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di Federico Rossi Rossi

luna morsicata

47

L’ultima volta che Nikolaj aveva avuto una donna ai suoi piedi, si trovava nella sua stanza, in compagnia di un visore di simulazione e una spugna imbevuta di lozione miracolistica. Doveva però ammettere che Izabel aveva molta più classe dell’attrice che si era immolata per lui nei lunghi momenti di solitudine sulla Colonia. Persino ora, esaminando il gonfiore del suo ginocchio con occhio critico, emanava una fragranza principesca, forse per via dei lunghi capelli ramati, o forse per la morbidezza carnale delle sue proporzioni, leggendarie agli occhi di Nikolaj.

Era tra i pochi uomini che sapevano celare l’apprezzamento estetico dietro il puro terrore; non era mai stato in grado di confrontarsi con un viso di donna, nemmeno uno alla sua portata. Izabel era apparsa sulla banchina della fermata come una visione celestiale; non c’era da stupirsi se ora Nikolaj sembrava sul punto di morire ghigliottinato.

“Abbiamo un Cuor di Leone.” Alzò gli occhi e gli sorrise. Nikolaj era seduto sul ciglio di un lettino da visita ospedaliero; la stanza era ampia e circolare, illuminata da solo un paio delle decine di faretti che sormontavano le sessioni operatorie, e sembrava dotata di tutto il necessario per un’équipe chirurgica della massima eccellenza. Iz era piegata sulle gambe e tastava delicatamente il ginocchio gonfio di Nikolaj, in fase apoplettica, con l’espressione irrigidita di chi è in preda al dolore. Qualcosa venne mosso tra i suoi legamenti e due grosse lacrime per occhio nacquero copiose.

“Sembra solo una brutta distorsione” disse Izabel alzandosi in piedi. “Un mese di riposo e camminerai meglio di prima.”

Si diresse verso un armadietto ed estrasse una bustina bianca di polvere che fece sciogliere in acqua; assunse un colore violaceo poco invitante.

“Antidolorifico” disse porgendogli il bicchiere. “Dovremo estrarre un po’ di liquido per accelerare la guarigione.”

Nikolaj aggrottò le sopracciglia per qualche istante prima di capire. “Dal ginocchio?” Inghiottì una sorsata d’acqua facendo troppo rumore.

Lei annuì. “Stai tranquillo. Filippo ha una mano santa, non sentirai nulla.”

“Filippo è un medico?” La nausea iniziò a dominare il suo stomaco.

“Non proprio” rispose lei. “Ma se la cosa può aiutarti, diciamo che è un talento naturale.”

Nikolaj rimase in silenzio per qualche minuto mentre Izabel prelevava campioni di medicinali e li posizionava in ordine su un vassoio d’acciaio. Osservandole di sottecchi le forme, Nikolaj si rese conto di quanto fosse vestita leggera e di come la temperatura sotterranea fosse decisamente mite rispetto al gelo che avevano patito in superficie. Indossava un paio di pantaloni di cotone color panna e una magliettina marrone che le si increspava magnificamente tra i seni. Taglia senza pretese, ma decisamente di suo gusto.

“Tu non parli molto, vero?” chiese lei ancora di spalle. Nikolaj venne colto alla sprovvista e distolse subito lo sguardo, come se lei potesse sentire i suoi occhi a fior di pelle.

“Io?” chiese sfregandosi le mani sulle cosce. “No… non proprio. Non mi sento molto a mio agio…” …con le donne, avrebbe dovuto continuare.

“È un peccato” disse Iz. “Sembri un uomo interessante.” Nikolaj non ebbe più controllo sul suo volto. Fortunatamente Izabel si sarebbe voltata solo quando la sua espressione inebetita si era già smorzata in “sofferente”.

“Io, beh… Non ho molti contatti con altre persone. Il mio lavoro… non lo prevede.”

“Di che lavoro si tratta?”

“Oh… Sono una specie di programmatore per la Colonia.”

“Ne so quanto prima, Nikolaj.”

“Vero. Io, beh… intervengo quando ci sono guasti nei sistemi informatici che regolano i cicli di iterazione geofisica della Colonia…”

Izabel voltò la testa e rimase ad osservarlo in silenzio senza bisogno di commentare. Si voltò di nuovo e tornò a riempire il vassoio con un vasetto colmo di una soluzione cremosa dalla tonalità giallastra.

“Ad esempio” s’affrettò a dire Nikolaj, “controllo i valori di fotosintesi delle piante…”

“Oh…”

“…e l’alternanza di luce diurna alle fasi notturne…”

“Quindi” lo interruppe Izabel, “sostanzialmente riproduci gli effetti della rotazione terrestre sul clima della Colonia.”

“In parte… Sì.”

“Carino…” commentò lei voltandosi con il vassoio tra le mani. “Vedi? Fai un lavoro interessante. E poi i tuoi occhi…”

“I miei occhi?”

“Hanno un colore antichissimo quanto il ghiaccio. Sono bellissimi.”

“Davvero?” Sentì una vampata che gli colorava istantaneamente il viso. Si sarebbe fiondato volentieri in qualche nascondiglio in attesa che il sangue smettesse di ribollirgli nel collo. “Grazie… anche i tuoi, però… Belli, davvero belli. Io…” Scosse la testa interrompendo il balbettio, sostenendosi la fronte sudata con una mano. “Scusa.”

“I complimenti sono il tuo forte…” disse lei con un sorriso.

“Direi di no” Nikolaj riuscì finalmente a guardarla negli occhi più rilassato. Il seguito sarebbe andato certamente meglio se non avesse dato anche un’occhiata al contenuto del vassoio, dove otto piccole siringhe trasparenti e alcuni flaconi di crema vi erano stati disposti ordinatamente. Nikolaj ebbe solo la forza di indicarli. “Perché?” riuscì a dire.

“Ed io che pensavo d’averti visto terrorizzato” scherzò lei.

“Sono tutte per me?”

“Si, ma non solo. Sono iniezioni cicliche che devono fare tutti gli abitanti della Foce. È una sostanza inibitoria per le ghiandole sudoripare del nostro corpo.”

“Oh…” Nikolaj ricordava l’avvertimento di Alma durante la loro fuga dalle macchine volanti.

“Il loro olfatto” continuò Izabel indicando la superficie con il mento, “è sensibilissimo alle nostre secrezioni. Riusciamo a schermare la Foce ai loro sonar, ma riusciamo a farlo solo tenendo sotto controllo il nostro sudore. Se non lo facessimo, le macchine sentirebbero puzza di stalla a un centinaio di chilometri di distanza.”

“Non posso usare la polvere marrone?”

Lei sorrise, come se avesse di fronte un paziente bambino. “Non è la stessa cosa, Nikolaj.”

“D’accordo” disse lui, con un sospiro. “Ok, d’accordo.”

“Dovresti denudarti, per favore” continuò Izabel. Lui provò una fitta di vergogna nel petto e chiuse gli occhi per poco più di due secondi, sull’orlo di nuove lacrime. “Inizierò con le ghiandole ascellari e quelle inguinali. Ma non preoccuparti, non sentirai nulla. Sarai anestetizzato localmente.”

Nikolaj dovette formare un’espressione tanto penosa da smuovere in lei una sorta di corda materna che la commosse.

“Nikolaj… sono una infermiera.” Si voltò e iniziò ad ispezionare una vetrina colma di strumenti chirurgici, inaspettatamente in disordine. “Chiamami quando hai fatto.”

Nikolaj si tolse i vestiti il più in fretta possibile, di nuovo con l’espressione di un condannato al patibolo. Si sentì letteralmente una merda, non c’era altra espressione che dettasse meglio i suoi sentimenti. Guardò il suo corpo nudo, grosso e flaccido e provò una commiserazione così dolorosa da mozzargli il respiro, la stessa con cui avrebbe tanto voluto osservare qualcun altro, un amico da accudire magari, o un nemico da canzonare. L’avrebbe fatto sentire così dannatamente meglio…

È un bene, si disse. È il miglior bene che mi sia capitato, ripeteva mentre si scopriva le piccole vergogne che avevano trovato rifugio nella sua cute in eccesso sin da adolescente. Si sdraiò supino e guardò i due faretti luminosi sopra di sé coprendosi il pube con entrambe le mani.

Avrei dovuto dirle che sono un formidabile scassinatore, pensò prima di richiamarla al suo dovere di infermiera.

Izabel si avvicinò e gli sorrise celando l’imbarazzo come meglio poteva.

Il grasso mi deborda sul lettino… pensò Nikolaj stringendo i denti e maledicendosi come mai aveva fatto. Lei lo sta guardando.

“La crema è un anestetico” spiegò Izabel alzandogli delicatamente una delle braccia gelatinose che gli coprivano il pene. “Non ti farà sentire neppure la puntura dell’ago.”

Fu allora che Nikolaj prese una decisione. Davanti a Dio e davanti a tutta l’umanità perduta, giurò di voler eliminare tutto il suo abnorme peso in eccesso. Tutto. Sino all’ultimo grammo.

E se non fosse riuscito a farlo, non fosse riuscito a dimagrire fino a potersi vedere le ossa dello sterno, si ripromise che l’avrebbe fatta finita proprio in quella camera operatoria. Con uno strumento chirurgico qualsiasi. Un bisturi forse, si; un bisturi sarebbe stato la soluzione ideale.

 

Dopo la visita al centro operativo della Foce, Filippo li aveva gentilmente scortati in un quartiere non lontano, dove avrebbero occupato un alloggio provvisorio in attesa di un’assegnazione più durevole. Si era trattenuto giusto per salutarli e dir loro che sarebbe tornato a prenderli più tardi, accompagnato da Nikolaj. Il luogo del trattamento distava solo una fermata di cammino.

Charlie si stava guardando attorno frastornato, con i timpani ottenebrati da un ronzio di fondo e dalla spossatezza che aveva accumulato negli ultimi due giorni di viaggio. Gli era bastato accomodarsi per pochi minuti e aveva sentito le proprie membra intorpidirsi e pretendere molte, meritate ore di riposo. In tutta la sua vita non si era mai sentito tanto debole; era seduto su una comodissima poltrona di velluto che gli solleticava il sonno, in mano teneva una tazza di tè caldo e ruotava lentamente un’asticella di ceramica nel liquido zuccherato, scandendo limpidamente ogni passaggio in senso antiorario. Assaggiò il tè e lo trovò squisitamente saporito, ma sufficientemente caldo da risvegliargli i sensi con un grugno di dolore.

Damiano era ancora in piedi intento a riflettere, appoggiato a quella che sembrava la piccola cucina di un accampamento militare. Era interamente ricoperta d’acciaio e colorava di specchi il piccolo appartamento che avrebbero occupato nei giorni a venire. Oltre al salotto con angolo cottura a vista, avevano a disposizione due camere da letto arredate in legno grezzo e un bagno di servizio a cui erano stati decisamente lieti d’aver fatto visita, più di venti minuti a testa.

Il cuoco gli stava di fronte e guardava un punto perso nel vuoto, sorseggiando un bicchier d’acqua che proveniva dal fiume della Milano devastata. Il torpore aveva colto anche lui, tuttavia era venuto secondo a una sensazione più grande ed irreale: semplicemente, non gli sembrava plausibile essere là sotto. Si stava dissetando a chissà quanti metri sotto la superficie terrestre, su cui solo le macchine avevano piede libero, in un alloggio che aveva tutto dell’ordinario fuorché stipiti e finestre, profugo di una guerra che neppure aveva combattuto.

“Questo malessere…” disse Damiano all’improvviso, ruotando le dita davanti allo stomaco.

“Come?” Fu come se Charlie fosse stato schiaffeggiato nel sonno. Ancora pochi secondi e si sarebbe procurato una bella ustione su tutto il basso ventre.

“Lo senti anche tu?”

Charlie scosse la testa rizzandosi sul posto. “Veramente no… Ti senti male?”

“No…” disse Damiano con le gote increspate di chi si sente in difficoltà. “Non è fisico. O almeno credo. È strano…”

“Un disagio?” chiese Charlie.

“Una specie, si…”

“Non è solo la stanchezza?”

“No” disse Damiano. “Ma forse è solo un complesso di noi allunati…”

“Io so solo d’essere sfinito” disse Charlie cercando d’essere d’aiuto. “E grato d’essere ancora vivo.”

“Già…” disse Damiano. “Anche se ho come la sensazione di non essermela guadagnata…”

“Che cosa?”

“La sopravvivenza” spiegò. “L’avercela fatta fino a qui. Hai visto cos’hanno fatto, cos’hanno costruito?”

“Da non crederci” ammise Charlie.

“Forse è per questo che mi sento male…” disse Damiano.

“Per tutto questo?”

“No” disse seccamente. “Per quello che noi NON abbiamo fatto.”

Charlie si prese qualche istante per metabolizzare il cambiamento d’umore di Damiano.

“Beh, ma alla fine siamo tornati…”

“Solo perché avevamo un folle al potere che, chissà per quale motivo, è stato abbastanza sfrontato da approvare la missione.”

“Quello che voglio dire…” cercò di spiegarsi Charlie. “Io penso proprio che conti solo il fatto d’essere tornati… Non credo che il passato conti a questo punto. Che altro potevamo fare sulla Colonia?”

“Non fraintendermi, Charlie” disse Damiano. “Ma hai sempre vissuto in un luogo privo di prospettiva. Può sembrare l’ideale in gioventù, ma crescere in un’oasi protetta non aiuta certo a confrontarsi con ciò che accade realmente nel mondo.”

“Che altro potevo fare?” sbottò Charlie, insolitamente colorito. “Tornare sulla Terra da solo? Volando?”

Damiano mugugnò inghiottendo l’ultima sorsata del bicchiere.

“Non voglio certo attaccare te.” Cercò di allentare la tensione che gli aveva irrigidito il volto. “Voglio solo farti capire che la verità è molto più puttana di quanto sembri. E ne sono all’oscuro quanto te. Quello che voglio dire è che, con molta probabilità, potevamo fare qualcosa, molto tempo prima, ma non ci è stato permesso. Guarda invece loro cosa sono riusciti a fare. E in guerra!”

“Tornare prima? Subito dopo gli attacchi?” Charlie ricordò la conversazione che avevano avuto in piena notte sulla nave, quando aveva conosciuto Damiano. Lui e il Consigliere Davon si erano battuti per un ritorno tempestivo sulla Terra.

“Non solo. Davon ci ha provato in tutti i modi e, considerato l’epilogo della guerra, sarebbe forse stato un suicidio peggiore di quello in cui ci siamo cacciati ora. No, io parlo di questi cinque anni. Avevamo le risorse per prepararci, Charlie, avevamo uomini, armi, navi, progetti, sperimentazioni. E invece?”

Il ragazzo non seppe rispondere. Pensò solo al tempo che aveva trascorso nella Colonia sognando la Terra. Aveva trascorso ore intere sdraiato sul proprio letto, tra veglia e dormiveglia, fantasticando sul suo eroico ritorno nell’atmosfera.

“Invece ci siamo lentamente spenti” finì per lui Damiano con la voce vibrante. “Siamo rimasti in silenzio e in attesa di…”

Charlie mantenne il suo sguardo appassionato per qualche secondo, poi lo distolse, pur sapendo che ogni singolo orfano, nella scala sociale della Colonia, aveva un valore inferiore rispetto a un litro d’acqua intonsa o un metro cubo d’ossigeno vergine.

“Perdonami, Charlie” disse Damiano. “Tra tutti gli orfani sei stato il solo ad esserti imbarcato. È molto più di quanto tanti si aspetterebbero.”

Il ragazzo alzò il capo e lo guardò stringendo gli occhi, come se avesse appena colto un particolare importante. “Hai parlato di… progetti, esperimenti?”

Damiano annuì. “Non ne so quasi nulla. Non sono riuscito che a scucire qualche piccola informazione persino a Davon. Ma so che la centrale ha sempre nascosto molto più di quanto mostrasse.”

“Quale centrale?”

“Quante centrali conosci?” Il ragazzo annuì e chiese venia con una smorfia da commediante. “La centrale nucleare. Pensi che servisse solo ad accendere la luce?”

“Progettavano qualcosa contro le macchine?” chiese Charlie.

“Un’arma” disse Damiano spalancando gli occhi. “La più grande arma che l’uomo abbia mai costruito.”

“E che ne è stato?”

“Il progetto si è arenato. Davon ha smesso di parlarne due anni fa e non sono più riuscito a cavargli nulla. Voglio credere che non siano stati in grado di portarlo a termine. Non trovo un altro motivo per cui darsi per vinti.”

“Forse è per questo che siamo tornati sulla Terra…” suggerì Charlie. “Per chiudere il progetto.”

“No, questo lo escludo. Davon non si sarebbe opposto alla missione se vi avesse visto una benché minima possibilità di successo.”

“Non ci avevo pensato…”

“Non ci resta che rimboccarci le maniche e meritarci la sopravvivenza sul campo, giusto?” disse Damiano alzando il bicchiere vuoto, come per fare un brindisi brillante. “È questo che volevi dirmi prima, no?”

“Più o meno” ammise Charlie.

“Ti devo una lezione di vita” chiuse Damiano con un sorriso astuto.

Ammazzarono il tempo che seguì sgranocchiando un paio di spuntini croccanti a base di sesamo e miele; la dispensa dell’alloggio era rifornita con tante piccole leccornie di cui gli abitanti della Luna erano sprovvisti da anni. Fu naturale chiedersi cosa fosse sopravvissuto là sopra e quanto fosse stato salvato. Non pensavano che la produzione di alimenti nel sottosuolo potesse coprire una vasta scala di coltivazioni; non lo era sulla Luna perlomeno. Eppure era difficile credere il contrario, considerata l’ottima salute di cui disponevano tutti i ribelli che avevano incontrato. Benché ne fosse una componente fondamentale, non bastava il buon umore per mantenere operativo un uomo. O i ribelli avevano mantenuto appezzamenti in superficie che seminavano a piacimento, oppure le gallerie sotterranee nascondevano risorse e fertilità da sbalordire persino l’immaginario più fervido dei coloni.

“Oppure non è che una menzogna” ipotizzò Damiano saggiando il materasso che aveva scelto di occupare. Lui e Charlie avrebbero occupato la stanza più grande con due letti singoli e una piccola libreria ravvivata da una ventina di libri mai letti, molti dei quali ancora confezionati. Avrebbero lasciato a Nikolaj la stanza con il letto matrimoniale; la stazza, l’infortunio e l’improbabile leggerezza respiratoria lo rendevano il candidato ideale per beneficiare della solitudine notturna.

“Preferirei proprio non pensarlo” disse Charlie. “Non ora.”

Ricevettero una visita che sollevò molto il morale. Chek viso d’indio, capo dei ribelli, aveva bussato alla porta già aperta e li salutò con il suo sorriso esotico.

“Mi auguro che sia tutto di vostro gradimento.” Varcò la soglia impugnando un sacchetto di plastica gialla che posò sul bancone della cucina. Conteneva scorte di cibo fresco: carne bianca, frutta e verdura di diversi tipi, alcuni neppure di stagione.

“Magnifico” commentò Damiano allargando le braccia. “È incredibile, siamo senza parole.”

“Bene!” esclamò Chek accomodandosi su un bracciolo del divano. “Perché porto notizie incoraggianti.”

Damiano gli rimase di fronte appoggiato al lavello della cucina, mentre Charlie faceva gli onori di casa offrendosi di preparare qualcosa da bere per il loro nuovo numero uno in comando. Chek sorrise alla cortesia del ragazzo, ma declinò l’offerta pregandolo di sedersi al suo fianco, con la gentilezza di un vegliardo sacerdote. L’orfano così fece.

“Innanzitutto il vostro amico Nikolaj” iniziò Chek. “L’infortunio non è così grave e si riprenderà completamente nel giro di un paio di mesi. Certo, l’aiuterebbe perdere qualche chilo… In ogni caso, non dovrà essere operato, basterà molto riposo e qualche seduta di riabilitazione. Credo che stia finendo ora il trattamento ghiandolare. Filippo lo condurrà qui fra poco e vi accompagnerà a turno in infermeria per sottoporre anche voi. Non preoccupatevi, fa molta più impressione di quanto sia doloroso. È una prassi a cui ci sottoponiamo tutti periodicamente; è necessario che lo facciate, è per la sicurezza di tutti.”

“Nessun problema” disse Damiano afferrando una pesca noce giallo-rossa e inspirandone la fragranza. Gesù, sembrava perfino essere maturata sull’albero. “Non vogliamo mettere in pericolo la Foce. Non ora che vi dobbiamo la vita” ripeté lanciando in aria la pesca con un sorriso.

“Sciocchezze.”

“Vorrei chiederle una cosa” esordì l’orfano. Ci mancò poco che alzò la mano da bravo allievo di prima classe.

“Certamente, Charlie. Ma dandomi del tu, ti prego.”

Charlie assentì. “Il ragazzo che ci ha portati in salvo, Alma… aveva paura che avessimo messo in pericolo le donne. Che la nostra visita le avesse esposte all’ira delle macchine…”

“La tua premura mi colpisce benevolmente” gli disse Chek. “E di questo ti ringrazio, Charlie. Ma in realtà dubito che il vostro arrivo possa aver messo in pericolo le donne gravide, non più di quanto lo siano sempre state. Le macchine sanno che hanno contatti con noi ribelli, eppure non hanno mai preso provvedimenti; forse non ci danno importanza, forse deridono il nostro disperato tentativo di soccorso. O le nostre stesse vite nel sottosuolo. Malgrado tutti i nostri sistemi di difesa e di schermatura, trovo difficile non pensare che, in realtà, siamo semplicemente ignorati.”

“Sembrava convinto, però” disse Charlie. “È tornato in superficie rischiando di essere ucciso.”

“Mi auguro davvero che un giorno imparerai a conoscere Alma” continuò l’indio. “Ha un carattere ingovernabile, ma è il camminatore più in gamba che abbiamo. Se deve esserci un uomo in superficie a rischiare la pelle, ebbene sono lieto che sia lui, il migliore.”

“È un bel ragazzo. Dev’esserci altro…” commentò Damiano.

“Acuto” disse Chek. “Sospettiamo che abbia un debole per una delle donne. È giovane e impetuoso, un connubio molto imprudente nella nostra condizione. Devi saperne anche tu  qualcosa, Charlie…”

Il ragazzo sorrise in imbarazzo, sapendo d’essere molto più avveduto del giovane camminatore di superficie.

“Perché fare una cosa simile? E perché distruggere e ricostruire? Cosa stanno facendo, trasformano il mondo?”

“Non è chiaro, purtroppo. Non sappiamo perché stiano smantellando le nostre città e neppure che fine facciano i bambini. Per la maggior parte del tempo demoliscono, a volte lasciano intatte opere architettoniche, palazzi interi, quartieri persino; ma non ne capiamo il motivo. Pensavamo di ottenere più informazioni dalle immagini fornite da Pezzo di Stronzo, ma è come se molto ci venga precluso. Devono esistere gerarchie persino tra le macchine. È possibile che i modelli di vecchia generazione abbiano accesso a conoscenze limitate.”

“Quanti i bambini fin’ora?” chiese quindi Damiano. “La donna più vecchia diceva di aspettare il quarto da quando è stata sequestrata.”

“Abbiamo contato duecentosette baracche. In ognuna di queste vivono dalle tre alle cinque donne. Se facciamo una media di quattro donne per almeno tre gravidanze a testa… fate voi il calcolo.”

“Almeno duemilacinquecento bambini…” disse Damiano con velocità sorprendente.

“Nella sola Milano” aggiunse Chek. “Per quanto ne sappiamo, può essere così in tutto il mondo.”

“Che ne fanno? Esperimenti?” chiese Charlie.

“Le donne vengono addormentate quando è il momento di partorire. Le usano finché sono in grado di resistere. Non hanno mai visto i loro bambini.”

Damiano scuoteva il capo. Non commentò, e neppure lo fece Charlie. Tentavano di quantificare quella proliferazione di massa, senza riuscire neppure a calcolare di quante cifre avessero bisogno pensando al globo intero.

“Spero che le buone notizie non si esauriscano con Nikolaj” disse Damiano, interrompendo il conto delle grandi città del mondo.

“No, per fortuna” rispose l’indio. “Pensiamo che esista un modo per aiutare i vostri amici coloni.”

“Grazie a Dio” disse Charlie.

“Ma potrebbe essere l’unico” aggiunse Chek. “Quindi conterrei l’entusiasmo se fossi in voi.”

“Di che si tratta?” chiese Damiano.

“Crediamo di conoscere il luogo d’atterraggio della nave astrale. Ma sia subito chiaro che nessun uomo sarà mai in grado di raggiungerlo. Perfino Alma ci riderebbe in faccia se gli parlassimo di una spedizione oltre le pianure.”

“Dove sono atterrati?” chiese Charlie.

“Hanno una sorta di base su qualche vetta delle Dolomiti.”

“Montagne?”

“Anche più di duemilasettecento metri” confermò Chek.

“Perfetto…” si lasciò sfuggire il giovane orfano. “Come possiamo aiutarli, allora?”

“Dobbiamo servirci di una macchina, come abbiamo fatto con Pezzo di Stronzo. Ma di una macchina diversa, più evoluta, che ci permetta di abbattere le barriere di un livello più alto. Se riuscissimo a catturare questa macchina, oltre ad aiutare i vostri amici, avremmo l’accesso ad un regno di conoscenza superiore. Potremmo servirci delle macchine, condurle e sorvegliarle in qualsiasi luogo che calpestino. Potremmo scoprire i loro progetti e attingere dal loro sapere.”

“È fattibile?” chiese Damiano dopo qualche secondo di silenzio. “Ci siete mai riusciti?”

“Mai” rispose Chek con un ghigno indefinibile. Forse un sorriso, o forse un pianto ingerito. “Non siamo neppure certi che sia fattibile. Abbiamo abbattuto qualche macchina, ma dubito fossero di recente costruzione. Catturarla? Non ne ho idea. Tuttavia se dovessimo riuscirci…”

“Come avete fatto con Pezzo di…?” Per Charlie era difficile pronunciare l’epiteto per intero.

“È una delle macchine che abbiamo abbattuto. Ma questa macchina ci serve integra. Dobbiamo trovare un modo di catturarla e di rimetterla in libertà sotto il nostro controllo.”

“Sapete dove trovarne un modello?” chiese Damiano.

“Non proprio.”

“Armi di superficie? Ne avete?”

“Parecchie, ma piuttosto antiquate.”

“Quindi se dovessimo scontrarci con le macchine…”

“Lo sconsiglio in assoluto” disse Chek.

Si guardarono, soppesando le parole che erano state pronunciate e che forse sarebbe stato meglio tacere. Damiano piegò gli angoli delle labbra verso il basso e alzò le sopracciglia inspirando profondamente. Charlie si grattò una tempia e si lasciò sprofondare nella pelle del divano. Chek riuscì suo malgrado a mantenere un’espressione di pacifico ottimismo.

Damiano si staccò dal bancone della cucina.

“È l’idea più insensata che abbia mai sentito” disse tendendo la mano a Chek. “Ma non sono certo venuto qui solo per sopravvivere. Ci sto.”

“AH! Questo è lo spirito!” disse l’indio stringendo la mano del cuoco con vigore.

“Charlie?” Damiano e Chek lo fissarono con lo stesso entusiasmo sconsiderato. Il giovane orfano li guardò con occhi sofferenti; poi annuì, passandosi la mano sulla fronte sudata.

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5 Commenti

  1. Avatar of daddo1595 daddo1595 18/6/2013 12:13

    *phaser, please

    • Avatar of federico federico 18/6/2013 13:40

      Oph course ;)

    • Avatar of federico federico 18/6/2013 13:51

      Ma per spiegare meglio, non racconto propriamente della nostra linea temporale. Qualcosa è andato perso e le imprecisioni ammontano. Nient’altro da commentare dopo 10 puntate?

  2. Avatar of liongalahad liongalahad 28/8/2013 06:06

    federico, non puoi pubblicare il romanzo in formato ebook? ho letto le prime due parti e il romanzo mi piace molto ma leggere al computer mi stanca troppo dopo una giornata al lavoro..

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