Incubi premonitori #LegaNerd
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raven

Le due ragazze erano a terra sul pavimento del bagno. La prima ad essere stata stuprata giaceva in un angolo con lo sguardo vitreo i segni delle lacrime. Non faceva versi, né si muoveva. Sembrava congelata.

La seconda invece era raggomitolata in posizione fetale ed era scossa invece dal pianto. Un pianto silenzioso, interrotto da rari e piccoli singhiozzi, appena percettibili.

Jack era sulla soglia che si fumava una sigaretta in attesa che i suoi due amici finissero di pisciare. Era stato divertente. Le ragazze all’inizio avevano opposto resistenza, poi avevano capito che non avrebbero avuto speranze: erano troppo piccole mentre loro erano forti e in salute, si erano anche premurati di trovare un bagno pubblico abbastanza isolato sulla statale cosicché nessuno potesse sentire le loro urla.

La notte era buia e senza stelle. C’erano rumori in lontananza provenienti dal boschi ai lati della strada. Per un istante gli sembrò perfino di vedere un ombra muoversi.

-Andiamo? – i suoi amici stavano uscendo dal bagno. Allacciandosi la patta dei pantaloni.

-Mi passi una sigaretta?

-Tieni, è l’ultima

Avevano percorso qualche metro in direzione della macchina quando una figura entro nel cono di luce proveniente dal bagno.

Era una ragazza, di circa vent’anni, con lunghi capelli lisci talmente scuri da sembrare ricoperti di petrolio. Gli occhi erano piccoli e scuri e le labbra sottili e violacee, la pelle talmente pallida da sembrare cadaverica. Il volto era allungato e aveva zigomi ben sporgenti. Indossava un lungo impermeabile nero che le arrivava alle ginocchia e degli alti tacchi.

Fece qualche passo verso di loro ondeggiando, aveva l’andatura di una ragazza ubriaca e anche da come si reggeva e li guardava sembrava aver avuto una serata un po’ folle.

Si fermò e biascicò qualche parola. Non era la lingua che si erano abituati a sentire durante le loro vacanze, ma probabilmente era un dialetto locale. Jack si voltò verso i suoi due compagni con aria perplessa e ricevette in risposta altri sguardi perplessi.

-Parli inglese? – disse con tono deciso

-Turisti? – chiese con l’accento del posto la ragazza. Fece una faccia confusa. Come se parlare una lingua diversa dalla sua fosse faticoso come sollevare una montagna – Quella macchina è vostra? Avrei bisogno di un passaggio per un paese a mezz’ora di macchina da qui. – aveva una voce bassa e roca, con qualcosa di simile ad un gracchiare. Jack se ne sentiva ipnotizzato.

-Sì – guardò i suoi due amici con sorriso complice –potremmo darti un passaggio.

-Grazie mille- disse avvicinandosi barcollando. –Saprò ricompensarvi- disse sorridendo. Aveva una dentatura perfetta e denti bianchissimi. Il suo petto era ormai contro quello di Jack e lei allungo una mano per accarezzargli la mascella quadrata. Aveva dita lunghe e affusolate, con unghie ben curate e senza smalto.

-Oh, ne sono sicuro.

Era sicuramente più carina delle altre due.

Salirono in macchina e lei si accomodò in uno dei sedili posteriori, di fianco a lei si mise Clark, uno degli amici di Jack, mentre Jack si mise al volante e sul sedile del passeggero si sedé Jonah, l’altro amico di Jack.

Avevano dovuto prenderla praticamente in braccio per far sì che arrivasse alla macchina e anche da seduta sembrava stesse per svenire da un momento all’altro. Clark decise che era il caso di tenerla sveglia in qualche modo.

Quando erano partiti per la vacanza on the road nei paesi dell’est Europa si erano aspettati un ambiente quanto meno diverso: nei piccoli paesi la connessione veloce non esisteva, certe ragazze erano brutte come se fossero nate dai campi che lavoravano e la pelle era dello stesso colore, spesso nessuno parlava inglese o erano comunque troppo rozzi per capirli o farsi capire. Le ragazze dei bagni le avevano approcciate nel mercato di uno dei tanti paesi dal nome impronunciabile e con la scusa di riaccompagnarle a casa loro, ovvero al paese vicino (sempre dal nome impronunciabile), per evitar loro di camminare la notte avevano deciso di usarle per divertirsi un po’. Non erano particolarmente carine ma avevano dei bei seni e dei sederi abbastanza sodi; questo le rendeva più belle della maggior parte delle loro coetanee che i ragazzi avevano visto da quelle parti.

La ragazza che avevano ora in macchina però era diversa. Non era semplicemente carina. Era realmente bella. E non solo rapportata alle ragazze di quelle parti, ma anche molte compagne di scuola dei giovani avrebbero sfigurato in confronto a lei. C’era un che di strano. Era così fuori luogo. Una voce nella sua testa cercò di avvertirlo, di fargli pensare a tutti quei film in cui le cose troppo belle non esistono, a quei mostri sotto aspetto di fata o quei demoni sotto aspetto di ragazze bellissime.

Ma esattamente nel momento in cui questi pensieri iniziarono ad ammucchiarsi pronti per prendere forma per fargli accendere la metaforica lampadina, Jonah interruppe il suo flusso di pensieri, dandogli una leggera gomitata e facendogli gesto di accostare.

Accostò in una piccola piazzola a lato della strada, immaginando che comunque nessuno sarebbe passato da quelle parti a quell’ora.

Dietro sentì le risate di Clark e della ragazza. Si accorse in quel momento che avevano pomiciato per tutta il tragitto ed era probabile che si fossero masturbati a vicenda.

-Ti va di scendere qui? – il tono di Clark doveva suonare convincente, ma invece era quello da maniaco che si apposta nei giardini.

-Per fare che? – disse la ragazza. Biascicava e sghignazzava allo stesso tempo. Aveva l’aria di essere un’oca qualsiasi. – Possiamo divertirci anche qui. – Sembrava non badare alla presenza degli altri due, forse troppo brilla.

– Ma in quattro staremmo stretti per quello che vogliamo fare. – Sul volto di Clark comparì un sorriso sadico.

La ragazza si voltò immediatamente verso di lui. Sul volto le passò un ombra di paura. Sembrò che la coscienza di quello che stava per accaderle l’avesse sgombrata degli effetti dell’alcol. Aprì la bocca per urlare ma alle sue spalle Jonah, che nel frattempo era sceso dall’auto, aprì la portiera e la strinse da dietro impedendole qualsiasi movimento. Doveva essere molto leggera vista la facilità con cui il ragazzo riuscì a sollevarla.

Jack era di nuovo lucido ed era già sceso dalla macchina, i suoi pensieri cupi sciolti come neve al sole.

Le urla della ragazza invasero la notte.

– È il mio turno di passare per primo – disse ai compagni in una pausa tra un urlo e un altro. I suoi due complici le stavano già mettendo le mani addosso per svestirla e cercare di immobilizzarla del tutto.

– Accomodati.

La buttarono a terra a pancia in su e prima che lei potesse muoversi lui le fu sopra. Le tenne ferma la testa e con le mani senti l’umido delle lacrime.

– Dammi un bacino. – disse appoggiando le sue labbra su quelle di lei, prima più dolcemente poi con più violenza, obbligandola ad aprire le labbra per infilarle dentro la lingua. Fu un lungo bacio e per un attimo a Jack sembrò che le piacesse. Poi lentamente lui si ritrasse ma sentì i denti di lei trattenergli il labbro, un gesto romantico e tenero, ma innaturale in quel contesto. Poi la sentì tirare e senti la pelle del labbro inferiore e del mento staccarsi.

Il dolore fu immenso, subito si portò le mani alla bocca e come un fulmine si tirò in piedi allontanandosi di qualche metro, giungendo all’altezza dei suoi complici. Guardò in basso verso la ragazza e la vide sputare un pezzo di pelle, la sua pelle, verso terra. I denti, quelli che fino ad un attimo prima erano perfetti denti bianchi, perfettamente allineati come se un’intera equipe di dentisti ci avessero lavorato per anni, erano mutati in denti piccoli e giallognoli, triangolari e all’apparenza affilati come fossero quelli di uno squalo. Sangue le colava dalla bocca e aveva un sorriso famelico stampato in volto.

Si alzò in piedi con un movimento fluido ed elegante e iniziò ad avanzare verso di lui. Anche la sua camminata era diversa: si muoveva come una modella ad una sfilata e il fatto che avesse perso una scarpa nella breve lotta sembrava non influenzarla.

Jack si voltò con un’espressione di dolore mista a panico verso i due amici, che si ripresero in quell’istante dallo shock e si lanciarono contro la ragazza.

Fu uno spettacolo mostruoso, reso ancora più mostruoso dall’illuminazione scarsa proveniente dall’interno della macchina. Clark la getto a terra con tutto il suo peso e, nel momento in cui la schiacciò completamente sotto il suo peso fino a non permettere agli altri due di vederla ci fu come un esplosione inizialmente silenziosa seguita po da quello che sembrava lo sbattere di centinaia di ali, con l’innalzarsi di una nube nera da sotto di lui, nel punto dove si trovava la ragazza, mentre Clark restava steso a pancia in su a qualche metro da dove si era gettato inizialmente. Lei nel frattempo si era alzata e si dirigeva nuovamente verso gli altri due giovani.

Jonah, inizialmente scattato insieme a Clark ma interrottosi quando l’altro aveva effettuato il placcaggio, rimase fermo: era troppo vicino a quelle che era stata la ragazza ora cambiata ancora, il vestito sfilacciato sembrava più lungo e i capelli sembravano tormentati da un vento impetuoso che si accaniva in quell’unico punto, e sapeva che la fuga sarebbe stata inutile, così come provare ad aggredirla.

La ragazza si voltò verso di lui un sorriso quasi dolce, che mutò in un sorriso malvagio, allora aprì la bocca come se stesse per scoppiare in una risata ma dalla sua bocca uscì un suono che da una bocca umana suonava terribile: gracchiò. Non fu un semplice gracchiare di un corvo: era forte, tonante e sembrava echeggiare già nella sua bocca, per poi echeggiare nuovamente nell’aria della notte. E quando l’eco si spense centinaia di corvi risposero al richiamo. Prima quelli che si trovavano in aria sopra di loro, poi anche quelli che vivevano nel bosco.

Fu come se l’intera foresta si svegliasse, e che fosse composta esclusivamente da corvi.

In un istante centinaia, migliaia di corvi li avvolsero e anche la poca luce fino allora presente scomparve.

Jack senti centinaia di pizzichi sulla pelle, prima gli furono strappati di dosso i vesti poi si accanirono sulla pelle. Non li vedeva, ma sentiva il rumore assordante di tutte quelle ali sbattere insieme, lo spostamento d’aria che causavano, il suo corpo che urtava i loro, le loro unghie e i loro becchi.

Dopo poco gli sembrò di non avere più pelle e capelli e li senti accanirsi sulla carne viva. Non aveva più controllo sul suo corpo, era come trovarsi avvolto nel filo spinato, con i corvi che continuavano a staccarsi per dare spazio ad altri loro simili. Perfino urlare era impossibile. Sentì alcuni corvi iniziare a mangiargli le interiora e si chiese come fosse possibile che non fosse ancora morto, poi li sentì rompergli il cranio e capì che si doveva trattare di un incubo.

Alla fine si senti leggero come se non avesse più un corpo e sentì i corvi mollare la presa. Non è che li sentì davvero mollare la presa, l’intero sistema nervoso era già stato mangiato, ma intuì che l’avessero lasciato cadere dalla caduta. Non c’erano più suoni.

Dopo poco i corvi si dileguarono completamente e scoprì di poter ancora vedere. Ai margini del suo campo visivo vedeva due mucchi di ossa, in entrambi c’era un cranio ma solo uno era voltato in modo che lui potesse vederne gli occhi. Alla luce della macchina sembravano verdi come quelli di Jonah e continuavano a guizzare da una parte all’altra delle orbite ma abbastanza difficile intuire quale che fosse l’espressione del volto in assenza di pelle e muscoli.

Poi nel suo campo visivo entrò una ragazza. Era una ragazza di circa vent’anni ma non sembrava la stessa a cui avevano dato un passaggio.

Aveva i capelli neri come la pece ma i suoi erano ricci e sembravano indomiti, mossi da un vento infinito, il volto sembrava pallido e cadaverico ma portava un pesante trucco nero come quello di una ragazza goth, tanto che i suoi occhi, ora pozzi neri opachi che sembravano assorbire ogni fonte di luce, sembravano ingigantiti, le unghie sia di mani che di piedi erano nere violacee tanto da sembrare ferite da congelamento ed erano lunghe e affilate, come artigli di un uccello.

La parte però più affascinante era il vestito: era un vestito che le arrivava alle caviglie, nero e sembrava fatto di tanti frammenti uniti insieme, delle piume quasi, le maniche erano larghe e sulle spalle portava un mantello che arrivava fino ai piedi, dello stesso colore e materiale del vestito.

Jack ebbe modo di notare tutti questi dettagli mentre la vedeva chinarsi su uno dei mucchietti di ossa, quello di cui non vedeva gli occhi, e raccogliere qualcosa e infilarselo in una della due maniche, poi con passi leggeri, toccando a mala pena terra, raggiunse il secondo mucchio d’ossa e si chinò, questa volta dandogli le spalle e coprendo le ossa, impedendogli di vedere cosa faceva. Lo intuì quando si rialzo e si girò permettendo a Jack di vedere nuovamente il cranio, ora però senza occhi.

La vide avanzare verso di lui e desiderò scappare. La vide chinarsi e per breve vide i denti e la lingua dell’essere: i primi sembravano quelli di uno squalo ma neri, come piccole lame di ossidiana e la lingua era anch’essa nera, lunga e stretta.

L’essere allungò una mano e poi per Jack fu buio.

 

Ilona era appoggiata al cofano della sua macchina. Era una macchina vecchia ma non quanto lei. Era stanca. Lei, non la macchina.

Aveva sentito di persone invecchiate che avevano mantenuto la lucidità mentale e che col tempo necessitavano di dormire sempre meno e si sentivano in grado di fare sempre più cose, sempre che non prevedessero eccessivi sforzi fisici, ovviamente.

Questo non valeva per lei. Ed era convinta che se quelle persone avessero vissuto la vita che aveva vissuto lei, sarebbero state già cibo per vermi da molto tempo. Aveva visto due guerre mondiali e la guerra fredda, certo durante la grande guerra era poco più che bambina, ma questo non l’aveva risparmiata dalle sofferenze della sua famiglia e ricordava molto bene cosa aveva dovuto fare la sua famiglia, i sacrifici che avevano compiuto e le azioni di sua madre per proteggere lei, i suoi fratelli e le sue sorelle. Azioni che dovette compiere durante la seconda guerra mondiale lei, allo scopo di proteggere il villaggio e i suoi abitanti, e poi ancora dopo, durante la gli scontri avvenuti durante la guerra fredda. Quando gli elefanti si fanno la guerra, sono le formiche a essere schiacciate. Non quella formica. E non il formicaio dove viveva lei, dovevano solo provare a disturbarla.

Ma non erano state le guerre a fiaccarla, i suoi alleati erano potenti e la proteggevano e aiutavano ogni qualvolta lei avesse bisogno, a patto di pagare il dovuto prezzo, ma nei tempi più bui anche i suoi alleati decidevano che era meglio collaborare gratuitamente.

A stancarla così non era stato neanche il fatto di dover gestire la fattoria da sola. Era un gran pezzo di terreno e aveva molti animali, ma nessuno nel raggio di chilometri sarebbe andato ad aiutarla. La rispettavano, certo. E le erano grati per quelle che lei e tutte le sue antenate avevano fatto per loro e se lo ricordavano. Ma mai si sarebbe alleati apertamente con una della sua razza. Strega. Sentiva ancora i sussurri dei più vecchi quando si recava al villaggio. I più giovani non credevano a quelle fiabe, eppure non le si sarebbero avvicinati neanche per tutto l’oro del mondo.

Non erano stati neanche gli insulti e la parziale solitudine a rendere quegli anni così stancanti.

A stancarla erano state le ragazze. In più di cent’anni di vita ricordava che decine di ragazze erano andate da lei, indirizzate da sue consorelle o guidate da una forza interiore, erano sempre giunte da lei. Era la più forte. La matriarca della congrega. E presto o tardi tutte le ragazze giungevano da lei. Ma nessuna durava a lungo abbastanza. Ricevevano gli insegnamenti necessari per superare la prova, o si facevano iniziare alle arti della stregoneria per poi andare da una strega più ben disposta a insegnarle. Alle più deboli inspirava forza. Alle più sciocche dava libri. raddrizzava le più indomite.E l’unica ragione per cui tutte superavano il rito era perché nel momento del bisogno facevano ricorso ai consigli che lei aveva dato loro.

Quando fu indicata dalla congrega come nuova matriarca era ancora relativamente giovane. Allora era convinta di essere la migliore strega ma ripensandoci con l’avanzare dell’età si era accorta che altre sue coetanee avrebbe potuto facilmente surclassarla.

Ma ora erano tutte morte.

Era la più vecchia e la più saggia, e per essere considerata la strega più forte erano due virtù indispensabili. Ci sono mestieri in cui avanzando con gli anni, nonostante tutta l’esperienza acquisita, non si può fronteggiare la nuova generazione, questo non vale per le streghe. La nuova generazione avrebbe impiegato anni a raggiungere il suo potere, così come lei non aveva neanche un briciolo del potere della sua predecessora quando era stata nominata.

Avrebbe impiegato anni se non si prendeva in considerazione Mòrrìgu.

Non aveva mai visto una strega così giovane e così potente. E dubitava perfino di essere lei così forte.

Aveva assistito personalmente al suo risveglio durante la prova e ciò che era tornato indietro non era eccessivamente diverso da quello che era partito.

Quando si era presentata alla sua porta Ilona aveva visto chiaramente che era diversa, ma non sapeva in cosa. Non era frivola come molte ragazze della sua età, ne era interessata a usare i sortilegi e i filtri per scopi personali come facevano tutte le ragazze, perfino le più diligenti.

La prova l’aveva completata. Aveva sviluppato un legame con gli spiriti come nessuna altra strega, come se fossero parte integrante del suo essere. Sarebbe stata sicuramente lei la prossima matriarca.

Aveva pensato a Mòrrìgu mentre si dirigeva lì e ancora mentre si prendeva cura delle ragazze.

Ora invece era appoggiata al cofano della sua macchina pensava solo a quanto fosse stanca. A quanto il tempo l’avesse indebolita.

Ma non doveva cedere, per nessuna ragione. C’era ancora qualcosa che doveva fare. Era da tempo che sentiva un vibrare nell’aria. Lo riconosceva come una spezia in piatto. Sapeva di conoscere quella spezia, ma non aveva idea di quale fosse e in quale piatto l’avesse già mangiata.

I suoi pensieri furono interrotti dall’arrivo della ragazza. A malapena toccava terra prima di fare un altro passo. Non la degnò di uno sguardo ed entrò nei bagni pubblici.

Poco dopo uscì e si diresse verso Ilona.

-Me ne sono occupata io. Stanno bene e non ricorderanno nulla. – rispose prima che fosse posta la domanda. Ilona cercò di mantenere lo sguardo più severo possibile e la fissò attentamente negli occhi

-Peccato. – Mòrrìgu distolse lo sguardo con aria disinteressata e un lieve sorriso.

-Cosa volevi farne? – Ilona era preoccupata delle risposta che avrebbe ricevuto. La ragazza non era malvagia, ma conviveva con spiriti imprevedibili.

-Non di sola carne si nutre il corpo. Agli spiriti sarebbero piaciuto i ricordi che hai estratto a quelle ragazze.

-E da quando sei così spietata? Certo anch’io vorrei punire gli uomini che abusano delle donne, e sono certa che quei tre meritassero una punizione esemplare, ma perfino gli uomini aberrano la pena di morte, e quelli che ancora la applicano fanno sì che sia indolore, perlomeno nei paesi civili. – non c’era rimprovero nel tono della sua voce. Nel corso dei decenni si era esercitata a non far trasparire nessun genere di emozione ne dalla voce ne dal volto, a meno che non volesse, e anche allora poteva far trasparire l’emozione che voleva, come la migliore delle attrici. Neppure il più esperto degli psicologhi avrebbe potuto decifrarla

-Gli spiriti sono irrequieti. Pensavo che dar loro i corpi di persone così orrende li avrebbe calmati un po’.

-E hai deciso di diventare la paladina della notte? Quanti peccatori hai dato in pasto ai tuoi corvi?

-Un po’- la ragazza diventò improvvisamente seria e rivolse uno sguardo corrucciato alla donna, intanto infilò la mano destra nella manica sinistra. Maneggiò qualcosa, probabilmente una tasca interna e poi tese il braccio sinistro avanti a sé e lentamente lo abbassò. Quando fu inclinato all’incirca di 45° qualcosa iniziò a roteare fuori. Prima una, seguita subito da una seconda e una terza. Quando il braccio fu completamente abbassato lungo il corpo per terra c’erano una ventina di piccole sfere bianche. Una ruotò fino al piede di Ilona che si abbassò a raccoglierla. Non c’era molta luce e la vista le stava calando quindi ci mise un po’ ha distinguere bene cosa fosse. Aveva la consistenza di una biglia di vetro, del diametro di circa 2 centimetri, su un lato aveva un buco e intorno ad esso c’era un cerchio di colore azzurro, ma sembrava sbiadito rispetto a come sarebbe dovuto essere. Aveva già visto degli occhi del genere, ma molto tempo prima, nelle mani di vecchie streghe quando lei era ancora molto giovane, o di sue coetanee particolarmente invasate o furiose con qualcuno, ma sempre molto tempo addietro.

-Se davvero volevi saziare gli spiriti non solo di carne, perché le anime delle tue vittime si trovano ancora dentro i loro occhi? – usò un tono quasi saccente, come se non le importasse di quei morti.

-Sono loro a rifiutarle, non devo neanche cristallizzare l’occhio. È come se compissero loro il rito necessario. – qualcosa nella sua voce tradiva una certa ansia. Non era abituata a non avere le cose sotto controllo.

-Affascinante – Ilona era preoccupata forse quanto la ragazza. Sentiva lo sguardo dell’altra strega fisso su di lei mentre rigirava nella sua mano l’occhio e l’osservava, come se fosse la prova di un qualche caso e le bastasse quello per risolverlo.

-Stavo venendo da te. – proseguì la Mòrrìgu.

-Da me? – anche senza intonazione, le parole tradirono il suo stupore. Smise di rigirarsi l’occhio e guardò verso la ragazza: aveva l’espressione di una bestia feroce ferita, che non aveva più speranze e chiedeva pietà.

-Credo di aver fatto arrabbiare gli spiriti. Penso che sia per questo che sono irrequieti. Devo averli contrariati in qualche modo.

Ilona sorrise comprensiva. Negli ultimi tempi altre sue consorelle le avevano espresso preoccupazione di un qualcosa che si stava muovendo. Una sorta di vibrazione nell’aria.

-Non sei tu ragazza – disse riabbassando lo sguardo sulla biglia che teneva in mano – Sali in macchina, dobbiamo capire cosa sta succedendo. – disse voltandosi e salendo lei per prima in macchina.

Era vecchia e si sentiva stanca. Non era il momento di lasciare che le cose facessero il loro corso: se voleva essere certa di proteggere ciò che le era caro, la congrega, le sue conoscenze, l’eredità lasciatele da generazioni di streghe, perfino quelle terre e la gente che l’abitava, doveva smuovere le cose, capire cosa stava succedendo e risolvere il problema prima di essere morta.

Si allacciò la cintura e nel frattempo la ragazza fece il giro dell’auto e si accomodò. Il vestito era ingombrante e la macchina poco spaziosa perciò fece fatica a sistemarsi. Sembrava più rilassata e stava sistemando qualcosa nella manica sinistra.

-Quei cosi lasciali qui. – Disse Ilona cercando di far partire la macchina.

-Come?

-Non voglio occhi con dentro l’anima di persone che hai ucciso in casa mia. Nemmeno per poco tempo. Gettali fuori.

Mòrrìgu abbasso il finestrino e li lasciò cadere.

Oltre gli alberi iniziava ad albeggiare. Ilona uscì dal parcheggio e iniziò a guidare verso casa.

Quel gusto che non riconosceva. Quella spezia che non ricordava in quale piatto le era stata servita. Guardò la ragazza con la coda dell’occhio. Mòrrìgu. Una delle diversa trascrizioni che aveva la Mòrrìgan, la dea della guerra celtica. aveva sempre immaginato che la madre della ragazza fosse stata ispirata in qualche modo nel darle quel nome e sapeva che c’entravano gli spiriti. E ora ricordava cos’era quella sensazione. La guerra era vicina. E sapeva che questa non avrebbe coinvolto solo l’umanità

 

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NdA

Questa è la primissima volta che scrivo qualcosa che non sia un tema scolastico, e anche da quelli sono passati un paio di anni. Questo racconto entrerebbe a far parte di un insieme di racconti che mi piacerebbe scrivere (se mi vengono altre idee vagamente decenti) mi piacerebbe sapere cosa ne pensate, oltre alla forma grammaticale e sintattica, anche dello stile e, per quanto so che sono ancora poco i dettagli, dell’ambientazione.
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