I cinque corollari del pigro #CoolStoryBro
di
Nitch Nitch
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1: svenevolezza

≪Ciao, mi chiamo Elisa, stamattina eravamo insieme in sala, non so se ti ricordi di me… mi chiedevo se ti andasse di vederci per un caffè… perdona la sfacciataggine, spero di non averti infastidito, mi auguro di sentirti presto! :-)≫

Non può essere vero. Mi chiamo Federico Nicolao e questo dev’essere un sogno.

Lo schermo troppo luminoso dello smartphone nella stanza buia mi fa lacrimare gli occhi e sono ancora un po’ intontito dal sonno, ma non ho dubbi: questo messaggio porta con sé un cambiamento, un’inequivocabile e profetica rivelazione, che va al di là di ogni previsione e delle mie più rosee aspettative, e che potrebbe cambiare radicalmente e in modo duraturo la mia vita. Le parole affiorano chiare nella mia mente: il toast è caduto dal lato non imburrato; o, come avrebbe detto mio padre, “finalmente una botta di culo!”.

Da quel momento, alle due di notte, mentre fisso con sguardo inebetito il mio telefono, steso di lato sul letto, la mia vita prende ad accelerare a dismisura. Come il copione già scritto di una favola Disney, le pagine della mia vita scorrono con incredibile rapidità, ed è con la distratta ed ingenua sensazione di invincibilità che solo la vera felicità sa donarmi, che osservo quel coraggioso messaggio di testo trasformarsi in una passeggiata romantica, poi in erotiche risa, poi in notti infinite. Un’evoluzione della mia monotona vita contratta in un istante, ma che mi rende l’uomo che avrei sempre voluto essere, l’uomo i cui desideri sono stati tutti esauditi, uno per uno. Inverosimilmente, uno per uno. Provvidenzialmente, uno per uno.

Sono passati due mesi e sono a letto con l’amore della mia vita, Elisa, a guardarla dormire e sento, tuttavia, che c’è qualcosa, nel mio idillio d’amore, nel mio eclatante benessere, su cui dovrei ragionare. Peeee. Mi chiedo come si possa riflettere tranquillamente con questi fastidiosi rumori. Un po’ di rispetto per chi vuole concentrarsi! Arrabbiarsi non serve, sarà un clacson. Dov’ero rimasto… Ah, già; quella sensazione indefinita, purtuttavia insidiosa, sulla quale dovrei soffermarmi. Da quando Elisa ha trovato il coraggio di scrivermi, quel coraggio che a me sarebbe sempre mancato, la mia vita è divenuta perfetta: sono completamente e definitivamente appagato; essere sospettoso in questo periodo così celestiale della mia esistenza è da masochisti, starò… Peeee. Incredibile! Non la smettono di far chiasso, anzi, suonano sempre più forte! Comunque, è tutto inutile, dovrei smetterla di tormentarmi. La ragazza che ho segretamente ammirato per settimane, beandomi tacitamente della sua sconfinata bellezza da dietro il vetro dei miei ridicoli occhiali, adesso fa parte della mia vita e nulla al mondo potrà mai cambiare questa meravigliosa realtà. Nulla al mondo potrà portarmela via. PEEEE.

Al diavolo, mi scoppia la testa, vogliono forse far svegliare tutto il palazzo? Peeee. Mi accorgo di non sentirmi bene, mi gira lievemente la testa e questo rumore assordante non aiuta per niente. Peeee. La poca luce intorno a me si affievolisce ulteriormente: sto forse svenendo? Peeee. Se devo svenire ben venga, sono stanco e non ho la forza di lottare e, soprattutto, sono già a letto; ho appena scoperto che un pigro sviene più in fretta. Ormai è fatta, che il buio mi prenda.

Peeee. Peeee. Peeee. Peeee.

Mi fa male il collo ed ho la guancia addormentata, la cornetta del telefono è ancora appoggiata all’orecchio: il peso della mia testa ha impedito che scivolasse a terra. Non avevo i soldi per pagare la bolletta, così ieri sera ho chiamato il call center del mio fornitore di corrente elettrica, per pregarli in ginocchio di non staccare la luce… fosse stato per lampadine e acqua calda avrei sopportato in silenzio, ma poi ho pensato all’ADSL e ho composto il numero in fretta. Mi hanno messo in attesa e mi sono addormentato; a giudicare dal maledetto “peeee peeee”, qualcuno alla fine ha risposto, non mi ha trovato sveglio ed ha riagganciato. Poso il telefono al suo posto.

Una sola ed unica emozione pervade il mio spirito, la più amara delle sensazioni: svegliarmi e sapere di essere solo è senza ombra di dubbio la più grande delusione che ricordi di aver mai provato.

 

2: stanchezza

“Questo è un sogno”. Ricordo chiaramente di averlo pensato mentre dormivo… Autoironia inconscia? Che schifo di senso dell’umorismo, non sono altro che uno sfigato e il mio subconscio si diverte a ricordarmelo, prendendomi per i fondelli. Bullismo intrapsichico.

Quando in chat lo racconto a Gianni, il mio amico di penna, l’unica domanda degna di nota che riesce a rivolgermi è: ≪Sul serio hai sognato uno smile?≫

≪Perché no, doveva sembrare realistico, altrimenti come mi si sarebbe spezzato il cuore, se non ci avessi creduto fino in fondo?≫

≪Maledetti sogni, ne sanno una più del diavolo≫

È fatto così Gianni, riesce a rendere grottesco anche il mio melodrammatico romanticismo. Sono contento che sia mio amico quell’idiota di Gianni, gli voglio bene.

Decido che è ora di spegnere il PC e di iniziare a fare qualcosa di seriamente costruttivo per rimediare alla mia fastidiosa semi-povertà, che comincia a diventare ingestibile. Naturalmente, dal momento in cui il mio spirito d’iniziativa si fa vivo a quello in cui effettivamente spengo il computer, passeranno almeno un altro paio d’ore. Che poi, casualmente, è proprio il lasso di tempo che serve a sedare ogni mia vena propositiva, ma questa è un’altra storia.

L’evento rilevante, invece, è che ciò che faccio in queste due ore si rivela, per una volta, davvero istruttivo: mi impegno in una ricerca sulla dilatazione temporale nella dimensione onirica. Sì, mi piacciono i paroloni. E sì, un po’ per allontanare la malinconia, un po’ perché la mia mente contorta si sofferma sempre sul particolare che il resto del mondo ritiene meno interessante, ecco che tutta la mia attenzione ora è rivolta all’infinità di pensieri che sono riuscito a formulare, in sogno, tra un “peeee” e l’altro del mio telefono. Quanto passa tra un segnale acustico e l’altro? Alzo la cornetta, compongo un numero che non esiste, poi cronometro: quasi tre suoni al secondo. Voglio fare lo sborone e decido che tra un “peeee” e l’altro trascorrono quattrocento millisecondi, nessuno saprà mai che ho contato guardando l’orologio a lancette.

Sono davvero in grado di pensare a questa velocità? Nel sonno, potrei aver sentito un “peeee” sì e venti no, e questo spiegherebbe il dilungarsi del sogno tra un suono e l’altro. Può darsi, ma dev’esserci dell’altro. Ricordo che mi è già successo altre volte; quando mi capitò di cadere dal letto, ad esempio, riuscii a costruire l’intera trama di un sogno nel lasso di tempo che impiegai ad arrivare sul pavimento: ero in caduta libera, aspettando il momento esatto in cui aprire il paracadute. Vedendo il suolo avvicinarsi, provavo quella terribile sensazione che saltella dai genitali al basso ventre, che solo i maschi possono capire fino in fondo. Il paracadute, ovviamente, si rivelò guasto, così tentai di planare verso il mare, nell’infondata convinzione che l’impatto con l’oceano mi avrebbe portato al massimo un raffreddore: in un incubo avrei temuto la morte, ma quello era solo un tenero sogno innocente. Infine, prima dello schianto, ebbi tutto il tempo di pensare a quanta fatica avrei dovuto fare per raggiungere il luogo prefissato per l’atterraggio: l’auto era lì ad attendermi, ma prima mi aspettavano centinaia di sfiancanti bracciate. Altra caratteristica dei pigri, non temono la morte più di una nuotata.

Quella volta fui felice di svegliarmi accanto al mio letto: rimettersi sotto le coperte sarebbe stato comunque uno sforzo non indifferente, ma il tragitto era breve ed il materasso, pur non condiviso con la ragazza dei miei sogni, fu comunque accogliente.

 

3: arrendevolezza

Alla fine dalla sedia mi ci alzo per davvero, ma non grazie alla mia forza di volontà: hanno staccato la corrente elettrica. Prima che il PC si spegnesse bruscamente stavo disegnando con Paint il mio volo con paracadute difettoso; spero che fosse attivo l’auto-salvataggio, perché mi stavo impegnando parecchio.

Prima di vestirmi mi lavo. Non è vero, la caldaia va a elettricità e non ho il coraggio di bagnarmi con l’acqua gelida… Errata corrige: prima di vestirmi mi tampono la pelle con un panno umido. Perché non scaldo una pentola d’acqua sui fornelli? Perché la fornitura di gas me l’hanno sospesa ieri.

Esco di casa e mi dirigo verso il solo ed unico posto che frequento ormai da due mesi a questa parte. Non è un centro per l’impiego. E no, non è nemmeno la mensa dei poveri. Ogni giorno mi reco nella biblioteca universitaria, nella facoltà di neuroscienze, e leggo il volume che in quel momento maggiormente mi ispira, prediligendo la saggistica americana, e immergendomi per ore nella lettura. Una volta ho anche pensato di fare domanda di assunzione come bibliotecario, ma il mio obiettivo finale mira molto più in alto di qualsiasi scaffale impolverato: ho sfogliato, finora, quasi cento libri e, continuando a farlo, spero di trovare la mia vera vocazione, per poi poterla perseguire con tutte le mie forze. Sono qui seduto con un tomo che tratta, prevedibilmente, di psicofisiologia del sonno e penso che ho quasi quattro laure: dovranno pur servire a qualcosa! Ma non ho “quasi” quattro lauree nel senso che ne ho conseguite tre ed ho superato molti esami di una quarta; piuttosto nel senso che ho dato almeno il novanta per cento degli esami di quattro differenti indirizzi di laurea: fisica, medicina, psicologia e filosofia. Gli esami che non ritenevo utili ho deciso di non studiarli, non ottenendo nemmeno una laurea, in barba al sistema universitario. “Anarchia!”.

Tirando le somme, dal mio semplice ma utopistico piano per scoprire quale lavoro potrei svolgere, si possono dedurre due verità sulla mia persona: la prima è che non mi si è mai manifestata nessuna sincera vocazione; la seconda è che non sono disposto ad impiegare i miei sforzi per nulla che non sia fatto in nome di questa mia non ancora rivelata attitudine.

A qualcuno questa potrebbe sembrare una filosofia di vita perfetta solo per passare nella rassegnazione gli ultimi giorni della mia vita, preparandomi a morire di fame… Ebbene, quel qualcuno avrebbe ragione. È inutile umiliarsi inventando una teoria che dimostri il contrario: conosco bene le infinite potenzialità della mia idiozia! Avrei smesso, infatti, di seguire questa ridicola strategia già due settimane dopo averla ideata, se a studiare ogni giorno nella mia stessa biblioteca non ci fosse stata Elisa (il cui nome lo lessi sul badge universitario appuntato al suo petto).

Fischi e lancio convulso di pomodori marci. Meritatissimi. Quasi quattro lauree, quasi cento libri e ora quasi pronto per mendicare. E tutto per una ragazza? Non suona ancora abbastanza sessista… E tutto per una femmina!? Ovviamente no, sarei stato comunque un reietto della società: lei mi ha reso solo un reietto della società con un’avvilente ed anacronistica cotta. Chissà se riuscirò mai a conoscerla.

No… No, per favore, non ora. Perché proprio ora! Ho i capelli sporchi, probabilmente puzzo! Almeno i denti li avrò lavati prima di uscire di casa? Oh no, ho la zip aperta…

“Chiedo scusa, posso sedermi qui?”

“Ehm.. Come?”

“È libero questo posto?”

“Dovrebbe esserlo… In effetti, sono tutti liberi i posti a questo tavolo, oggi è stranamente poco affollato”

“Ah… Sì… Ha ragione, qui è deserto e io disturbo l’unica persona seduta, mi scusi, andrò ad un altro tavolo”

“Cosa? No, non intendevo questo! Io…”

“Perdoni il disturbo, buona lettura”

I passi di Elisa sul marmo in lontananza sono l’ultimo suono che sento mentre una timida lacrima segna l’infrangersi di ogni mia speranza in un futuro dignitoso. L’Elisa del mio sogno è scomparsa con il risveglio, l’Elisa del mondo reale è scomparsa con un imbarazzante scambio di battute. Dovrei richiamarla per dirle che mi ha frainteso? No, sono troppo sfiancato per un ulteriore mortificazione. Terzo corollario dell’uomo pigro: è troppo stanco anche per non lasciar scappare la donna della sua vita.

 

4: sbrigatività

È ora di pranzo, ormai, ma nel mio stomaco non c’è posto per altro che per la nausea. Mi frullano in mente tutte le proposizioni che avrei potuto pronunciare per evitare di essere frainteso, le infinite varianti sostituibili a quella che è forse l’unica frase a poter essere letta anche come un rifiuto. Perché non ho usato altre parole? Perché non ho riflettuto prima di aprire la bocca? Perché non mi fermo mai a pensare prima di aprire la mia stramaledettissima bocca?

Poi sento un suono. Un rumore strascicato e distorto, simile a quello prodotto da un gong. Cosa mi ricorda questo effetto sonoro? Ah già, quel fastidioso “peeee” dell’altra volta. È molto strano, perché anche la scalinata della biblioteca dalla quale sto uscendo sembra distorta, quasi stiracchiata. Oh, ma è chiaro, sia ringraziato il cielo! Questo è un sogno! Mi sarò appisolato davanti al PC ed ho sognato di nuovo Elisa… Questo è solo il dannatissimo incubo dal quale sto per svegliarmi e grazie al quale ringrazierò la mia vita per non essere così penosamente miserabile come quella del mio alter ego nel sogno; dopo il risveglio traumatico di stamattina, il karma mi premia donandomi un risveglio gratificante, del quale gioirò, perché questo incontro sfortunato con Elisa non è stato altro che la trama di un orribile delirio notturno. Mitico karma!

Il gong si ripete: sarà il suono della mia sveglia che sto incorporando nel sogno? No, non è abbastanza acuto, forse stanno bussando alla porta: arrivo! Giusto il tempo di ringraziare il karma, se lo merita! Ma il terzo gong riesco a sentire chiaramente da dove proviene: è il mio cuore che batte. Strano… molto strano. Guardo in basso e mi accorgo di essere al terzo gradino; particolare irrilevante: a questo punto non dovrei essere già sveglio? Diamine, ho studiato qualcosa del genere: si tratta senz’altro di allucinazioni ipnopompiche! Quelle inquietanti allucinazioni notturne nelle quali si è paralizzati a letto e non si riesce a svegliarsi. Mi compiaccio delle mie capacità di autodiagnosi, alla fin fine è vero che non serve una laurea! E se questa è un’allucinazione resta il fatto che ora sono sotto le coperte, questione di secondi e mi sveglierò tutto sudato.

Da quanto sarò in questa fase allucinatoria? Forse cinque minuti. No, dimenticavo l’iper-dilatazione del tempo nei sogni: probabilmente dura solo da un minuto. Mi balena un pensiero: ricordo chiaramente ogni singolo avvenimento dal mio risveglio di stamattina a questo momento, proprio tutto. Ma se c’è una cosa che ho imparato dal film “Inception” è proprio che, in un sogno, non ci si ricorda mai come si sia arrivati in un luogo, o come sia nata una discussione, né, in generale, come il sogno stesso abbia avuto inizio: veniamo calati nel mezzo della vicenda senza preamboli. Sto davvero anteponendo un film di Hollywood a circa sessanta esami superati con il massimo dei voti? Mia madre faceva bene a non farmi guardare troppa televisione: forse ero il tipo di bambino che dopo aver visto Peter Pan sarebbe uscito in strada ad infilzare passanti coi baffi. “Muori, Uncino!”.

Vorrei continuare a concentrarmi sulla mia attuale, triste crisi allucinatoria e invece non riesco a fare a meno di ripensare ad una cosa: Elisa ha chiesto se il posto accanto al mio fosse libero, ad un tavolo a cui ero palesemente seduto solo io… Prima ipotesi: ha una grave patologia neurologica che le causa cecità selettiva, poverina. Seconda ipotesi: voleva sedersi proprio accanto a me. Il mio abituale livello di autostima mi suggerirebbe che ad essere corretta è la prima ipotesi. Ma in cuor mio so che è vera la seconda; e a lei quella richiesta doveva sembrare così sfacciatamente evidente, così estremamente esplicita, che qualsiasi mia risposta diversa da “certo, si sieda pure!”, non poteva che suonare come un “sì, è libero, ma preferisco comunque sedere da solo”. Perché non l’ho capito al volo? E perché mi faccio domande zelanti e razionali su un sogno?

Mentre penso ciò, avverto un profumo. Al tavolo non mi ero accorto di quanto fosse intenso e piacevole, ma si tratta chiaramente del profumo di Elisa. È alle mie spalle e si avvicina alle scale. Senza voltarmi, ora faccio caso anche al rumore di uno dei suoi passi sul marmo, leggero e aggraziato, che solo poco fa, mentre si allontanava dal tavolo, suonava per me come il rintocco delle campane a morto. È proprio questo suono, unito al profumo, che mi fa cogliere, in un brivido, l’incredibile verità. Non so come sia possibile, ma questo non è un sogno. Ed io non sto dormendo. Ma, soprattutto, io sono proprio qui.

Gong. Il mio cuore ha appena pulsato una quarta volta mentre guardo il mio piede posarsi sul quarto gradino della scalinata. Dagli ultimi cinque capoversi sono trascorsi più o meno due secondi, per cui, o questo racconto è diventato insostenibilmente digressivo e descrittivo, o il tempo ha rallentato parecchio.

Il secondo passo di Elisa mi avverte che ora è a meno di un metro da me.

Qualsiasi sarà la mia prossima mossa per riprendere in mano le redini della mia logora vita, potrebbero plausibilmente volerci pagine e pagine per descriverla… ma vi prego: non smettete di leggere, prometto di sforzarmi di rivoluzionare la mia esistenza in pochi secondi. Anzi, in pochissime righe. A garanzia della mia promessa, c’è la nuovissima, nonché inaspettata “Legge del pigro alle prese con il tempo dilatato”: un quarto d’ora racchiuso in un secondo è davvero una noia mortale: il pigro farà proprio di tutto per dare un senso alla storia nel minor tempo possibile. Dopo deve andare a riposare.

 

5: risolutezza?!

“Elisa, posso parlarle un secondo?”

Mi sono voltato. Non di scatto, per non dare l’idea di essere lì ad aspettare che lei mi raggiungesse, ma nemmeno con eccessiva disinvoltura: non vorrei assumere un fare troppo teatrale, che non mi si addice proprio per niente; la velocità della torsione del mio busto, il tempo impiegato dai miei occhi ad incrociare i suoi e il tono della mia voce devono trasmettere un messaggio preciso: ≪non mi aspettavo di rincontrarti, ma già che ci siamo, ascolta le mie piagnucolose scuse≫.

Il suo sguardo è sorpreso, gli occhi leggermente sgranati. Ma c’è dell’altro: colgo forse un velo di disgusto, condito con una spolverata di rancore? Non prosegue dritto piantandomi in asso, non mi manda a quel paese e non distoglie lo sguardo, per un interminabile, insopportabile ed angosciante intero secondo. Quindi, proseguo.

“Mi perdoni se ho lasciato intendere di non voler essere infastidito. La verità è che se continuo a venire qui da un bel po’ è proprio perché, un giorno o l’altro, speravo di poterla conoscere”. Ho scartato almeno venti frasi diverse prima di decidere di pronunciare quella che esprimesse qualcosa di sensato, qualcosa di inaspettato, qualcosa che avrebbe fatto inderogabilmente rimanere Elisa a parlarmi, o che l’avrebbe fatta scappare. Niente mezzi termini, è finito il tempo della balbuzie da contatto eterosessuale!

Alza leggermente il mento, solleva la palpebra inferiore di un paio di millimetri, la regolarità del suo respiro è interrotta da una sonora espirazione… Cosa cacchio ho appena detto? Stupido, megalomane idiota, mezz’ora a soppesare le parole (sì, sì, lo so che era solo un secondo), e ti giochi così la tua ultima opportunità? Imbecille di un ritardato, grandissimo coglio…

“Non mi chiamo Elisa”

“Come?”

“Non mi chiamo Elisa. Questo badge è di una mia amica, io non studio qui, ho preso il suo e ci ho incollato la mia foto, altrimenti non mi avrebbero fatto entrare”

“E com’è che si chiama?”

“Luisa. Come nome è molto simile al suo, ma il mio è più bello”

“Senza ombra di dubbio. Immagino la rabbia della sua amica per essere arrivata a sole due lettere dalla perfezione e non averla raggiunta”. Sono settimane che continuo a ripetermi che Elisa è il nome più armonioso, soave, dolce e sensuale che sia mai esistito. Ma, ehi, tutti possono sbagliare, no?

Aspettate un momento: mi sta ancora parlando! La voce è fredda e l’espressione leggermente crucciata non è cambiata, ma ha comunque deciso di rispondermi. Intravedo qualcosa… è il suo muscolo zigomatico che tremola e si sforza di rimanere rilassato per non rivelare un sorriso? Eppure è tutto inutile: può impegnarsi in uno sforzo isometrico per lasciare ogni tratto del viso al suo posto, ma l’angolo destro della sua bocca non mente.

“Come mai falsifica un tesserino per venire qui? Passione irrefrenabile per le neuroscienze?”

Un lieve rossore affiora sulle sue gote. Oh mio Dio! Sta proprio arrossendo! Quasi immagino, con ribrezzo, Gianni che scrive: ≪donne imbarazzate: brache già calate≫. Non mi fa poi tanto bene chattare con lui.

“E tu perché mi dai del lei come se avessi sessant’anni?”

“Scusami… imitavo te”

“Do de lei solo agli sconosciuti antipatici, per tenerli a distanza”

“E a chi non ti cede subito il posto accanto al proprio, aggiungendo inutili giri di parole”. Il rosa sulle sue guance ora è più evidente e la sua mano nervosa tormenta la tracolla della borsa. Il sole sulla pelle è cocente e io odio il sole. Il sudore darà il colpo di grazia ai miei capelli già sporchi? La forte luce del giorno rivelerà il bianchiccio della colla istantanea che tiene uniti i miei bruttissimi occhiali? Ho poi tirato su la zip?

“Luisa…”, o la va o la spacca: “Ti andrebbe se domani, invece della solita sessione di lettura pomeridiana, andassimo a prendere qualcosa da bere?”. Con quali soldi offrirò questo drink?

Non importa, perché sta sorridendo: il suo sguardo non è più teso, né sornione, né sospettoso. Sta solo sorridendo.

Diamine, quanto è bella.

È finito il tempo della balbuzie da contatto eterosessuale?

Unico teorema della donna innamorata a spasso nel tempo: i minuti iniziano a dilatarsi e lo spazio a congelarsi, i secondi si moltiplicano e le percezioni si affinano, il mondo si ferma ad aspettare col fiato sospeso che costei dica qualcosa di sensuale; questa peculiare e alquanto favorevole condizione dell’universo, tuttavia, non basterà ad inibire quel sorriso intontito, che, impietoso, puntualmente le instupidirà il volto.

Con la coda dell’occhio, vedo una rondine prendere al volo una mosca; sento ancora i miei polmoni sgonfiarsi ed il cuore, accanto ad essi, che pulsa un’ennesima volta, inesorabile, quasi non gli importi di quanto sangue mi stia già arrossando le gote.

Come sono arrivata qui fuori?

“Luisa…”

Ha i capelli scompigliati come se si fosse appena alzato dal letto, ma dopo esserci rimasto steso per almeno una settimana. Non che la cosa sembri importargli granché. Gli occhiali adorabilmente scomposti sul viso sono una calamita per il mio sguardo: che voglia avrei di raddrizzarglieli sul naso! E di abbassargli quel ciuffo con la mano! Ma poi colui che ho davanti smetterebbe di essere quel lettore affascinante per il quale ho rubato un badge, e si mimetizzerebbe con altri centomila studenti simili a lui. Ed io non voglio che scompaia.

Ma come son finita a parlare con lui?

“Ti andrebbe se domani, invece della solita sessione di lettura mattutina, andassimo a prendere qualcosa da bere?”.

Non può essere vero… Mi chiamo Luisa Pace e questo dev’essere un sogno.

Gong.

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