qualcuno sostiene che le vittime possano arrivare fino a 60. Ma il dubbio più grande lo solleva Ray Lamphere: dov’è finita Belle Gunness? quello decapitato non è il suo cadavere.
Ray infatti sosteneva che la vera Belle Gunness avesse una grande cicatrice sulla gamba sinistra, che il cadavere non mostrava, e pure la corporatura era diversa.
Non verrà ascoltato ufficialmente per le rivelazioni su Belle Gunness, ma subito si organizza una ricerca per trovare la testa mancante e chiudere la vicenda sulla presunta latitanza: venne trovata infine la protesi dentale di Belle, che il medico disse di riconoscere, ma nessun cranio completo.
Ray verrà processato il 26 novembre 1908, riconosciuto colpevole per l’incendio doloso ma estraneo agli omicidi per mancanza di prove.
Particolari non chiari
Che ruolo ha avuto realmente Ray nella vicenda? Qualcuno sostiene che fosse amante della Gunness, e che avesse complottato con lei l’incendio per poter fuggire insieme. Belle avrebbe ucciso i tre figli con della stricnina, posto quel cadavere decapitato con gli altri e sarebbe fuggita mentre Ray dava fuoco al tutto, ed in seguito si sarebbero trovati in stazione, dove la Gunness avrebbe detto che avrebbe inviato una lettera con successive istruzioni.
Molto probabilmente Ray era invece all’oscuro di tutto ed è stato coinvolto nella vicenda per l’odio noto che provava nei suoi confronti.
Che fine ha fatto la Vedova Nera? il corpo pare non le appartenesse e i denti potevano essere stati lasciati apposta. Nel 1909 verrà riconosciuta da un agricoltore mentre beveva in un bar, e una sua vecchia amica sostenne che Belle era venuta a farle visita più volte.
Anche se nessuno le credette, alla morte di questa donna, Almetta Hay, nel 1916, tra due materassi venne rinvenuto un teschio, molto probabilmente la parte mancante del cadavere decapitato.
Solo leggende o ricordi offuscati? Un’altra tesi misteriosa riguarda il vero sesso di Belle, molto diffusa ma scarsamente verosimile: qualcuno sostiene che in realtà fosse un uomo travestito da donna, per la sua grande forza e corporatura e per un fatto strano avvenuto alla nascita del figlio Philipp: mentre le altre donne gli offrirono assistenza per il parto, Belle fece tutto da sè in casa e quando le donne giunsero lo stesso per evitare disgrazie, trovarono un bambino già lavato e più grande della norma, con una tranquillissima Belle sorridente.
Ogni ricostruzione di eventi del passato è difficoltosa, resa più complicata dalle dicerie, dai dati storpiati, dalle versione differenti e dalle autentiche leggende. Spero di aver però dato un quadro un po’ preciso e verosimile della vicenda di questa incredibile donna, Belle Gunness, La Vedova Nera.
SELECT Chaco Canyon

La scena la conosciamo tutti, l’abbiamo vista decine di volte: i banditi hanno appena rapinato la banca/assaltato la diligenza/rapito la figlia del capo indiano, e ora galoppano ventre a terra verso il Messico dove “saremo al sicuro da quei dannati sceriffi”.
Ma ecco che due cavalieri appaiono all’orizzonte.
Il capo dei bandidos si ferma e osserva con il suo binocolo “Maledizione” impreca, “sono Tex Willer e Kit Carson i due più rognosi mastini del Texas, dobbiamo scrollarceli di dosso”.
Qui segue una serie di osservazioni in cui i membri della banda gli fanno notare come i due ranger “abbiano riempito i cimiteri del sud-ovest”, “fatto la gioia dei becchini” e “arrestato decine di galantuomini”.
Ma il capo ormai ha deciso.
“Dirigiamoci al vecchio pueblo abbandonato, gli tenderemo un agguato, anche ai serpenti più velenosi basta schiacciargli la testa ah ah ah”.
Ovviamente sappiamo come va a finire: Aquila della Notte e Capelli d’Argento attraverso qualche stratagemma o anche solo grazie alla loro incredibile abilità con le “sputafuoco” e il “clarinetto” sconfiggono i banditi e a sera, dopo aver restituito il maltolto, sono al ristorante a mangiarsi una “bistecca alta due dita e larga come un piatto e coperta da una montagna di patatine fritte” nonché a costringere il buon oste a “fare da spola tra il tavolo e la botte di birra”!
Fine.
Fine?
Non proprio…
Torniamo un pochino indietro al momento in cui i due ranger si allontanano dal pueblo e con i cadaveri dei banditi messi di traverso sui cavalli. E il luogo torna silenzioso.
Né loro, né i banditi si chiedono mai cosa ci faccia un pueblo in mezzo al deserto.
E dire che non si tratta di un villaggio qualunque anzi, tutt’altro.
Ci sono decine di abitazioni interconnesse tra loro, edifici con centinaia di stanze, ponteggi, abitazioni a più piani, è una città alveare che farebbe invidia a Metropolis, con costruzioni che sono capolavori di ingegneria, bacini per la raccolta delle acque, sistemi di trasporto e canali, strutture che sono le più alte dell’America del Nord pre-colombiana.
E tutto questo in mezzo a un deserto arido e battuto dal vento.
Chi ha costruito questi pueblos e cosa è successo ai loro abitanti?
Gli Anasazi
Al contrario di Tex e i suoi pard quando i Navajo trovarono per la prima volta i pueblos abbandonati si chiesero chi potesse aver vissuto li.
Non trovarono risposte e quindi li chiamarono Anasazi ossia “coloro che vivevano prima” o “gli antichi”.
Oggi sappiamo che non si trattò di una sola tribù (e nemmeno di esseri di lovecraftiana memoria) ma di una serie di popolazioni (i Mimbres, le culture di Chaco Canyon, della Black Mesa settentrionale, gli Anasazi del Virgin, gli Anasazi di Mesa Verde e di Kayenta, la cultura di Hohokam per citare i più famosi) che si svilupparono in periodi diversi (dal 500 in avanti) e decaddero e scomparvero entro il 1300 (con alcune eccezioni come gli Hohokam che forse tennero duro fino al 1500 circa ma poi scomparvero anche loro).
Queste diverse società avevano in comune il fatto di essersi sviluppate in un’area molto fragile, il sud-ovest degli Stati Uniti è un ecosistema poco adatto all’agricoltura, le precipitazioni sono scarse e imprevedibili, il terreno assorbe rapidamente l’acqua e gli alberi impiegano molto tempo a crescere.
Il problema principale di questa terra è quindi la siccità e la difficoltà nel procurarsi acqua, difficoltà che gli Anasazi affrontarono in modi molto ingegnosi sebbene, alla lunga, furono la causa della loro rovina.
La Civiltà del Deserto
Bene, credo che ormai abbiate capito che la frusta e il cappello da Indiana Jones lo potete usare solo per i vostri feticismi personali, qui c’è bisogno dei dendrologi (studio dei tronchi degli alberi) e dei “caccologi” infatti molte delle informazioni che possediamo, provengono dai mucchi di deiezioni dei topi del deserto: questi “panetti” sono fatti a strati e attraverso di essi è possibile capire cosa mangiavano i topi e quindi che tipo di flora c’era al momento di ogni “seduta” (alcuni di questi resti si sono conservati per 40.000 anni, delle vere e proprie macchine del tempo).
I primi insediamenti sembrano risalire intorno al 800 ac. i locali coltivavano mais, zucca, fagioli e diverse altre varietà di verdure e legumi inoltre allevavano tacchini.
La scarsità d’acqua fu affrontata in diversi modi, coltivazioni d’altura (dove l’acqua era più abbondante), campi nei pressi delle faglie freatiche e sistemi di canalizzazione.
Tutti questi sistemi presentano vantaggi e svantaggi, ad esempio le coltivazioni d’altura possono risentire del freddo e di stagioni più brevi, i canali hanno il problema che, in caso di forte afflusso d’acqua, scavano rapidamente il terreno friabile formando degli arroyo anche molto profondi diventando quindi inutili, inoltre pongono la popolazione a rischio di inondazione.
La “sperimentazione” durò più di 1000 anni (i primi resti di civiltà stanziali datano 800 ac) permettendo a queste popolazioni di individuare i migliori sistemi per far rendere le loro colture.
Gli Anasazi utilizzarono tutti questi sistemi (ad esempio gli Hohokam scavarono la più grande rete di canali d’America ad eccezione del Perù, centinaia di kilometri di canali con quelli principali larghi anche 25 metri, profondi 5 e lunghi fino a 20 kilometri) per incrementare la resa dei propri campi.
La Crescita
Chaco Canyon venne “fondata” intorno al 600 dc. le prime case erano a forma di pozzo come quelle di altre popolazioni nella zona.
Il terreno è fertile, il canyon raccoglie con facilità l’acqua, boschi di pini e ginepri ricoprivano l’area oggi desertica.
Verso il 700 sviluppano autonomamente sistemi di intaglio e lavorazione della pietra costruendo i primi villaggi di case basse.
Verso il 920 fanno la loro apparizione i primi edifici a 2 piani.
Un lungo periodo di annate positive spinse la popolazione a coltivare anche terreni lontani dalle falde acquifere e a sviluppare sistemi di irrigazione anche molto complessi.
Si stima che lentamente il peso produttivo sia passato dai terreni “sicuri” (ossia vicini all’acqua) a quelli più a rischio, al punto che il 50% della produzione alimentare dipendeva dai sistemi di canalizzazione e soprattutto da buone annate.
Tra il 900 e il 1100 la città raggiunge il suo massimo splendore: gli edifici si alzano, si collegano tra di loro fino al punto che tuttala popolazione vive all’interno di un immenso “palazzo-alveare” un conglomerato di 6 piani con migliaia di stanze.
La zona intorno viene canalizzata in maniera intensiva, con sistemi di dighe e canali e con la costruzione di bacini e cisterne soprattutto per prevenire la formazione degli arroyos.
La crescita rapida della popolazione portò a una veloce deforestazione, gli Anasazi cercarono di ovviare a questo problema tagliando legna su alcune alture a 80km di distanza, non avendo animali da tiro, i tronchi erano portati a mano, si calcola che circa 200.000 tronchi raggiunsero così la città.
Nonostante periodi di siccità passeggera la popolazione continuò ad aumentare, si stima che a Chaco vivessero circa 5000 persone, molto di più di quante il territorio ne potesse sostenere.
La capitale quindi sviluppò una serie di “città satellite” per produrre i beni di cui necessitava, alcune in montagna per ottenere la legna, molte in pianure lontane per avvantaggiarsi dell’acqua e poter produrre cibo, altre ancora per generare risorse di lusso come le pietre preziose o metalli, argilla, pietre da costruzione etc..
Tutto questo sistema venne gestito attraverso una sviluppatissima rete di strade, lunga centinaia di kilometri, i cui resti sono visibili ancora oggi.
Il Declino
Chaco si trasformò lentamente in un buco nero che importava una grandissima quantità di merci senza esportarne alcuna.
La società si divise tra un elite politico-religiosa ben nutrita e agiata e una massa di contadini poveri che lavorava per sostentarla.
I rifiuti delle grandi case delle citta satellite e ancor di più di quelle ci Chaco Canyon mostrano come le elites mangiassero carne e selvaggina, si sono trovati autentici tesori, individui seppelliti con gioielli di turchesi, in un caso si sono contati 14 uomini sepolti con 56.000 pezzi di turchese tra cui una collana da 2000 pietre preziose.
I resti di chi viveva a Chaco mostrano uomini ben nutriti, meno anemici e con bassi tassi di mortalità infantile.
Per quale motivo le colonie sostenevano gli sprechi di Chaco? Probabilmente per lo stesso motivo per cui noi sosteniamo una città come Roma che non produce nulla ma che è un polo politico e religioso, gli Anasazi vivevano in una situazione di forte interdipendenza, gestita dalla loro capitale.
La distruzione dei boschi e lo sfruttamento intensivo del terreno avevano segnato un punto di non ritorno, non si poteva più tornare alle piccole comunità autosufficienti, tutto il regno doveva funzionare assieme.
La distruzione dell’ambiente però iniziava a dare le sue conseguenze, la deforestazione portò l’erosione che attaccò i terreni e li rese sterili (il deserto che vediamo oggi), la selvaggina iniziò a scomparire, dai cervi si passò via via a prede più piccole fino a ridursi a mangiare topi del deserto interi staccandogli semplicemente la testa.
Tra il 1110 e il 1170 si moltiplicano i segni che le cose si stavano facendo turbolente.
Gli ultimi edifici costruiti a Chaco sono strutture difensive segno che chi veniva in città non sempre era animato da buone intenzioni.
Diverse grandi case nelle città satellite mostrano segni di distruzione e di attacchi, i villaggi iniziarono a spostarsi sempre più in alto, in luoghi difficilmente raggiungibili e facilmente difendibili.
La Caduta
Il colpo di grazia fu inferto da una siccità intorno al 1130, non fu peggiore di altre siccità del passato ma la popolazione di Chaco era cresciuta a dismisura e ormai dipendeva dall’agricoltura di zone a rischio.
E’ probabile che le colonie iniziarono a rifiutarsi di inviare cibo, per il semplice fatto che non ne avevano e perché la fiducia nei sacerdoti (che avrebbero dovuto garantire la pioggia) era ormai venuta meno.
In questo periodo si moltiplicano i resti di strutture difensive (mura, torri e fossati) e di razzie e uccisioni e fa la sua comparsa il cannibalismo, chiaro sintomo che la società è ormai alle corde.
Ci sono resti di case bruciate con all’interno ossa rosicchiate e spaccate per succhiare il midollo e pentole in cui si sono ritrovati i resti di carne umana cotta.
La siccità spinse la popolazione delle città non autosufficienti a cercare di appropriarsi delle risorse delle comunità agricole, la società scivolò rapidamente verso l’anarchia e la guerra civile.
Molte persone morirono di fame, molte altre furono uccise per impossessarsi dei pochi campi che ancora producevano cibo.
Troppo numerosi per il territorio che occupavano gli Anasazi distrussero le loro magre scorte in una lotta intestina alla disperata ricerca di cibo in un deserto che avevano contribuito a creare.
La struttura complessa che sorreggeva il loro regno scivolò nel caos al punto che, chi non perì durante la siccità, non fu comunque più in grado di ripristinarla e i sopravvissuti si dispersero o si unirono alle comunità di altri popoli lontani.
Conclusione
Perché scomparve la civiltà degli Anasazi?
Gli studi dimostrano che, nonostante la siccità, i terreni del canyon avrebbero comunque potuto fornire cibo per circa un terzo della popolazione, perché quel terzo non rimase?
Gli Anasazi crearono una società complessa, l’unico sistema in grado di sfruttare un territorio così ampio e variegato ma, al contempo, si incatenarono ad essa.
Una società complessa ha bisogno di una soglia minima di popolazione per funzionare, se tale soglia cessa di esistere, l’intera società si sfalda.
I reperti ci dicono che alcuni insediamenti furono abbandonati in maniera premeditata, probabilmente perché troppe persone erano morte e non si era più in grado di far funzionare il complesso sistema di economico e sociale che aveva permesso d colonizzare il deserto.
Se ad esempio la popolazione di Torino crollasse di colpo a 50.000 persone è probabile che anche queste abbandonino la città piuttosto che restare in un luogo dove i servizi non funzionano e i loro amici sono tutti morti o fuggiti.
Gli Anasazi pagarono il prezzo di aver distrutto il loro ambiente ma anche, soprattutto, di aver sviluppato una società troppo grande per le risorse che avevano a disposizione, una popolazione minore avrebbe superato la siccità senza grossi problemi.
Continuarono a crescere e a espandersi anche quando i segni di cedimento erano visibili, sfruttarono al limite ogni terreno anche quelli che i loro avi avevano scartato perché troppo a rischio e si affidarono a quelli per produrre ancora più surplus e crescere ancora.
Gli Anasazi non avevano una scrittura, senza un sistema di registrazione dei dati è difficile credere che le cose possano cambiare: se per tutta la vita hai visto campi fertili crederai che lo saranno in eterno. Nonostante i loro antenati avessero visto le siccità non vi era una memoria storica ad aiutarli.
Per seicento anni i pueblos rimasero silenziosi fino a quando non furono scoperti dai pastori Navajos.
Chiamarono la popolazione misteriosa Anasazi perché non avevano idea di chi fossero, e si chiesero chi potesse essere in grado di costruire tali città in un deserto così arido.
Oggi sappiamo che non crearono città nel deserto, crearono il deserto che distrusse la loro civiltà.
Spero che l’articolo vi sia piaciuto, con questo si conclude la rassegna sulle antiche civiltà scomparse, le altre puntate le trovate qui e qui.
Ponti
Anasazi
I saggi di Diamond
The Mowing Devil: La Leggenda del Diavolo Mietitore

Che lo mieta il diavolo, allora!
Nel più recente passato televisivo abbiamo assistito a millemila servizi (Giacobbo anyone?) sui tanto famigerati “Cerchi nel Grano”.
Queste strane composizioni su campi di cereali, presentano delle complicate figure geometriche, che i più smaliziati (o i meno informati?) attribuiscono a non ben precisate presenze intergalattiche.
E’ interessante scoprire come il mito del crop circle abbia una piccola radice storica, ben antecendente alle farneticazioni della generazione di internet.
La Storia
“The Mowing-Devil: or, Strange News out of Hartford-shire” (letteralmente: Il Diavolo Mietitore o strane notizie dalla Contea di Hartford) è il titolo di un pamphlet (libretto a sfondo satirico) edito nel 1678 in Inghilterra.
Racconta la storia di un ricco proprietario terriero che osò respingere la richiesta di aumento di ricompensa del bracciante che gli doveva mietere il campo.
L’uomo, seccato dalla risposta negativa, imprecò “Che lo mieta il diavolo, allora!”.
“Accadde così che proprio quella notte il campo di avena iniziò a splendere come se fosse in fiamme, ma il mattino dopo si presentò mietuto alla perfezione”.
Di certo il campo non fu mietuto da un essere umano.
Quando il padrone si avvicinò alle balle d’avena, non aveva più la forza né per sollevarli, né per portarle via.
Interpretazioni
Spesso questo piccolo racconto viene citato come prima testimonianza del fenomeno Crop Circles, infatti l’edizione originale del pamphlet descrive il fenomeno con singolari analogie con i Circle moderni, in particolare il “campo in fiamme” fa pensare ad un possibile attracco UFO, e pure la posizione del demone nell’illustrazione ricorda molto la posizione delle spighe, che sono piegate, e non falciate come il racconto vuole farci intendere.
C’è da dire, che era uso nell’ inghilterra di fine 600′ di indottrinare le folle con racconti moralistici di questo tipo, c’è quindi la possibilità che il tutto sia una semplice coincidenza.
Voi che ne pensate?
Per saperne di più:
Crop Circles-Wikipedia
Un indagine critica sul Diavolo Mietitore
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