Conciencia Inoculada #LegaNerd

Se non mi conoscessi, se non sapessi leggere la mia mente con una precisa e lucida razionalità, proverei disgusto per me stesso. Lo schermo del computer mi mostra ancora l’angosciante email che ho appena ricevuto e che ho letto con la sensazione di sprofondare improvvisamente in un terribile incubo, ma il conflitto interiore che provo ha dello spaventoso.

Da una parte sono atterrito e sconvolto dal destino che è toccato alla famiglia che mi ha scritto, dall’altro non riesco a trattenere una certa soddisfazione, un certo orgoglio da scienziato di fronte alla dimostrazione di un’importante teoria, se penso che le informazioni che il messaggio contiene sono la prova inconfutabile che in questi anni non mi sono perso in folli vaneggiamenti.

Sono cresciuto in una famiglia che non mi ha mai privato dell’amore e delle attenzioni di cui un bambino ha bisogno: mia madre era casalinga e dedicava molto del suo tempo a me e mia sorella e mio padre, quando tornava dal lavoro, sapeva staccare la spina e farci sentire la sua affettuosa presenza. Non ero figlio unico, per l’appunto, e non avevo particolari problemi relazionali, potendo contare su un nutrito numero di amici sinceri e su abilità fisiche ed intellettuali nella media, o almeno non tali da costituire un possibile motivo di scherno o emarginazione. Tutto ciò per confermare che, nei miei interessi e specialmente in quanto sto per raccontare, non si cela alcuna malattia psichica, né alcun desiderio di evasione dalla realtà per rifugiarmi in irreali mondi paralleli.

Le mie scoperte sono nate dalla passione, primariamente da quella per la storia e l’archeologia, a cui ho dedicato i miei studi universitari e la mia successiva carriera accademica. Le nozioni apprese dai libri e dalle prime esperienze non bastavano a soddisfare la mia curiosità, a dare ossigeno alla fiamma che ardeva in me. Avevo un’atipica fame di conoscenza, che cercavo invano di saziare dedicandomi a letture trasversali su argomenti all’apparenza non pertinenti con il mio principale campo di interesse. Nello stesso tempo, ero animato da una sorta di malizia, forse uno spirito avventuroso o un semplice tentativo di ampliare gli orizzonti del ragionamento classico, per cui mi approcciavo ad ogni tematica senza pregiudizi. Al contrario, applicavo un ragionamento inverso, che anziché escludere a priori l’improbabile, lo dava come punto di partenza e lo smentiva solo in presenza di chiare confutazioni.

Fu con questo spirito che mi dedicai, dai venticinque anni in avanti, allo studio di storici casi misteriosi che tutti davano ormai per risolti, quando ovviamente non li dipingevano come frutto dell’immaginazione collettiva, della mitologia, della leggenda. Mi occupai del triangolo delle Bermuda, della città perduta di Atlantide, delle pietre di Stonehenge, naturalmente degli avvistamenti UFO e persino del Bigfoot e del mostro di Lochness. Dapprima cercavo di liberarmi da tutti i preconcetti culturali intorno a simili misteri irrisolti, quindi raccoglievo il maggior numero di informazioni senza tralasciare alcuna fonte – prendendo per buone, ad esempio, anche le testimonianze il cui equilibrio era sbilanciato da una necessità di credere a tutti i costi, da un certo fanatismo o ancor peggio da convinte teorie complottistiche – infine elaboravo io stesso, come dicevo, un’ipotesi iniziale in contrasto con la spiegazione generalmente accettata e procedevo fino a smentirla. Non ottenni mai conclusioni diverse da quelle che il buon senso e la razionalità, prima ancora che le dimostrazioni storiche e scientifiche, già suggerivano per ognuno di quei casi. Mai, tranne in un’occasione.

La prima volta che visitai Rapa Nui, l’Isola di Pasqua, avevo trentuno anni. Avevo approfittato delle vacanze estive per recarmi in Cile per qualche giorno e non mancai di dedicarne uno alla suggestiva isola dei Moai. Quello delle statue monolitiche era un mistero che non avevo ancora preso in considerazione nelle mie ricerche e a dire il vero, ai tempi, il mio viaggio aveva solo scopo turistico. Ma accadde qualcosa, quando mi trovai per la prima volta al cospetto di uno di quei volti che davano le spalle all’oceano, che mi cambiò profondamente. Mai, prima di allora, avevo sperimentato sensazioni simili a quelle che mi pervasero mentre dedicavo la mia attenzione alle sculture, mentre fissavo i miei occhi in quelli infossati degli uomini di pietra, mentre cercavo di decifrare il loro aspetto solenne e spaventoso a un tempo. Mi sentii riempire da una necessità, più che dalla comune curiosità, da un bisogno quasi fisiologico di andare a fondo nella questione, come se dalla soluzione ne andasse, per una volta, della mia stessa salute, della mia stessa vita. C’era un non so che di attraente e pericoloso anche e soprattutto negli incomprensibili glifi del rongorongo, la scrittura indecifrata dei nativi dell’isola che ricopriva alcune delle statue Moai e che ebbi modo di ammirare, in seguito, anche su tavolette di legno conservate nei musei e fotografate in immagini reperibili su internet. In quei geroglifici antropomorfi doveva necessariamente essere contenuto qualche fondamentale concetto. Il fatto che nessuno fosse riuscito a tradurre la scrittura, se non in via parziale e comunque insicura, me ne rendeva il contenuto ancor più attraente, quasi mistico, come se le più grandi verità sull’uomo e sulla vita vi fossero state tramandate, criptate in modo che solo un uomo degno potesse entrarne in possesso.

Non persi tempo, una volta rientrato negli Stati Uniti, per buttarmi anima e corpo nella ricerca di informazioni inerenti l’isola, la sua storia, la sua popolazione e ovviamente le sue famose sculture. Mi si aprì un mondo nuovo, fitto di mistero, davanti alle prospettive del quale mi sentii come un novello esploratore che si accingesse a mettere piede in una terra sconosciuta. Tra gli aspetti che più mi colpirono c’erano le travagliate vicende storiche di Rapa Nui – che, dopo la civiltà polinesiana, conobbe diversi periodi di colonizzazione, passando dagli spagnoli, ad un autonominato re francese, per poi essere annessa definitivamente al Cile – e soprattutto una certa ciclicità che registrai in crisi ed epidemie capaci di decimarne la popolazione. Pareva infatti che i primi abitanti dell’isola fossero stati gli stessi responsabili del suo declino ambientale, dovuto a un feroce disboscamento legato in qualche modo alla produzione dei Moai. Ciò rafforzò la mia convinzione che le statue dovessero avere un profondo significato, se la loro realizzazione era più importante della stessa salvaguardia dell’isola e dei suoi abitanti. Anche nei secoli successivi, e specialmente nei decenni a cavallo tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, diversi fattori contribuirono a decimare la popolazione indigena e non solo. Si trattava ufficialmente di violente epidemie di influenza, sifilide e lebbra e, in seguito, di una vera e propria guerra civile tra le popolazioni native ed i conquistatori cileni, soppressa dall’intervento dell’esercito.

Seguendo le vie traverse dei miei ragionamenti, sfruttai la biblioteca universitaria ed internet per consultare documenti e testi all’apparenza lontani dall’argomento dell’Isola di Pasqua, ma che in qualche modo potessero esservi ricondotti. Di tutto ciò che avevo scoperto, infatti, un pensiero non mi dava pace, e precisamente l’idea che il destino infausto delle popolazioni indigene dell’isola, sebbene assimilabile a quello di altre terre conquistate nel corso della storia, potesse affondare le sue radici in qualche forma di maledizione. Studiai libri che parlavano delle popolazioni antiche dell’America meridionale e della Polinesia, documenti di viaggio e resoconti dei più famosi navigatori le cui avventure potevano ricondursi anche a Rapa Nui – un certo pirata Edward Davis, oltre all’olandese Jakob Roggeveen e al ben più famoso James Cook – saggi più recenti che trattavano del mistero dell’isola e del suo contorto sistema di scrittura. Più leggevo e mi documentavo, più le ipotesi che prendevano piede nella mia mente si arricchivano di nuove sfumature, si ramificavano e creavano inediti collegamenti; ora seguivo un filo logico, un attimo più tardi ero costretto a rivedere tutto, poi ancora riuscivo a trovare una sintesi che riassumeva entrambe le posizioni.

Il momento di svolta nelle mie ricerche fu determinato dalla consultazione di certi documenti risalenti al diciassettesimo secolo e attribuiti, almeno secondo la classificazione della biblioteca cilena da cui ero riuscito a farmi inviare alcune scansioni, ad un medico spagnolo che aveva trascorso diversi anni sull’isola. Tra le sue carte trovai per lo più relazioni sulle condizioni di salute della popolazione indigena, sulle loro malattie e sulle loro conoscenze in fatto di rimedi naturali alle stesse. Ma mi imbattei anche, con mio gran stupore ed emozione – ricordo che leggevo stancamente sul divano e che, realizzata la novità e la potenziale importanza del nuovo argomento scoperto, balzai in piedi e mi precipitai alla mia scrivania, dove rimasi fin quasi al mattino successivo –, in un capitolo più misterioso ed affascinante. In una decina di pagine, il medico spagnolo descriveva un rito, un cerimoniale, legato in qualche modo anche alle statue Moai. Ne trovai disegni abbozzati in tre o quattro passi della trattazione. Aiutandomi con le mie conoscenze della lingua spagnola, che in ogni caso avrei validato successivamente grazie alla collaborazione del mio collega Howard, tradussi abbastanza da dimenticare la stessa necessità fisiologica del sonno e da aprire nella mia ricerca prospettive inimmaginabili.

Pareva, così riportava il testo, che sin da secoli remoti, quindi ben prima che il medico si dedicasse ai suoi studi medico-antropologici, le popolazioni native di Rapa Nui avessero elaborato una sostanza particolare. La preparazione coinvolgeva erbe locali, una specie di pesci che sembrava abbondare nei mari intorno all’isola e, dettaglio che mi fece rabbrividire ed eccitare allo stesso tempo, il sacrificio di esseri umani. Il medico aveva incluso tra i suoi schizzi anche la rappresentazione, a quanto compresi basata su racconti e non su esperienza diretta, di uno di quei rituali: un corpo sacrificale disteso su una pietra, un gruppo di persone disposte intorno e un individuo, di certo il celebratore, che sollevava una coppa verso il cielo. A poca distanza c’era il disegno abbozzato ma inequivocabile di una testa Moai, circondata nella parte superiore da lineette disposte a raggio, che mi fecero pensare a certe soluzioni grafiche dei fumetti. Lo stesso nome del rituale, che dava il titolo all’intero documento, era bastato ad evocare in me una pessima sensazione, un terrore capace di infiltrarsi fin nei recessi della mia coscienza, come se quelle due parole riuscissero a toccare corde invisibili, ad intercettare frequenze collegate direttamente ai miei timori ancestrali.

Conciencia inoculada.

La finalità del rito era ancor più spaventosa del suo nome e della sua modalità di realizzazione. Se i racconti del medico spagnolo non erano frutto di mere allucinazioni – ipotesi che il mio personale metodo di studio mi imponeva di escludere fino a prova contraria – il rituale della conciencia inoculada aveva lo scopo di infondere, letteralmente, la coscienza, la vita, in ciò che ne era sprovvisto. Sebbene lo scritto non fosse troppo approfondito e presentasse diverse lacune, dedussi che questa forza vitale doveva essere in qualche modo strappata dalle vittime sacrificali e trasferita a ciò che ne era sprovvisto. Una volta compiuto quel collegamento, restai a lungo a fissare i disegni delle teste Moai; pensai a quante ce n’erano sull’isola e a quanto la loro produzione avesse significato per il popolo polinesiano; riflettei che una civiltà che potesse contare su un esercito di guerrieri giganti, realizzati in pietra, vivi e coscienti, non avrebbe dovuto temere nessun avversario; infine, conclusi che la certezza, con una tale forza, di poter conquistare qualunque terra straniera avrebbe reso tollerabile un disboscamento selvaggio, la distruzione di un ecosistema e persino il sacrificio umano richiesti per la produzione dei Moai.

Mi ci volle qualche giorno prima di riprendermi dallo choc che le nuove scoperte avevano causato in me. Per qualche ragione, il fatto che nessuno prima di allora avesse mai portato a galla quel mistero lo rendeva, ai miei occhi, più affascinante, oltre a riempirmi di orgoglio per essere il primo che avrebbe potuto esporre le proprie conclusioni a riguardo. Ma esisteva anche una parte di me che leggeva nell’oscurità dell’argomento presagi poco piacevoli e che era propensa a collegare tale carenza di informazioni storiche alla probabile verità di quanto esso esponeva. Cercai le prime smentite, che mai come allora sarebbero servite anche da rassicurazioni al mio animo tormentato, eseguendo ricerche sul medico autore del trattato e sul concetto di conciencia inoculada, ma rimasi in entrambi i casi deluso. Lo spagnolo sembrava non aver lasciato altre tracce della propria esistenza se non quelle costituite dai resoconti di cui ero entrato in possesso; ritrovai il suo nome solo in documenti ufficiali della sua epoca, nei quali si registrava la sua morte per suicidio. Anche la ricerca dei termini spagnoli, sia su internet che in indici tematici di diverse biblioteche internazionali, non diede frutti, nemmeno quando provai a tradurre le due parole in inglese, olandese, francese, italiano e tedesco.

Incapace di trovare confutazioni valide alla mia ipotesi iniziale che il rito della conciencia inoculada fosse una realtà – concetto che portava con sé terribili corollari legati al reale destino degli abitanti dell’isola, e non solo – provai a tornare sul sentiero classico della scienza e a cercare prove che, anziché smentirla, la rafforzassero. Mi interessai, a tal fine, alla testimonianza più diretta di cui potevo disporre, sebbene coperta da un mistero fitto almeno quanto quello principale che stavo cercando di dipanare: le scritture in rongorongo. Nella fase preliminare raccolsi le informazioni generali legate alla scrittura e allo stato dell’arte della sua interpretazione. Questa, lungi dall’essere completa, pareva però aver individuato, tra i vari testi disponibili, alcuni il cui significato era legato a riti o inni religiosi. A questi rivolsi il mio interesse: recuperai, non senza fatica e senza qualche ricorso ad eminenti amicizie accademiche, foto delle tavolette disponibili e ne sottoposi gli ideogrammi a minuziosa analisi. Non avevo conoscenze linguistiche tali da ambire a decodificare il testo, ma la mia meta era un’altra: trattandosi di segni grafici e spesso antropomorfi, mi sarebbe bastato individuare quelli eventualmente riconducibili alla conciencia inoculada. Vista l’importanza che tale pratica doveva rivestire, nell’impianto assunto dalla mia ipotesi iniziale, l’assenza di segni a riguardo poteva rappresentarne una smentita.

Se ora sto redigendo questo resoconto è perché, mio malgrado, le cose non sono andate come speravo. Trovai qualcosa e la paura, il senso di oppressione che ne derivò mi tenne lontano dalle ricerche per settimane. Mi sentivo, in quel periodo di pausa, come se avessi assistito da testimone ad un delitto efferato, trovandomi nel luogo sbagliato al momento sbagliato: arrivai a temere per la mia vita, come se qualcuno, o qualcosa, volesse punirmi per aver ficcato il naso in fatti che non mi riguardavano. Pensai al medico spagnolo del 1600 e alla sua morte per suicidio. La pubblicazione, qualche mese dopo, dei miei risultati – sotto falso nome e in un blog creato da zero, ad hoc – non fu la negazione delle mie paure, ma il tentativo di vincerle, o almeno di mascherarle sotto alla mole di commenti di ragazzini, nerd e amanti dell’occulto che di certo avrei ricevuto.

Oggi mi pento della scelta, a causa della quale l’orrore è tornato ad impossessarsi di me, questa volta senza apparente via di scampo! Perché oggi ho ricevuto la mail di un uomo di Westwood, nel North Carolina, la cui tranquilla vita famigliare sembra essere precipitata in un abisso senza fondo. Mentre leggevo il suo dettagliato racconto, pervaso esso stesso dall’angoscia che deve aver colpito quella povera famiglia, sentivo fisicamente il mio precipitare insieme a loro in quel tunnel di terrore.

L’uomo, un certo Michael Dewitt, dice di avermi contattato in un accesso di disperazione, nell’ultimo tentativo di trovare risposte prima di lasciarsi sopraffare dalla follia. È capitato sul mio blog mentre effettuava alcune ricerche su strani simboli tracciati da sua moglie sulle pareti di casa. Sua moglie, leggo non senza un conato di vomito e il desiderio di ignorare e cancellare tutto – desiderio dal quale mi trattengo solo perché il tono generale del racconto di Dewitt mi fa intendere che non sta mentendo, o almeno non consapevolmente – sua moglie, dicevo, è morta un mese e mezzo fa. Già dieci giorni dopo la sepoltura, il suo corpo aveva fatto ritorno a casa, semplice involucro di qualcuno che non era più lei. Non so che cosa accadrebbe a me di fronte a una simile scena, in ogni caso credo che l’impossibile, quando si cala nel reale, non possa che stimolare in noi la stessa reazione adrenalinica che avremo in qualunque caso di estrema emergenza.

Deve essere stato questo a dare a Dewitt la forza di affrontare il cadavere redivivo di sua moglie, che non posso e non voglio chiamare col nome con cui i film lo definirebbero, e di rinchiuderlo nella loro soffitta. Lì è ancora nascosto, terribile segreto e minaccia alla sanità mentale del pover’uomo, che forse riuscirebbe a fingere che non esista nemmeno se non ne udisse il deambulare continuo, lo stridere delle unghie contro le pareti, il respiro affannoso e le parole ingiuriose che stonano orribilmente con la famigliare voce femminile che le pronuncia. Solo in un paio di occasioni Dewitt è tornato ad aprire la soffitta, non avendo la creatura bisogno di nutrirsi, ma in entrambi i casi ha scostato appena la porta per sbirciare all’interno. È così che ha riconosciuto i simboli alle pareti, che sembravano ripetersi sempre uguali, e che li ha fotografati per cercare qualche spiegazione all’incubo che sta vivendo.

Sinora non ha condiviso con nessun altro queste incredibili notizie, in parte per la paura di essere preda di folli visioni patologiche, in parte perché, assurdamente, nella creatura riconosce ancora la moglie morta prematuramente e non vuole che gli venga portata via. Ma da qualche giorno le cose sono cambiate. L’essere nella soffitta, sinora rassegnato e docile, ha cominciato a colpire la porta e la piccola finestra che lo tengono isolato, col chiaro intento di uscire. Per fare cosa, Dewitt non vuole scoprirlo. Accelerando e approfondendo le sue ricerche, ha trovato sul mio blog una corrispondenza ai simboli fotografati e un’interpretazione che sembra potersi applicare, sventuratamente, al suo caso. Dovendo scegliere tra la follia, la morte o la fede nell’impossibile, Dewitt ha optato per la soluzione momentaneamente più disperata, per quanto inaccettabile. Mio malgrado, mi ha coinvolto e non potrei vivere col pensiero di avergli negato le mie conoscenze ed il mio aiuto.

Prima di spegnere il computer e mettermi in contatto con lui, osservo per l’ultima volta i simboli fotografati nell’allegato, la stessa sequenza che nelle mie ricerche sulle tavolette in rongorongo avevo ricondotto al rito della conciencia inoculada e che ora, per qualche inspiegabile motivo, può significare la rinascita di una maledizione antica e misteriosa quanto la civiltà dell’Isola di Pasqua:

 

Jury Livorati

Jury Livorati a.k.a. beachild

Classe ’85, divido il tempo tra la moglie e i tre figli e le più svariate passioni. Amo la lettura, la scrittura (ho pubblicato cinque romanzi) ed i videogiochi, non disprezzo fumetti, calcio, cinema e cucina. Eterno bambino, amo la vita e credo che sia troppo breve per non interessarsi a… tutto!
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