senza-fiato
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«jajan!» urlò Timtim, «svegliati cazzo!»

«Che c’è, che succede?!» chiese spaventato jajan, svegliato bruscamente dall’amico.

«Sono qui bello, dobbiamo scappare». Timtim stava raccogliendo i pochi stracci che chiamava vestiti, raccogliendoli in un fagotto alla bell’e meglio.

«Cristo, non si può neanche più dormire in pace», anche jajan s’era messo a raccogliere ciò che poteva in fretta e furia. «La pistola, dove cazzo è la pistola?»

«Ce l’ho io, tutte e due, sbrigati però».

La porta venne sfondata di colpo e Timtim sparò un colpo. Un buco in testa e la zecca cadde esamine come un sacco di cemento. Timtim non aveva mai mancato un colpo in testa se non quando decideva di spararti alla gamba. Un’altra zecca entrò nella stanza e Timtim fece un buco in testa anche a quella.

«Le chiamano zecche perché sono ostinate come gli scarafaggi ma sono altrettanto facili da schiacciare» sentenziò jajan «dammi la pistola».

«Subito capo!» rispose Timtim mentre lanciava l’arma verso jajan.

«Da che parte vengono?» chiese l’amico.

«Da est, ci conviene uscire da sud»

«E se salissimo invece?»

«Ci metterebbero all’angolo»

«E se fosse quello che vogliamo?» jajan caricò il fagotto di vestiti in spalla e tolse la sicura alla propria pistola, «se facessimo una pazzia tale li manderemmo in paranoia, si aspetterebbero una trappola, perché sarebbe troppo facile per loro metterci alle corde in questo modo»

«Quindi vuoi fargli pensare che abbiamo un piano?» chiese Timtim scettico.

«Esattamente» rispose jajan, firmando la risposta con un sorriso malizioso.

«Ci può stare, ma che facciamo dopo?»

«Ci riappropriamo dell’effetto sorpresa e li ammazziamo. Facciamo un favore al mondo»

«Quante ore di fiato ci rimangono?»

jajan trattenne il respiro, estrasse la sua branchia dalle narici e scrutò il piccolissimo monitor sull’aletta mobile. «Due ore e tredici minuti» disse dopo averlo rimesso a posto e aver ripreso a respirare, «alle zecche non danno mai più di un’ora per limitare le aggressioni, però, se li uccidiamo tutti, potremmo arrivare a quasi un giorno».

«È un’idea del cazzo»

«Ho mai avuto altri tipi di idee?»

«No»

«Ottimo, ora che ci siamo chiariti, mettiamoci in azione». Estrassero le branchie delle zecche uccise e salirono le scale, verso il tetto dell’edificio abbandonato nel quale si erano nascosti.

Una volta in superficie si guardarono attorno. Nulla di nuovo, il mondo non era guarito mentre dormivano, continuava a mantenere quella tinta verde acido che aveva da, beh, da sempre ormai. Il cielo era scuro e le nuvole erano larve malate dal ventre gonfio, sempre sul punto di esplodere e ricoprire il mondo delle loro viscide interiora piene di malattia e morte. Tutto intorno era decadente e decaduto. Tuttavia nessuno ci faceva più caso. I palazzi di quella zona erano abbandonati e collassati su sé stessi. Abitati solo da senza fiato in procinto di morire o già morti. L’odore doveva essere pestilenziale, ma chi la sentiva più la puzza? Cose come quella appartenevano a un’epoca ormai morta, un lontano ricordo riscontrabile solo nei vecchi libri, vecchie leggende, antiche creature mitologiche.

«Se ci ammazzano sappi che ti ho sempre odiato»

«Anche io» ricambiò jajan, poi scoppiò l’inferno. Zecche e pallottole ovunque. L’unico rumore un costante e uniforme biiip nelle orecchie di tutti. Dalle canne delle pistole flash intermittenti. Fuochi d’arma da fuoco. Baci di morte dalla distanza. «Fai un bel sorriso bello mio» urlò jajan a Timtim, «con la faccia brutta che ti ritrovi questa è la cosa più vicina a un set fotografico che ti possa capitare»

«Sei un bastardo, la mia faccia l’hai ricucita tu!»

Tre quarti delle zecche erano già morte. L’unica uscita per il tetto era intasata dai corpi dei cadaveri, alcuni di loro erano inciampati sui corpi dei propri compagni, ruzzolando giù per le scale. Improvvisamente un «cessate il fuoco» e le zecche si fermarono. Timtim e jajan continuarono ad ammazzarne qualcuno ma loro avevano smesso di rispondere all’attacco, cosicché anche loro due smisero di ucciderli.

«E lui chi cazzo sarebbe?» chiese jajan.

«È un funzionario» spiegò Timtim, «lui guida le zecche»

«Spiegami perché non lo stiamo uccidendo?»

«Perché è raro che un funzionario scenda fin quaggiù per due senza fiato come noi, dovrebbe essere una qualche specie di onore vederne uno almeno una volta nella vita»

«Esattamente» disse il funzionario.

«Molto onorato, ora possiamo bucarlo?» chiese impaziente jajan.

«Sentiamo cosa ha da dirci, magari è un simpaticone»

«Jajan e Timtim se non sbaglio, i due senza fiato più ricercati di tutti i Continenti Uniti d’America»

«Già» rispose sprezzante jajan, «ma con la j sempre minuscola, i puntini sulle jay sono fondamentali»

«Come vuoi» rispose il funzionario. Con la mano destra chiamò il resto delle zecche, che si misero in fila dietro di lui, armi lungo il copro. Con un altro gesto della mano li portò al suicidio. Tutte le zecche rimaste si spararono un colpo in testa simultaneamente e caddero armoniosamente come un unico corpo. «Bene, ora che ho la vostra attenzione…

Timtim e jajan erano rimasti a bocca aperta, i funzionari erano spietati, se non avessero odiato così tanto le zecche si sarebbero persino potuti sentire dispiaciuti per loro. Ma quelle fottute zecche le odiavano.

«Ciò che vi propongo è una scelta. Potete uccidere me e rubarmi il fiato oppure allearvi con me, diventare funzionari, e avere tutto il fiato che volete»

«Una domanda capo» chiese Timtim, «quanto fiato ha un funzionario?»

«Sei mesi. Sei mesi di fiato prima di dover ricambiare la branchia. Sai, per noi, doverla cambiare troppo spesso è una scocciatura»

«E quando è stata l’ultima volta che l’hai cambiata?»

Il funzionario era vestito di bianco, ovviamente, ma il veleno nell’aria rendeva il suo vestito costoso color verde pisello pallido. Non era basso di statura, ma nemmeno alto e le sue scarpe erano lucide. «Questa mattina» rispose. Poi cadde come un salame sul pavimento del tetto.

«Che cazzo fai?!» chiese Timtim.

«Evito che tu mi tradisca e in più procuro a entrambi tre mesi di fiato a testa» rispose jajan acido quasi quanto l’aria intorno a loro.

«Non ti avrei mai tradito» disse Timtim «lo sai»

«No, questo non lo so, ma so come si sarebbero evolute le cose, il prezzo per diventare funzionario sarebbe stato uccidere l’altro e so anche che non avrei avuto il cuore per tradire te, così ho ucciso lui».

«Non ti avrei mai tradito!»

«Beh, meglio così, meno rimpianti domani. Ora aiutami a raccogliere queste branchie». Timtim non aggiunse nulla e avanzò verso le zecche, lasciando la branchia del funzionario a jajan. Era chinato sulle zecche quando sentì l’amico dire «figlio di puttana!»

«Che succede?»

«Lo stronzo ci ha preso per il culo, non aveva veramente sei mesi di fiato, ha solo un’ora, come tutte altre zecche del cazzo»

«Come hai detto?» chiese Timtim, ma non fece in tempo a sentire la risposta, il lato sinistro della sua tempia cominciò a perdere copiosamente sangue. Poi un secondo colpo freddò anche jajan, che si accasciò accanto al finto funzionario. A quel punto una delle zecche che si era sparato alla tempia si alzò e si scrollò la polvere di dosso. Con il piede fece girare prima il cadavere di Timtim per assicurarsi che fosse morto e poi quello di jajan. Quando fu certo della morte die due cominciò a scendere le scale del palazzo abbandonato, calpestando i copri dei sui stessi uomini. Sorrideva.

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martedì 22 marzo 2016 - 16:17
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