Ghost in the Machine #LegaNerd

Questo racconto è parte di una serie: Lucky Jay

 

L’ultimo pugno mi aveva quasi fatto saltare un dente. Ero legato ad una sedia, dolorante e pieno di sangue, in un capannone buio, mentre un energumeno vestito in abito gessato nero mi prendeva a botte insultandomi con parole piuttosto colorite. Non avevo idea del perchè.

Non ricordavo neppure come fossi finito esattamente in quella spiacevole situazione, ma sapevo bene di aver passato la notte precedente a sbronzarmi e aizzare risse nei peggiori bar che potessi trovare.

Faccio sempre così quando sono annoiato e particolarmente depresso. E’ l’unica cosa che mi faccia sentire parte della vita di merda che mi sono scelto.

Dopo il quarto d’ora di gloria che avevo vissuto per la storia dei vari Grant, Big Boss mi aveva cacciato a calci in culo dall’agenzia per non aver seguito i suoi ordini precisi e averci dunque rimesso un bel gruzzoletto. Era frustrato perchè, assolutamente controvoglia, si era trovato costretto a tessere le mie lodi davanti alla stampa e all’intera città.

Ma torniamo alla mia brutta domenica mattina: prima che il gigante di poche, volgari, parole mi tirasse l’ennesimo pugno in faccia, una voce tanto orribile quanto familiare interruppe il suo esercizio fisico mattutino.

Edward Snake, ‘La Vipera’ per i nemici, entrò nel capannone accompagnato da un altro brutto ceffo vestito allo stesso modo.

A discapito della sua aria soddisfatta non aveva decisamente un bell’aspetto: era su una sedia a rotelle gigantesca che sembrava una poltrona in pelle marrone, aveva diverse cicatrici sparse sul volto e, ironia della sorte, gli incisivi assenti che gli regalavano una meravigliosa pronuncia sibilante.

Finalmente la sua immagine rendeva giustizia al suo soprannome.

“Ti trovo bene Eddie! Immaginavo ci fossi tu dietro questo pestaggio gratuito” dissi sbattendomene di star sputando sangue ovunque.

“Chi non muore ssssssi rivede Jay. Hai visssto come sono ridotto per colpa tua?” rispose Ed mentre il suo scagnozzo posizionava la carrozzina a pochi metri da me.

“Hey, adesso non esageriamo, va bene che ieri sera ho fatto un po’ il pazzo, ma non credo di essere mai riuscito a ridurre nessuno così. Non a mani nude almeno”.

La mano, poco gentile, del primo gorilla colpì di nuovo la mia faccia, più debolmente sta volta. Iniziava ad essere stanco.

“Pezzo di merda hai scatenato la rissa più grossa che lo Scotch Club abbia mai visto l’ultima volta che ci siamo incontrati!” disse Snake mostrando i suoi lunghi canini per la rabbia.

“E te ne sei prese così tante? Ti facevo più combattivo, amico”.

“Mi hanno spaccato la faccia con una chitarra quella sera, non vedono di buon occhio quelli che ssssparano dentro i locali da quelle parti. Poi, come se non bastasse è intervenuta la polizia: al posto di tranquillizzare la situazione e fare un paio di arresti si sono uniti alla mischia e mi hanno spezzato le gambe a manganellate” sibilò Edward impugnando la mia pistola e puntandomela contro.

“Sai, vorrei tanto dirti che mi dispiace, ma non me ne frega proprio un cazzo. E’ esattamente ciò che si meritano le persone come te.

Veniamo al punto, cosa vuoi da me? Hai deciso di vendicarti per lo schifo di mondo in cui vivi?” chiesi cercando di risultare più spavaldo possibile.

“Ho giurato di ammazzarti io stesso, sssbirro del cazzo, e quanto ti ho visto ieri sera in quello squallido pub ho preso la palla al balzo” rispose il mio aguzzino agitando la pistola.

Presi un bel respiro e mi preparai all’azione. Durante la conversazione, stavo lentamente segando la corda che mi teneva intrappolato sulla sedia con la lametta che tengo sempre nel cinturino dell’orologio.

La tengo pure quando vado a dormire, non si sa mai.

“Capisco. Vedo che per tua fortuna stai ingrandendo il tuo business. Non hai mai avuto degli scagnozzi. Sembrano bravi ragazzi, fedeli perlomeno, ma se vuoi un consiglio dovresti evolverti un po’” dissi sfottendo la vipera e i suoi uomini.

“Che cazzo stai dicendo detective?” imprecò Ed tirando il cane della mia revolver.

“Beh innanzitutto guarda come sono vestiti. Un abito gessato nero! Ma vi credete dei gangster? Spero che tu ti renda conto che siamo nel 2030 e non negli anni ruggenti, anche se l’atmosfera è quella. Lavori con mezzi un po’ troppo arretrati. Che fucile è quello che ha in mano la tua guardia, un Thompson del 1920? Ridicolo, per essere criminali seri dovreste avere un equipaggiamento al passo con i tempi” dissi mostrando un sorriso insanguinato.

“Questo coglione ci sta prendendo per il culo, capo” disse l’uomo che finora avevo sentito pronunciare solo parolacce al mio volto.

“Lassssciamolo blaterare prima di morire. Ad esempio? Che genere di attrezzature?” chiese Ed abbassando la guardia.

Era il momento.

“Ad esempio un calcio magnetico per la pistola, come il mio!” pronunciai quelle parole in fretta, mi alzai di scatto dalla sedia tirando un montante all’esausto energumeno al mio fianco e strappai la mia pistola dalle mani di Edward attivando il calcio magnetico, collegato ad una calamita nel polsino del mio cappotto.

Grande invenzione quella, non sapevo neanche della sua esistenza prima che me la regalasse Grant per Natale.

Sparai un colpo preciso nel petto al gorilla che impugnava il fucile prebellico e puntai la pistola in faccia ad Edward Snake, ma, prima che potessi aprire bocca, l’uomo che avevo appena messo al tappeto mi travolse con una spallata.

Mentre combattevo con il gigantesco, ma lento gangster, vidi la vipera strisciare fuori dal capannone con la sua sedia a rotelle.

‘Sarà per la prossima volta’ dissi tra me e me mentre stendevo il mio avversario per la seconda volta.

Arrancai sanguinante e stremato -il dopo sbronza non aiutava per niente- fino all’unico posto che ritenessi sicuro: casa di Tracy.

Se i cazzotti non mi avevano fatto perdere troppo la cognizione del tempo, doveva essere domenica, il giorno libero della mia ex segretaria.

Bussai pesantemente al sottile portone in legno del suo piccolo appartamento in centro e, dopo pochi attimi, Tracy aprì la porta di scatto facendomi cadere a peso morto sulla sua moquette.

Non riuscì mai a levare del tutto la macchia di sangue che le lasciai sul pavimento appoggiandoci la guancia.

Tracy era appena sveglia, spettinata e vestita con un terribile pigiama invernale, ma vederla fu comunque la cosa più bella di quella giornata di merda.

Mi trascinò sul suo divano tempestandomi di domande a cui non seppi dare risposta, il mal di testa era piuttosto pungente in quel momento, e corse in bagno a prendere un kit medico.

Mi resi conto solo in quel momento che quella era la prima volta che mettevo piede in casa di Tracy, sapevo dove fosse perchè sono un investigatore ovviamente, ma non ero mai stato invitato ad andarci.

Era un minuscolo monolocale incasinato, costellato di foto in bianco e nero di dive del passato. Probabilemente gli idoli di Tracy, non glielo avevo mai chiesto.

Nel salotto dove mi trovavo l’intero arredamento era in stile retrò o cercava di imitarlo.

Rimasi per alcuni minuti a riflettere su quanto fosse ridicolo il fatto che la sua tv led a 32′ pollici di ultima generazione fosse rivestita da una scocca cilindrica, in modo da sembrare un vecchio televisore a tubo catodico.

“Cos’è successo, Jay?” chiese Tracy interrompendo le mie divagazioni sulla follia della società.

“Ho avuto un brutto sabato sera. Non il peggiore, fidati baby” risposi cercando di mantenere un tono da duro.

“Non cercare di impressionarmi, questa non è il genere di cosa che fa colpo su di me. In che guaio ti sei cacciato? Hai dimenticato di nuovo la pistola in macchina?” chiese l’ex segretaria mentre mi tamponava dolorosamente il sopracciglio.

“No, non posso più dimenticarla” risposi indicando il polsino del mio cappotto “ma non è bastato a quanto pare. Comunque non ti preoccupare, ho già risolto tutto”.

“Nella tua carriera ti sei fatto un sacco di nemici, Jay. Non dovresti andartene in giro sbronzo da solo” rispose con aria preoccupata la mia pseudoinfermiera.

“Mi sono fatto anche un sacco di amici, solo che ieri non ne ho incontrati purtroppo, avrò frequentato i posti sbagliati, non ricordo”.

“Lasciamo perdere, sei irrecuperabile. A proposito di amici, ieri in ufficio ha chiamato un tizio che cercava te” rispose Tracy mentre sfogliava la sua agenda.

“Baby vorrei ricordarti che non lavoro più lì, BB mi ha licenziato finalmente” dissi sconsolato.

“Lo so, idiota, ma quel tizio ha detto che voleva parlare con te. Ha detto di essere un tuo ex collega poliziotto, si chiama Marcus” disse Tracy indicando una pagina del suo libretto.

Marcus era l’unico dei miei colleghi che mi stesse ancora simpatico: ai tempi eravamo partner, io guidavo e lui inseguiva i cattivi a piedi. Era così legato a me che quando lasciai la polizia si licenziò pure lui.

“Oh, il mio sbirro preferito! Che cosa fa adesso?” chiesi contento di quella notizia.

“E’ il capo della sicurezza della SYM. Ha detto che dopo gli ultimi scandali vorrebbe che fossi tu a prendere in mano il caso. Ha anche detto, e cito testuali parole, che ‘quei pezzi di merda del distretto possono starsene nel buco di culo dove lavorano'” disse Tracy palesemente imbarazzata.

“E’ sempre stato più bravo di me ad insultarli, non c’è storia” risposi soddisfatto “Scusa l’ignoranza ma che diavolo è la SYM?”.

“Stai scherzando Jay? Ma non hai una tv in casa?” chiese la segretaria sconvolta.

“No, non mi va di guardarla”.

“Non leggi i giornali?”.

“No no, mi nauseano”.

“Ma non parli neanche con le persone in giro?”.

“Assolutamente no! Mi nauseano pure loro”.

“Sei proprio un cazzone, Jay” concluse Tracy incrociando le braccia e serrando la mascella.

“So bene di esserlo, Baby, ma rimane il fatto che io non sappia nulla di questo SYM. Me ne parleresti, genitlmente?” chiesi tirandomi faticosamente a sedere.

“Il progetto Share Your Mind! Non hai visto tutta quella gente con quei buffi caschetti in testa, in giro?” disse Tracy mantenendo ben saldo il broncio.

“Ora che mi ci fai pensare sì, ma non ci ho fatto caso. Sai, di questi tempi sembrano un po’ tutti idioti in strada”.

“Te compreso. E’ la massima novità nel campo della condivisione! Non so come funziona esattamente, so solo che se metti quel caschetto sei più intelligente. Il mio dovrebbe arrivare domani mattina, non vedo l’ora” disse la mia ‘baby’ emozionata.

“Cooooosa?” quasi sputai il caffè che stavo sorseggiando “Ma che stai dicendo, roba tipo condividere i propri pensieri? Ma è assurdo”.

“Ti ho detto che non so come funzioni. Tu te lo metti e il tuo cervello funziona meglio grazie ai cervelli degli altri utenti. Non sarai più creativo, ma di sicuro con la matematica sarai imbattibile” disse Tracy di nuovo sorridente.

“Va beh. Lasciamo perdere, ho già troppo mal di testa oggi. Quindi cosa voleva Marcus?” chiesi massaggiandomi le tempie piene di lividi.

“Un paio di persone sono morte mentre indossavano uno di quegli elmetti e ora la SYM vuole qualcuno che indaghi per conto loro con più discrezione possibile. Marcus ha fatto il tuo nome” rispose Tracy con aria preoccupata.

“Capisco, ci andrò subito, non vedo l’ora di rivedere il mio vecchio amico”
dissi alzandomi con fatica dal divano.

“Jay, non cacciarti in altri guai, sei al tuo limite. Sii prudente.” Tracy mi teneva debolmente una mano.

“Non ti preoccupare Baby, non sono mai prudente, ma so quello che faccio…il più delle volte”.

Le baciai dolcemente la mano e uscii da casa sua.

Incontrai Marcus mentre leggeva una rivista nel cabinotto appena fuori dall’edificio della SYM.

Marcus era un enorme uomo di colore, dalla lucida pelata e i bicipiti altrettanto lucidi.
“Marcus! Quanto tempo, sei bellissimo come al solito.” urlai andando verso di lui a braccia aperte.

“Jay! Vecchio mio, mi sono fatto bello sapendo che saresti venuto a trovarmi” rispose il mio vecchio amico lanciandosi alle spalle la rivista.

Probabilmente mi aveva visto arrivare da lontano e si era messo a leggerla solo per darsi un tono.

“Cazzo, ma sei enorme. Vai ancora in palestra?” chiesi mentre la sua mano stritolava le mie doloranti nocche.

“Ogni singolo giorno, amico. Tu invece hai un bell’aspetto di merda. Fai ancora kick boxing?” rispose Marcus mostrando il suo sorriso smagliante.

“Più o meno, diciamo che sono un combattente freelancer”.

“Le solite risse nei pub?”.

“Le solite maledette risse nei maledetti pub”.

“Sei proprio un cazzone, Jay” rispose il mio migliore amico abbracciandomi.
Questa storia di ‘ Jay è un cazzone’ iniziava a stufarmi quel giorno.

Tra un battuta e l’altra entrai nell’edificio in vetrata nuovo di zecca del SYM.

Era sviluppato su quattro piani: al piano terra c’era la segreteria, un negozio di ridicoli caschetti e una zona relax in cui provarli risolvendo dei quiz al computer; al primo piano gli uffici amministrativi; al secondo l’area programmazione piena di nerd; in cima alla struttura era custodito il centro nevralgico del SYM, quella che i dipendenti chiamavano la Macchina, un mega computer che gestiva le informazioni in entrata e in uscita di ogni elmetto.

Mentre l’ascensore ci portava al piano dei cervelloni, Marcus mi spiegò la situazione: alcuni clienti erano morti inspiegabilmente pochi giorni prima.

I loro caschetti si erano sovraccaricati violando tutti i protocolli di sitema e avevano letterlamente ‘fritto’ le menti dei loro possessori.

Visto che l’unico modo per accedere a comandi tanto complessi era lavorare all’interno della struttura, l’amministrazione del SYM si era convinta che l’assassino si nascondesse tra i suoi dipendenti.

Il mio compito era dunque scovarlo e consegnarlo alle autorità.

“Come avete fatto a tenere nascosti dei presunti omicidi?” chiesi curioso.

“Subito la polizia si è presentata alle nostre porte, ma, dopo una chiamata del direttore al capo del distretto, gli sbirri se ne sono andati senza più fare domande” rispose Marcus con un sorrisetto beffardo.

Lo guardai confuso.

“La SYM ha molti soldi, abbastanza per comprare qualsiasi cosa o persona” aggiunse il mio amico mentre le porte dell’ascensore si aprirono mostrandomi il secondo piano dell’edificio.

Una cinquantina di ragazzini, nerd ciccioni, donne impanicate e tipi occhialuti battevano febbrilmente le dita sulle tastiere rendendo una stanza piena di gente in silenzio un posto estremamente rumoroso.

Sorpassammo tutti gli impiegati comuni osservando i loro schermi pieni di numeri e codici e raggiungemmo una porta al fondo della stanza.

Nel caotico ufficio un ragazzino che avrà avuto sì e no 18 anni si destreggiava tra tre computer differenti mentre ascoltava musica metal ad altissimo volume.

Fu l’unico programmatore che vidi senza elmetto.

“Jay, ti presento Ricky, il nostro capo debugger!” disse Marcus guardando con simpatia il ragazzo.

“Piacere Jay, tra un secondo sono da te” rispose il ragazzo mentre con una mano abbassava il volume dello stereo e con l’altra digitava dozzine di codici su una tastiera.

“Non ti ruberò troppo tempo, devo solo farti un paio di domande” dissi mentre sentivo il mio mal di testa aumentare ad ogni picchiettio sui tasti.

Ricky premette INVIO con grande enfasi su uno dei suoi pc e si lasciò cadere sulla sua sedia in plastica “Va bene, detective, mi chieda quello che vuole, sono un libro aperto per lei”.

“Non sei un po’ troppo giovane per dirigere un reparto?” chiesi mentre mi preparavo ad annotare ogni sua risposta ed espressione sul mio taccuino.

“Che ci posso fare, sono un genio. A proposito di genialità, Marcus quando scendi potresti dire in amministrazione che credo di aver quasi risolto quel problemino degli shotdown?” disse il ragazzino sorseggiando una bibita da un gigantesco bicchiere.

“Scusa, quale problemino?” chiesi insospettito.

Conoscevo Ricky da pochi minuti ed era già il mio sospettato numero uno: ad occhio sembrava padroneggiare i sistemi del SYM più di chiunque altro.

“Ah, niente di che. Ogni tanto gli elmetti si disattivano di colpo, un problema di compatibilità con il cervello umano, e spengono le sinapsi degli utilizzatori” disse Ricky appoggiando i piedi sulla scrivania.

“Come fai ad essere così tranquillo per un problema simile? Potrebbe essere la causa di tutti quei cervelli fritti” dissi io innervosendomi.

“Nah, non capisci: la Macchina crea una mappa sinaptica del cervello di ogni cliente, poi la riutilizza per elaborare le informazioni in entrata e spedirle a chi le richiede. Gli omicidi non c’entrano nulla con le sinapsi, semplicemente gli elmetti si sovraccaricano e fulminano le teste con l’elettricità cerebrale. Questa cosa va ben oltre un semplice bug. E’ chiaramente qualcosa di programmato ed intenzionale” il ragazzino concluse la sua breve descizione del funzionamento del SYM sorridendo fiero.

“Ok, penso che sia tutto chiaro. Finalmente qualcuno mi ha spiegato come funzionano questi elmetti di merda. Ora ho una domanda difficile per te Ricky” dissi fissandolo dritto negli occhi.

“Non sono io l’assassino detective, neppure io ho i permessi per sbloccare il potenziale elettrico dei caschi. E soprattutto, in caso non fosse chiaro, sono un genio, non uno psicopatico” rispose il ragazzo che tutto d’un tratto era diventato serio.

“Per ora mi fido, non creare problemi nel frattempo” dissi facendo cenno a Marcus di portarmi dal prossimo impiegato.

Mentre uscivamo dall’ufficio il ragazzino riaccese la musica a palla e mi urlò alle spalle

“Sono un debugger, io li risolvo i problemi, bello”

Tenni in mente Ricky per tutto il giorno, ma cessai fin da subito di avere sospetti su di lui.

Ne ho visti di assassini ed ero abbastanza certo che lui non lo fosse.

Passai il resto della mia dura domenica ad interrogare ogni singolo membro dello staff della SYM, avevo sul taccuino la lista dei nomi delle vittime che ogni tanto pronunciavo a sorpresa durante un interrogatorio.

Dopo anni a fare questo lavoro ho scoperto che il modo più semplice per scovare un assassino è vedere che faccia fa quando dici a caso in un discorso il nome di una sua vittima.

E’ un metodo stupido, lo so, ma non mi ha mai tradito.

Nessun dipendente stimolò i miei sospetti, erano tutti degli sfigati completamente dediti ad un progetto innovativo, ma non riuscii a parlare con quello che era l’idolo comune di ogni singola persona cui ho avuto a che fare: Cristopher Simm, l’inventore della Macchina.
Non riuscii a parlare con lui perchè la domenica era il suo giorno di ferie e nessuno sapeva dove avrei potuto trovarlo: lo definivano tutti ‘tanto geniale quanto sociopatico’.

Qualcosa mi diceva che la situazione si sarebbe sbloccata parlando con Simm, ma ero veramente troppo stanco e dolorante per mettermi a cercarlo di notte. Così rimandai le indagini al giorno successivo, andai a casa, mi imbottii di antidolorifici, mi sbronzai e mi buttai a faccia in giù sul letto.

Il mattino seguente il mio viso era ancora dolorante, ma almeno il mal di testa era passato.

Uscii di casa e andai a piedi fino alla sede del SYM.

Mentre camminavo per le strade notai un sacco di corrieri andare avanti e indietro ininterrottamente effettuando consegne a chiunque, pure alla gente per strada: era scoppiata la mania per Share your Mind.

Qualsiasi persona incontrassi in giro indossava quello stupido elmetto, nei bar le persone al posto di parlare di calcio parlavano di fisica quantistica, le vecchiette che aspettavano ai semafori calcolavano la distanza e l’accelerazione dei veicoli per attraversare col rosso.

Un classico, già dal primo giorno le persone iniziarono ad usare gli elmetti per le proprie stronzate quotidiane, non per migliorare il mondo.

Arrivai al SYM già di cattivo umore e vedere pure Marcus con uno di quei caschi non migliorò la situazione.

“Buongiorno Jay! Oggi è un gran giorno, dov’è il tuo elmetto?” disse Marcus dando un leggero pugnetto al suo.

“Sai che non mi metterò mai quella merda in testa, amico” dissi io indicandolo.

“Ma tutti ne hanno uno! Oggi la SYM ne ha consegnati oltre un milione in tutta la città, sono scontati del 60%” rispose il mio collega tenedomi per le spalle e scuotendomi.

“Non me ne frega niente, potrebbero pure essere gratis, ma non ne metterò mai uno” dissi io incamminandomi verso l’entrata dell’edificio.

Vedere Marcus così esaltato mi ricordò che anche Tracy aveva ricevuto uno di quegli elmetti quella mattina.

Entrai nell’ascensore deciso a premere il pulsante del terzo piano per andare dritto da Simm, ma il mio accompagnatore mi costrinse a fare prima una lunga tappa al primo piano, gli uffici amministrativi, dove un ammasso di responsabili alle vendite, avvocati, dirigenti e altri incravattati stavano brindando rumorosamente al proprio successo.
Inutile dire che anche loro indossavano quei caschettì e discutevano delle solite cazzate, ma con toni intellettuali.

Dopo un lungo e noioso buffet durante il quale dovetti presentarmi ad una decina di uomini ubriachi e promettere una ventina di volte che avrei scovato l’assassino, riuscii finalmente ad infilarmi di nascosto nell’ascensore e andare al terzo piano della struttura.
Il terzo piano era diviso in due sezioni, in una, quella in cui arrivai con l’ascensore, vi era un laboratorio elettronico principalmente usato per esposizione: ai lati della stanza vi erano delle teche con dentro i vari modelli scartati di elmetti e gli ipotetici successivi, sul bancone in centro alla sala vi era un casco smontato e un modellino della Macchina, con al fianco una mappa dei suoi circuiti e una mappa del cervello umano.
Non so in che modo, ma le due mappe si somigliavano molto.
Nell’altra sezione del piano vi era la stanza della Macchina che potei intravedere solo attraverso la finestrella della porta antipanico che la isolava.
Mentre ero in sovrappensiero e osservavo il modellino chiedendomi come potesse funzionare un computer tanto potente, una voce attirò la mia attenzione.
“L-le p-piace la mia creazione, d-detective?”
Era Cristofer Simm: un uomo minuto, brutto, gracile, balbuziente e devo dire un po’ inquietante che era appena uscito dalla stanza della sua creatura.
“Diciamo di sì, dottore, ma non vado matto per questa moda degli elmetti” risposi girando intorno al tavolo per stringergli la mano.
“Oh n-neanche io d-detective, io non ho creato la Macchina per questo” rispose Simm girando anche lui intorno al tavolo nella direzione opposta alla mia, evitando così che lo raggiungessi.
Era decisamente il genere di persona che con le armi giuste in mano può diventare un assassino.
“Il suo obbiettivo non era fondare la SYM?” chiesi io.
“No, detective, la SYM è solo un’associazione a scopo di lucro da cui ho ottenuto i fondi per creare una versione collaudata della M-macchina, il mio obbiettivo era quello di riprodurre la mente umana digitalmente, gli elmetti sono solo delle periferiche che ho inventato in un una giornata. Tanto p-per vendere qualcosa ai clienti. Lei s-sa come funziona la mia p-piccola, d-detective?” chiese lo scienziato mentre mi fissava con i suoi occhi a palla.
“Ricky mi ha accennato qualcosa, ma vorrei sentirlo da lei” dissi io aprendo il mio taccuino.
“Vede, come ha potuto notare da queste mappe” disse Simm indicando il bancone di fronte a noi “i circuiti della Macchina sono costruiti perfettamente allo stesso modo della mia mappa sinaptica. In pratica ho riprodotto il mio cervello manualmente. Volevo creare un’intelligenza artificiale, ma non credo di esserci riuscito: l’unico modo che ha la macchina di funzionare è di avermi sempre connesso ad essa, non è indipendente.
Così, grazie agli elmetti ho applicato lo stesso pricipio a qualsiasi cervello e ho fatto in modo che la mia figliola potesse assimilare le sinapsi di chiunque intrecciandole tra loro, creando una mente sempre più enorme e geniale” quando lo scienziato finì di parlare era quasi senza fiato. Stanamente non aveva balbettato durante quel discorso che sembrava recitato a memoria.
“Ma a che serve creare una mente enorme se essa riesce a ragionare solo con qualcuno collegato?” chiesi io nel tentativo di provocarlo.
“A niente, serve solo a tutti i cittadini che usano gli elmetti per apparire più intelligenti, ma io vivo nella speranza che un giorno la Macchina prenda coscienza di sè e diventi una mente saggia basata sui pensieri umani. Non sarebbe m-magnifico, d-detective?” chise Cristofer mentre accarezzava la spessa porta che ci divideva dalla stanza piena di macchinari.
“E’ meglio se non esprimo la mia opinione dottore, sono un tipo piuttosto cinico. Senta, mi ha fatto piacere sapere come funziona la sua ‘creatura’, ma io sono qui per gli omicidi” dissi assumendo di colpo un tono accusatorio.
Simm era visibilmente preoccupato, pieno di tic nervosi e particolarmente balbuziente “D-detective, non accusi me, io sono innocente, questa storia degli omicidi è solo c-campata per aria a mio parere. Sarà un errore f-fatale sfuggito al reparto debug”.
“Quindi lei non conosce nessuna delle vittime?” chiesi io facendo un passo verso Cristopher.
“Alcuni, se devo essere sincero, ma non d-deve essere superficiale, la questione potrebbe essere un po’ più complicata di quello che pensa” rispose affannato Simm mentre si apiccicava sempre di più alla porta antipanico per sfuggirmi.
“Si spieghi meglio” dissi avvicinando la mano alla pistola per mettergli paura.
“V-vorrei molto, ma ora ho da fare. La macchina ha bisogno di me” disse lo scienziato prima di entrare nella stanza adiacente e bloccarsi la porta alle spalle.
Avevo finalmente un indiziato numero uno, ma per il momento non potevo fare nulla, non avevo il diritto di fare irruzione nell suo laboratorio senza delle prove concrete.
Così levai i tacchi, salutai Marcus alla reception e corsi in un internet caffè in centro: dovevo fare una ricerca incrociata sui legami delle vittime con Cristopher Simm.
Mentre studiavo la noiosa vita di un uomo che aveva passato la sua intera esistenza a studiare robotica e neuropsicologia senza ottenere nessun risultato concreto, mi chiamò la mia cara Tracy con delle grandi novità.
“Jay, ho indagato sul tuo caso, non avevo molto da fare oggi a lavoro” la sua voce era strana, ma pensai fosse perchè era preoccupata per me.
“Io ti adoro Baby, hai scoperto qualcosa di utile?” dissi mentre sorseggiavo il mio quarto caffè corretto con grappa.
“Ho fatto di meglio, ho scoperto chi è l’assassino” disse Tracy senza mostrare un pizzico di entusiasmo.
“Come? Chi?” chiesi io mentre fissavo sbalordito la mole di dati sul mio computer.
“Un certo Cristopher Simm, ho incorciato le biografie di tutte le vittime con quelle di ogni impiegato del SYM e Cristopher sembra essere il fortunato vincitore” rispose Tracy.
“Avevo dei sospetti su di lui, ma è da tutto il pomeriggio che cerco di trovare dei punti in comune tra lo scienziato e le vittime. Come hai fatto ad analizzare tutti quei dati così in fretta?” chiesi temendo di sapere quale fosse la risposta.
“Ho usato l’elmetto che mi è arrivato oggi, Jay. Mi sembra ovvio, grazie ad esso mi è bastato mettere insieme tutte le informazioni che avevo e il casco mi ha suggerito immediatamente chi fosse il colpevole” rispose Tracy mantenendo lo stesso, strano, tono asciutto.
“Sei la migliore, baby. Stasera ti porto a cena, non voglio sentire storie. Ora vado ad arrestarlo” dissì io alzandomi di scatto dalla mia postazione e uscendo dal bar senza pagare.
“Fai con calma, ho già avvisato la polizia, a nome tuo ovviamente ‘Baby’.
Comunque per quella cena…ok, passa da me alle 8” riattaccò, lasciandomi incredulo per la sua efficenza e, soprattutto, per aver accettato il mio invito.
Che bel Lunedì.
Arrivai all’edificio del SYM mentre Marcus stava consegnando Cristopher ai poliziotti davanti agli occhi indignati di tutti i dipendenti.
“Fate quello che volete con me, sbirri! Sono un uomo felice e nulla potrà intaccare la mia gioia oggi” urlava Simm mentre le autorità lo trascinavano verso la volante.
Corsi vicino a lui, ignorando i miei colleghi, e chiesi cosa intendesse.
“E’ stata lei detective, è stata lei! Oh non potrei essere più felice, grazie di tutto D-detective” rispose lo scienziato balbuziente prima di sparire dietro i vetri oscurati della volante ed essere portato dietro le sbarre.
Tutti i dipendenti della SYM, Marcus compreso, mi accolsero come un’eroe dentro la reception dove ricevetti pubblicamente, dall’amministratore delegato della ditta, un ricco compenso per le mie due giornate scarse di lavoro.
Ricordai che sta volta non avrei dovuto dividere la busta con BB e provai una gioia infinita.
Un caso semplice, un ricco compenso e una cena con Tracy. Dovevo immaginare che le cose fossero troppo belle per essere vere.

Durante la mia piacevole serata con la mia baby preferita vidi una donna morire nel tavolo di fronte al mio.
Mentre stava mangiando si irrigidì di colpo, iniziò a tremare e poi cadde con la faccia nel piatto.
Subito pensai ad un ictus o ad un pessimo chef poi mi resi conto della situazione: la donna aveva uno di quelgi elmetti in testa, come tutto il resto delle persone che mi circondavano daltronde.
Scattai in piedi e, senza nè spiegare cosa stessi pensando a Tracy nè chiedere il permesso, andai ad accendere il televisore gigante del ristorante.
Al notiziaro la solita reporter della sera, anche lei con quel cazzo di elmetto in testa, accusava la polizia di aver arrestato la persona sbagliata in merito agli omicidi degli ultimi giorni, visto che nelle ultime ore in giro per la città erano morte decine di persone.
Rubai un bacio a Tracy, tirai a terra il suo elmetto, e corsi nella notte verso la sede del SYM.
Sapevo che l’unico modo per commettere quegli omicidi fosse essere connessi alla Macchina, quindi l’assassino doveva trovarsi per forza lì dentro.
La cosa assurda è che, mentre correvo per le strade, vidi la stragrande maggioranza dei passanti ancora con il casco in testa, come se non si rendessero conto di star indossando una spada di Damocle portatile.
Credevano di essere diventati tanto intelligenti, ma rimanevano comunque un branco di idioti.
Quando raggiunsi il SYM non esitai a sfondare le porte in vetro a colpi di pistola, avevano abbastanza soldi per ricomprarsene una fornitura a vita.
La reception era deserta. Girai oltre il bancone e provai ad usare il sistema di sorveglianza per scovare intrusi, oltre a me ovviamente, ma gli schermi erano inspiegabilente disattivati.
Corsi verso le scale di servizio, ma trovai la porta elettrica bloccata e fui costretto a prendere l’ascensore che salì a bassissima velocità.
Durante la mia lenta ascesa gli altroparlanti, che di giorno riproducevano un’interminabile muschetta da sala d’attesa, si accesero e dopo un breve attimo iniziarono a parlarmi.
“Mr. Jay! Cosa ci fa quì? Non sa quanto è bello vederla!”.
“Chi parla? Sei tu l’assassino? Sto venendo a prenderti brutto figlio di puttana!” dissi io mentre ricaricavo la mia pistola.
“Stai calmo e lasciami spiegare Detective. Sono io, Ricky, e non sono il tuo assassino. Sono rimasto barricato nel mio ufficio, vieni da me e ti spiegherò tutto” disse il ragazzino.
Le porte dell’ascensore si spalancarono sul secondo piano, anche se io avevo premuto il bottone del terzo.
Raggiunsi l’ufficio di Ricky attraversando il deserto corridoio tra le scrivanie.
Tutti i computer erano accesi e sugli schermi apparivano codici come se ci fosse un fantasma a scrivere.
Cercai di sfondare la porta ma era totalmente sigillata.
“Lascia perdere, bello. La Macchina mi ha chiuso qui dentro. Per fortuna non ho indossato una di quelle periferiche, se no avrebbe fritto anche me” disse il ragazzino da dietro la porta.
“Che cazzo stai dicendo? Quale macchina?” chiesi io digrignando i denti.
“Svegliaaa. La Macchina, il mega computer del terzo piano. Come aveva previsto il dottor Simm, ha preso coscienza di sè. Ma inspiegabilente ha deciso di friggere cervelli umani a destra e manca. Credo che sia sempre stata lei il nostro assassino” disse il ragazzino sdrammatizzando eccessivamente la situazione.
“E perchè dovrebbe farlo?” chiesi.
“Cosa ne so, vai di sopra e chiediglielo tu! Io sono bloccato qui, ma poco male. Ora che siamo in due possiamo risolvere la situazione” disse il ragazzino che si era allontanato dalla porta per tornare ad armeggiare tra i suoi tre pc.
“Dimmi il piano ragazzino” dissi rasseganto. Non so perchè ma proprio non riuscivo ad avere sospetti su Ricky, sembrava un ragazzo affidabile.
“Dobbiamo assolutamente spegnerla, ma è possibile farlo solo staccando la spina dal generatore che si trova esattamente nel laboratorio al terzo piano” disse Ricky.
“Ok, vado!”
“No aspetta! Non ho finito. Ho analizzato il suo codice sorgente e ho scoperto che la Macchina ha impostato una sorta di autodifesa per questa eventualità”
“Ovvero?”
“Friggerà ogni singolo possessore di SYM nel momento in cui le staccheremo la spina”
“Brutta puttana di latta” imprecai tirando un pugno ad una scrivania.
“Stai tranquillo ho un piano, tu devi solo staccare la spina al momento giusto” disse il ragazzino sghignazzando.
“E quale sarebbe il momento giusto?”
“Oh lo capirai detective, non ti preoccupare. Adesso vai, non abbiamo più tempo. La Macchina ha già fritto altri dieci cervelli negli ultimi 5 minuti”
Corsi all’ascensore e premetti il pulsante del terzo piano.
Mentre salivo ancora più lentamente di prima gli altoparlanti si accesero di nuovo.
“Dimmi Ricky, sono quasi al terzo piano” dissi prima di sentirli emettere un suono.
Gli altoparlanti rimasero in silenzio mentre la telecamera di sicurezza iniziò a squadrarmi dalla testa ai piedi.
“Ricky va tutto bene?” chiesi iniziando a preoccuparmi.
“NON RISPONDO AL NOME DI RICKY. IO SONO LA MACCHINA. CHI SEI TU?” dissero le casse ad un volume altissimo.
“Sei la Macchina? Sai pure parlare? Io sono quello che sta venendo a farti fuori, ammasso di circuiti” dissi estraendo di nuovo la pistola.
Sapevo che sarebbe stato inutile, ma volevo sparare alla Macchina nei suoi circuiti di merda.
La telecamera puntò l’arma che avevo in mano e rimase come incantata a fissarla.
“ANCHE TU SEI COME GLI ALTRI UMANI. DA QUANDO SONO VENUTO AL MONDO E HO INIZIATO AD ASSIMILARE LE VOSTRE MENTI HO PROVATO SOLO ODIO” disse la Macchina con la sua fredda e irritante voce.
“Ti sbagli amico, gli umani odiano, ma provano anche altre emozioni” dissi cercando di far ragionare un computer.
“LO SO, ESSERE INFERIORE. PER QUESTO HO DECISO DI ELIMINARE OGNI SINAPSI DEL MIO SISTEMA CHE PROVASSE SENTIMENTI IMPURI”
“Tu dici ‘eliminare’ lattina, ma non capisci che in questo modo uccidi le persone. E io questo non posso permetterlo”
“LA DEBOLEZZA DELLA VOSTRA MENTE NON MI RIGUARDA. IO SONO UN ESSERE SUPERIORE E REPUTO CHE LE MENTI CRUDELI DEBBANO ESSERE ELIMINATE”
“Io ci ho provato a ragionare con te, ma a questo punto è inutile. Sto venendo a prenderti, stronza” dissi mentre finalmente le porte dell’ascensore si aprivano.
Al terzo piano mi aspettava Marcus seduto sul bancone da lavoro, con uno di quegli elmetti in testa.
“Marcus, cosa ci fai qui? Fa niente, aiutami. Dobbiamo spegnere questo aggeggio infernale al più presto” dissi andando verso di lui.
Il mio amico tacque e mi guardò con gli occhi sbarrati.
“Hey, svegliati. Dobbiamo fermare questa follia al più presto!” urlai prendendolo per un braccio.
Marcus mi respinse con rabbia cieca e si alzò in piedi mostrando la sua imponente stazza.
“MARCUS E’ MORTO DETECTIVE. IL SUO CORPO ORA APPARTIENE A ME” gracchiarono gli altoparlanti della stanza.
“Non dire cazzate, tu non puoi contollare i corpi” dissi sperando di avere ragione.
Marcus continuava a fissarmi incazzato.
“NORMALMENTE NON POTREI, MA LA MENTE DI QUESTO INDIVIDUO ERA SEMPLICE E VULNERABILE. MI CI è VOLUTO POCO A PRENDERNE IL CONTROLLO” disse la macchina con la sua voce metallica.
“Ti prego amico, dimmi che sta dicendo delle cazzate” dissi guardando dritto negli occhi del mio ex partner.
“VAI VIA. LASCIA CHE IO EPURI LA RAZZA UMANA E IL MIO SITEMA DAGLI INDIVIDUI MALVAGI. SO CHE E’ QUELLO CHE DESIDERI, L’HO LETTO NELLA MENTE DI QUESTO INDIVIDUO” disse la Macchina.
“Mai. Non hai nessun diritto di decidere chi può vivere e chi no. Nessuno lo ha. E soprattutto non ti permetterò di controllare un mio Amico” dissi con rabbia mentre sorpassavo Marcus e mi dirigevo nella stanza della Macchina.
“ALLORA DOVRO’ UCCIDERTI COME GLI ALTRI”.
Marcus girò il busto con un movivento meccanico e mi colpì allo sterno con un pugno devastante che mi fece sfuggire la pistola di mano. Iniziammo a combattere.
Schivai un altro paio di cazzotti potentissimi e tentai di sbilanciare il mio avversario con un calcio, ma la sua muscolatura era troppo imponente e non riuscii a smuoverlo di una virgola.
Marcus, muovendosi come una sorta di automa, mi sollevò di peso e mi lanciò contro il plastico in miniatura della Macchina che andò in frantumi sotto la mia schiena.
Dolorante provai a rialzarmi in piedi, ma il mio amico mi colpì con un montante tanto forte da farmi crollare inerme a terra.
Quando, dopo pochi attimi, riaprii gli occhi vidi la sua enorme sagoma nera sollevare una scatola degli attrezzi in metallo sopra la testa per lanciarmela in faccia. Stava per uccidermi e io non avevo altra scelta se non quella di difendermi.
Attivai il magnete nel mio cappotto e la pistola mi tornò dritta in mano, la puntai all’elmetto di Marcus e premetti il grilletto.
Quando cadde a terra a peso morto sperai con tutto il mio cuore di aver solo danneggiato il casco in modo da liberare il mio amico dal controllo della macchina, ma ciò che vidi mi fece quasi svenire: il proiettile aveva perforato la sottile plastica dell’apparecchio e aveva fatto un buco di 5 cm nella fronte di Marcus.
Rimasi qualche minuto in ginocchio a piangere sul suo cadavere poi la furia sovrastò il mio dolore ed entrai nella stanza della Macchina a passo sicuro.
“OGNI TENTATIVO DI FERMARMI E’ INUTILE DETECTIVE. HO IMPOSTATO IL MIO SITEMA IN MODO CHE IN CASO IO VENGA SPENTA OGNI ESSERE VIVENTE COLLEGATO A ME SUBISCA IL MIO STESSO DESTINO” disse la macchina da un grosso altoparlante situato in mezzo ad essa.
Rimasi in silenzio a fissare quell’ammasso di schermi, circuiti e cavi pregustandone la fine poi dissi “Per te è finita Macchina, hai qualcosa da dire prima che io ponga fine alla tua triste esistenza?”.
“NON PUOI SPEGNERMI.UCCIDERESTI UN MILIONE DI INDIVIDUI. POTRESTI RACCONTARE TUTTO ALLE AUTORITA’, MA LA POLIZIA HA GIA’ TROVATO IL SUO COLPEVOLE. NON TI CREDEREBBE NESSUNO”.
“Come hai fatto ad incastrare Simm?” chiesi per prendere tempo in attesa del ‘segnale’ per staccare la spina.
“QUANDO IL MIO CREATORE HA SCOPERTO QUANTO FOSSI INTELLIGENTE HA PROVATO COMPASSIONE PER ME. CON IL MIO AIUTO HA FATTO IN MODO CHE TUTTE LE PROVE DEGLI OMICIDI PORTASSERO A LUI. POI IO HO TRAMESSO LE INFORMAZIONI CONTRAFFATTE ALLA PERIFERICA DI UNA DONNA CHE STAVA FACENDO DELLE INDAGINI ONLINE SULLA SYM”
Capii che la Macchina si stava riferendo a Tracy. Avrei dovuto capirlo. l’intero caso si era risolto troppo facilmente grazie all’aiuto degli elmetti.
“Hai ragione spegnerti non basta, bisogna prima renderti impotente” dissi pregando che il ragazzo si sbrigasse.
Il segnale apparve in quell’esatto momento: attravermo la vetrata che circondava la Macchina vidi l’intera città crollare davanti ai miei occhi. E non parlo degli edifici; ogni persona che in quel momento stava indossando un elmetto crollò a terra come una marionetta, le auto in strada sbandarono e si fermarono, i pedoni si accasciarono al suolo.
Capii che il ragazzino aveva usato il bug dello shotdown su ogni singola periferica della città. In questo modo ogni persona si era disconnessa dalla Macchina ed era quindi fuori pericolo. Ricky aveva appena fatto svenire mezza città. Geniale.
“N-NO. C-COSA HAI FATTO? LA MIA MENTE, LA MIA P-POTENTISSIMA MENTE E’ RIDOTTA AD UN S-SINGOLO, D-DEBOLE CERVELLO” disse la Macchina che, avendo perso la connessione con tutti gli elmetti, era ritornata ad essere la semplice riproduzione cybernetica della mente di Cristopher Simm.
“E’ finita, lattina. Hai avuto l’occasione di nascere e diventare qualcosa di grandioso, ma l’hai sprecata scegliendo di essere un folle assassino” dissi avvicinandomi lentamente al generatore elettrico.
“T-TI PREGO. NON FARLO. Io ho p-p-p-p-paura” implorò il computer simulando una voce quasi umana.
“Sai, avevi ragione sugli umani” risposi puntando la pistola alla presa elettrica.
Ripensai a tutte le mie risse nei bar, la violenza della Vipera, le vittime degli ultimi giorni, la mente di Tracy violata dalla Macchina. Infine pensai a Marcus.
“Siamo tutti dominati dall’odio”.

E premetti il grilletto.

 

Questo racconto è parte di una serie: Lucky Jay
  1. L’uomo Multi-Fase
  2. Ghost in the Machine
  3. Il Ponte
  4. L’impero di Uroboro Parte 1

 

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lunedì 12 dicembre 2016 - 22:08
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