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Pensavate di esservi liberati essere esperti della teoria dell’istruzione con soli due post?

Bene non è così, eccoci quindi a un’altra puntata di roba che non serve nella vita vera il quarto d’ora di economia di dubbia utilità

Oggi per spiegare perché se fai arte non trovi lavoro sperando di fare cosa gradita andremo ad analizzare cosa succede una volta che ho preso un titolo di vario genere e vado a cercare lavoro.
Cercheremo inoltre di stabilire come mai, nonostante il 90% dei lavori potrebbe venir fatto da delle scimmie ammaestrate, una laurea in letteratura ti da accesso privilegiato a servire panini.

Ci sono dei rimandi agli altri 2 post qui e quo (soprattutto per degli approfondimenti), non è comunque necessario averli letti.

La Selezione Avversa

Uno dei maggiori problemi delle aziende è quello della cosiddetta selezione avversa.
Con selezione avversa intendiamo il rischio di assumere gente buona solo a pulire i gabinetti laureati in psicologia o più generalmente incapace di svolgere il compito per cui si candida.
La selezione avversa è frutto dell’asimmetria informativa una cosa che gioca a favore di noi che cerchiamo lavoro.
In pratica, io lavoratore so quanto valgo, l’azienda no, l’azienda è costretta a “fidarsi” che io abbia davvero le caratteristiche che dico di avere e, più in generale, sia in grado di svolgere il compito per cui mi presento.

I danni dell’asimmetria informativa li può vedere chiunque entri in un ufficio postale.
Chiunque di voi lavori sa benissimo che ci sono decine di persone cui uno si chiede: “ma come hanno fatto a farsi assumere?”.

Combattere la Selezione Avversa

Come fanno le aziende a proteggersi da orde di fattoni semi-analfabeti?
Tralasciamo la casistica della retribuzione legata alle performance, è un tema interessante ma meriterebbe un articolo a parte e, soprattutto, in Italia è praticamente inesistente in quanto la retribuzione è legata ai contratti nazionali.

L’azienda ha fondamentalmente 2 armi: il periodo di prova e le credenziali, e vedremo come queste due cose possano in parte essere sovrapposte attraverso la teoria dell’educazione come segnale.

NOTA: in questo post prenderemo in considerazione la modellizzazione legata al primo impiego o comunque ai primi impieghi dove il fattore “istruzione come segnale” è determinante.


Periodo di Prova

Con periodi di prova si intende un generico periodo di lavoro in cui la risorsa percepisce una frazione della retribuzione, se la risorsa supera questo periodo di prova essa viene assunta e percepisce la retribuzione piena.
Esiste una vasta letteratura su come stabilire durate, stipendi e benefit dei periodi di prova (vasta letteratura bellamente ignorata in Italia), qui ne faccio una trattazione ridotta.

Ipotizziamo di riassumere tutto a 2 periodi, nel primo si è in prova e si guadagna w1, nel secondo si è assunti e si guadagna w2 (va da se che w1 < w2).
Il mio obiettivo è settare questi w in maniera tale da attirare i bravi e cacciare i fattoni.

Essendo che ognuno conosce le sue potenzialità, ognuno dovrebbe sapere a che stipendio può ambire.
Se io mi sono fatto una triennale in teatro kabuki so che potrò ambire al massimo a uno stipendio wu (basso) se io mi sono fatto un dottorato in gestione dei flussi stellari so che posso ambire a uno stipendio ws (alto).

Mettiamo insieme un bel modello per capire quanto offrire, ricordiamoci che il nostro obiettivo è attirare i dottorandi in flussi stellari e cacciare gli attoruncoli da strapazzo.

Ecco le due disequazioni:

w1 + w2 > 2ws

w1 + (P)w2 + (1-P)wu < 2wu

La prima mi serve ad “attirare i bravi”, ossia al primo periodo guadagnano w1, al secondo w2, la somma dei due deve essere maggiore di quanto guadagnerebbero se andassero subito a cercarsi un lavoro che li pagasse ws.

La seconda serve a “cacciare gli scarsi”: idealmente nel primo periodo guadagnano w1, nel secondo periodo sarebbero cacciati perché non hanno passato il periodo di prova (ha fatto 5 anni di arte? le faremo sapere), quindi vanno a cercarsi un lavoro adatto a loro e guadagnano wu.
La somma (w1 + wu) deve essere minore di 2wu ossia devo spingerli a evitare di provarci e andarsene subito da McDonald a cercare un lavoro più adatto a loro.

(Nota che wu potrebbe anche essere 0, ossia rimanere disoccupati).

Non voglio tenere troppo alta la suspense quindi spieghiamo anche la P, la P è la possibilità che il fattone di turno passi il periodo di prova nonostante io lo tenga d’occhio.
Questo ovviamente complica e di molto le cose, come faccio a sapere che probabilità ha il mio neoassunto di sembrare adatto pur non essendolo?
Mistero.
Ci sono ovviamente dei sistemi (banalmente dargli compiti che provino le sue capacità) ma il rischio sussiste ed è più concreto di qaunto si creda.

Risolviamo zuppidà zuppidà ed ecco il risultato ossia le w1 e w2 ottimali:

w1(opt) = ((1+P)* wu – 2P*ws) / (1-P)

w2(opt) = (2ws – (1+P)* wu) / (1-P)

Questi sono gli stipendi da settare nei due periodi.

Lasciate stare le formile tanto nessuno le usa mai, il concetto però che esprimono è il seguente: se cresce P ossia la probabilità di assumere fattoni io devo abbassare w1, questo però poi comporta che io alzi molto w2 perché devo ricompensare quelli bravi che si sono fatti il tombino durante w1, altrimenti nemmeno si presentano.

Pensateci bene, chi di voi accetterebbe 1 anno a 100 euri al mese con la promessa che, se passi il periodo di prova, poi avrai 1200 euro di stipendio? Nessuno, vado a cercarmi un lavoro da 1000 euro.
Ma se invece l’offerta fosse: un anno gratis in prova, poi se passi 10.000 euro al mese, bhe se io fossi bravo in quel lavoro un pensierino ce lo farei.

Analizziamo ora P, da cosa dipende? In massima parte, oltre che dai sistemi di controllo che posso attuare, soprattutto dalla tipologia di lavoro, più il lavoro è semplice più P è alto, è difficile simulare di essere bravi chirurghi mentre è facile fingere di essere bravi addetti alla fotocopiatrice.

Tutto bellissimo tranne che tutto questo ambaradan ha un costo.
Devo sobbarcarmi le spese del periodo di prova, devo sobbarcarmi le spese di (w2-ws) che è alto se il periodo di prova è complesso, devo perdere tempo a fare controlli, rischio di avere persone che passano comunque, devo ricominciare a spiegare il lavoro da zero ogni volta che prendo qualcuno in prova perché quello prima non ha passato la selezione etc.

Non c’è un modo di delegare tutto questo a qualcun altro? Magari non pagandolo, magari fornendo al contempo formazione? Magari così dopo pago solo ws (o spesso wu)?

Bhe si, c’è un ente che si occupa di tutte queste cose, e pure gratis (gratis per me azienda), questo ente si chiama: istruzione superiore (volgarmente detto università, formazione post-diploma, master, dottorato etc.).
Per comodità di qui in avanti userò il termine “laurea” e “università” per sottendere ogni forma di istruzione superiore.

Istruzione come Segnale

Immaginate un periodo di prova che dura 5 anni, in cui non solo non vengo pagato, ma devo pagare io.
Nel quale contemporaneamente ottenete una serie di capacità.
Un periodo di prova che posso non passare se è troppo complesso per me.
Questo è il modo in cui l’azienda vede l’università.

Dal punto di vista dell’azienda chi ottiene una laurea ha speso effort (tempo e denaro, riguardare i primi due post nel caso serva una rinfrescata), se l’ha fatto è perché a lui conveniva, ossia l’ha fatto perché è abbastanza bravo che il costo di conseguire una laurea è inferiore al guadagno che otterrà con tale laurea.

Graficamente perchè solo a parole si capisce troppo (il grafico l’ho fatto io con le mie manine sante per quello fa schifo):

Sulle ascisse abbiamo gli stipendi w(s=1) è lo stipendio che mi viene offerto se ho una laurea, w(s=0) è lo stipendio offertomi se non la possiedo.

Sulle ordinate abbiamo i costi di acquisire S, sono evidenziati 2 casi S = 0 o S = 1, S sta per signaling, ossia io segnalo al mercato del lavoro se ho preso la laurea o meno.

ah è l’abilità di quello bravo e al è l’abilità di quello scarso.

k è il costo di acquisire il segnale, ossia di laurearmi, il costo è uguale in assoluto ma è diverso relativamente alla mi abilità, se io sono bravo spenderò di meno, se sono scarso spenderò di più (rimando agli altri 2 post per la spiegazione), di conseguenza si misura k/a.

a, b, c, e x sono lettere.

La persona “brava” spende meno a comprare k di quanto poi guadagnerà avendo S = 1, e quindi si laurea dimostrando al mondo di “essere bravo”, la pesona meno brava spenderebbe più k ad acquistare S = 1 di quanto poi guadagnerebbe e quindi lascia stare.

Quindi la laurea sta li a dire “io sono bravo perchè il costo per ottenere questa laurea per me è stato basso al punto che l’ho presa”.
Bam!
Ecco qui fatta la mia selezione, se io assumo qualcuno con una laurea “difficile” so che quella persona è brava per il semplice fatto che gli è convenuto investire in istruzione al posto di andare a lavorare subito (rimando sempre ai post precedenti se l’affermazione non è chiara).

Vi ricordate dello stipendio “promesso” nel caso io aumenti le mie conoscenze?
Eccolo spiegato qui, le aziende pagano meglio un laureato (che può voler dire più soldi ma anche solo un lavoro più sicuro) perché il laureato con il suo foglio sta dicendo loro “io sono bravo, l’università ha già fatto per voi il grosso del lavoro di selezione”.

Benché su parametri molto diversi la laurea può essere vista come un periodo di prova, come un segnale appunto, un segnale che spinge il mercato del lavoro a preferire un laureato a un diplomato, anche se magari il diplomato è migliore, anche se magari per il lavoro che si deve fare la laurea non serve.
Ed è lo stesso motivo per cui preferisce un ingegnere a un letterato anche per compiti in cui la conoscenza specifica non serve.

Ma è anche il motivo per cui McDonald pullula di filosofi, ossia di persone che, sapendo di avere scarse possibilità di passare i periodi di prova più complessi (ad esempio una laurea in una materia tecnica) abbandonano la competizione e puntano a ottenere lo stipendio wu ossia lo stipendio basso.

Ovviamente non è solo questo una laurea, ma per moltissimi lavori che potrebbero essere tranquillamente svolti e con profitto da dei diplomati si tenderà ad assumere dei laureati, se devo rischiarmi una P, meglio puntare sul cavallo sicuro, ossia sul cavallo che è già stato testato per cinque anni.
Volgarmente: se devo inserire numeri in un computer sono certo che un laureto possa farcela.

Conclusioni

A parte le trollate :troll: il concetto di istruzione come segnale è una variabile estremamente importante nel mercato del lavoro, soprattutto in quello italiano.
La laurea come segnale acquisisce maggiore importanza fondamentalmente per 2 motivi: il primo è che le aziende non possono permettersi di sbagliare, estremizzando: una volta offerto un contratto a tempo indeterminato indietro non si torna, se ho preso un fattone mi tengo un fattone.
Il secondo è che non esiste la possibilità di retribuzione differita essendo la retribuzione basata sui contratti nazionali e legata principalmente all’anzianità più che alle performance (di conseguenza non solo se mi prendo un fattone me lo tengo ma lo pago anche come uno bravo).

È giusto? È sbagliato?
Non sta ai modelli dirlo, quello che i modelli ci dicono è che se le aziende sono costrette a scegliere senza possibilità di tornare indietro punteranno sempre alla maggior sicurezza (quindi alla laurea) senza dare possibilità a persone magari brave ma incapaci di dimostrarlo (persone ottime per quel compito ma che non hanno investito in istruzione perchè per loro sconveniente) meglio prendere qualcuno sovradimensionato per un compito stupido che rischiare su uno che potrebbe essere adatto ma anche no (soprattutto se il mercato degli stipendi me lo permette).
Ci dice quindi che saranno richiesti laureati anche per lavori per i quali non sarebbe necessario esserlo, semplicemente per poter dare “in outsourcing” la scrematura dei possibili candidati (facendola fare alle università).
E ci dice anche che in una situazione simile la “corsa alla laurea“ spingerà a prendere in ogni modo il pezzo di carta riempiendo i McDonald di filosofi e di fatto annacquando il sistema (e rovinado il mio panino!).

Con questo non voglio assolutamente dire che il mercato del lavoro deva essere più flessibile (cioè in realtà si ma il discorso è molto più lungo e implica che sia anche più sicuro oltre che più flessibile) perché ogni volta che si vira verso una maggiore flessibilità in realtà il mercato spinge a sfruttarla in maniera meramente utilitaristica, ad esempio usando i periodi di prova come surrogato all’assunzione e non come reale periodo di prova, non risolvendo il problema e penalizzando i lavoratori.

Quello che ci dicono questi modelli è che finché il mercato considererà la laurea come segnale e che questa considerazione supererà l’analisi delle capacità individuali allora ci sarà una corsa alle lauree.
Ai tempi dei nostri genitori bastava essere laureati e il lavoro era certo; ai nostri tempi devi essere laureato e in qualcosa che conta; in futuro dovrai essere laureato, in qualcosa che conta, e con un voto ottimo, e tutto per avere sempre lo stesso lavoro.

In questa corsa ci rimettono ovviamente quelli che non possono permetterselo, ossia quelli che vengono scartati da lavori per cui la laurea non è necessaria (la maggior parte) ma che è diventata una richiesta imprescindibile alla quale non possono ottemperare.

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33 Commenti

  1. avatar puppone 23/10/2012 15:17

    I contratti nazionali devono morire.

  2. Avatar of Nicholas | Nè Nicholas | Nè 23/10/2012 15:19

    A causa di un editing travajato per il quale ringrazio @sabas non posso correggere eventuali errori o :gn: cmq segnalateli pure nei commenti se qualche editor di buon cuore passa di qui li fixerà lui

  3. Avatar of Pedro99 Pedro99 23/10/2012 15:42

    Condivido in parte quello che sostieni nell’articolo (anche se alcune cose sono un po’ meh…) ;)

    Vivendo in uno Stato completamente diverso dall’Italia (in Finlandia, nda), ho potuto notare alcune differenze interessanti sia di principio che di metodo nel mondo del lavoro.
    Un paio di esempi a caso.

    Il periodo di prova: se un’azienda ti assume, ti assume fin da subito con lo stipendio pieno. Il periodo di prova è semplicemente una clausola del contratto (che non cambia dopo che la prova finisce). In pratica è per un periodo variabile tra 1 e 4 mesi (il max consentito per legge), dove l’azienda ha facoltà di licenziare senza preavviso da un giorno all’altro. Quindi l’azienda ha comunque un margine dove può rischiare di assumere qualcuno che forse non è adatto.
    Ma anche il neoassunto se ne può andare da un giorno all’altro senza preavviso! Infatti se faccio domanda in vari posti e vengo accettato in uno così e così, posso sempre sperare di essere accettato in un’azienda migliore e sfanculare la prima, senza incorrere in problemi di sorta (anche se è considerato poco corretto, c’è chi lo fa).

    Però vanno aggiunte alcune cose. Ad esempio che i colloqui (almeno quelli dove sono passato io o i miei amici) per aziende medio grandi, sono sempre a vari stadi. Prima si fa una scrematura semplicemente basandosi sui CV ricevuti (e qui il titolo accademico può fare la differenza). Se si passa il filtro, ci sono in genere almeno uno o 2 colloqui (spesso anche 3 o 4), dove ci possono essere prove pratiche o attitudinali.
    Le aziende più grosse ovviamente fanno uso di agenzie HR, che hanno già pronti tutti gli strumenti per l’analisi dei candidati.
    Spesso (specialmente in ambito informatico), la preparazione accademica però è tenuta in considerazione fino ad un certo punto. Infatti molti imparano a programmare da soli e si fanno esperianze con software o app a casa. E questo può bastare alla ditta, che se se infischierà della laurea…
    Tutto ciò riduce al minimo il rischio di prendere il fattone sfaticato di turno, ma ovviamente il rischio c’è.

    E qui entra in gioco la flessibilità, che per come è declinata in Italia è un disastro! :sad:
    E non parlo solo dal punto di vista dei lavoratori, ma anche da quello delle aziende, come ha sottolineato l’autore. Infatti se io azienda mi ritrovo un coglione che non fa un cazzo dalla mattina alla sera, lo licenzio punto e basta. E la motivazione è “coglione”. E non è che mi vengono a cercare i sindacati (come succede in Italia), perchè il tipo è appunto indifendibile (non sto parlando dei casi palesi di discriminazione o sessismo o simili).
    Gli si da’ il periodo di tempo di preavviso previsto (qui è un mese il primo anno e 2 mesi dopo 2 anni di lavoro) e si manda a casa.
    Se la ditta è medio-grande e la ditta vuole licenziare più di una persona (tipo un intero reparto/gruppo) allora e solo allora entrano in gioco le unioni dei lavoratori, che porteranno avanti una mediazione per far licenziare qualcuno in meno o per attribuire qualche pacchetto-licenziamento (mensilità extra o roba così).

    tl;dr? :D

    • Avatar of Nicholas | Nè Nicholas | Nè 23/10/2012 15:48

      tl ma l’ho letto lo stesso (credevo fosse la recensione di iron sky :D ).

      in realtà la tesi sostenuta non è ovviamente mia ma è la modellizzazione di una delle regole che gestiscono il mercato del lavoro tesi che io trovo molto attuale in italia.

      La differenza come dici tu è fatta molto dall’impossibilità di tornare indietro, c’è da dire che in finaldia (in realtà non lo so, avevo analizzato meglio il caso olandese) si unisca una amggiore flessibilità da parte dell’azienda a un robusto sstema di ammortizzatori sociali, cosa che in italia manca.

      in italia si punta di più a non far licenziare la persona piuttosto che a gestirla in un eventuale post licenziamento.

      di epr se non è un idea scorretta ma è un’idea che in un economia post moderna fa acqua, srpatutto in un economia asfittica come quella italiana.

    • avatar chetto 25/10/2012 11:05

      in realtà anche in Italia il contratto prevede che ci sia il periodo di prova, dove i diritti e i doveri di entrambe le parti (datore e dipendente)sono pienamente operanti. Lo scopo di questo periodo è quello di permettere ai contraenti di conoscersi l’un l’altro, con la possibilità (per entrambe le parti) di recedere liberamente dal contratto

  4. Avatar of lucatrademark lucatrademark 23/10/2012 18:52

    Selezione avversa, problema principal-agent, free riding. Questi sconosciuti…

  5. Avatar of GiuliusT GiuliusT 23/10/2012 23:35

    nicholas: talmente lucido che ci si specchia ;)

  6. Avatar of eric11sillabe eric11sillabe 24/10/2012 11:17

    Nella trattazione dell’argomento si focalizza l’attenzione sulle posizioni di apice, secondo me tralasciando le esigenze delle realtà italiane: la piccola azienda.
    Indubbiamente il maggiore appeal lo danno le posizioni soddisfacenti sotto il profilo economico e corrispondenti alla propria preparazione, ma la realtà è quella di compromesso in posizioni lavorative di medio livello. E qui, ribadisco, a mio parere, vedo la debolezza del modello sopra descritto.
    Espongo il mio punto di vista di datore di lavoro: se devo dare un lavoro di “medio” livello preferisco senza ombra di dubbio darlo a chi si è preparato per tale livello (ovviamente basandomi anche sui suoi risultati scolastici) per il fatto che per tale persona è il lavoro a cui aspira, in cui si sente gratificato, in cui è messo nelle condizioni ottimali per dare il massimo. Io datore di lavoro so per esperienza che chi viene assunto deve essere ancora formato per la specificità del ruolo che deve ricoprire e sarò io a dare tale formazione, in cui investo effort. Se dovessi dare tale formazione a qualcuno per cui il lavoro che offro è un ripiego in attesa di tempi migliori rischio seriamente di sprecare tale formazione per doverla rifare nuovamente al prossimo candidato. Per tali ragioni sopra specificate ritengo che per un eventuale posto di lavoro non specificamente tecnico il filosofo da me non troverà spazio, così come l’ingegnere aerospaziale. Nel primo caso per una preparazione non attinente che tuttavia mi costringe ad erogare un emolumento superiore non giustificato (come da contratti nazionali), nel secondo caso in quanto rischio di sprecare tutto l’investimento dell’azienda in capitale umano. In una grande azienda le possibilità di carriera possono ovviare la seconda situazione, in una piccola azienda dove solitamente si viene assunti nel posto che si ricoprirà poi per il resto della vita lavorativa il rischio di dimissioni è concreto.
    Sfortunatamente le piccole aziende in Italia sono il 95% del totale (dati Confindustria, vado a memoria)

    In sostanza meglio un ottimo geometra di un architetto mediocre. Non solo per il lavoratore, anche per l’azienda.

    • Avatar of Nicholas | Nè Nicholas | Nè 24/10/2012 17:20

      E io ti do pienamente ragione.
      Il problema diventa quando gli architetti sono talemnte tanti che il emrcato non riesce ad assorbirli e quindi “costano” quanto un geometra.
      Il datore di lavoro che deve assumere “a scatola chiusa” a qeusto punto tende a prendere l’architetto, scartando di fatto il geometra.
      Ovviamente non è sempre così, i modelli funzionano sulle statistiche di intere nazioni però il trend è quello.

      Questo diventa un problema per il bravo geometra perchè viene scartato non perchè inadatto al compito ma penalizzato dal fatto che non ha preso un titolo (ossia il segnale).

      Banalemnte io ho lavorato in aziende in cui l’ufficio contabilità che per i nuovi assunti accettava solo laureati in economia (e ho visto essere una cosa abbastanza comune) quando basterebbero dei buoni ragionieri per quel lavoro.

      LA teoria meglio un geometra buono che una rchitetto mediocre ha il problema che è difficle valutare le persone e quindi si riduce a: meglio un geometra o un architatto? In un mercato saturo di architetti prendi l’architetto.

      Questo spinge la gente a laurearsi (se sono geometra chi mi assume?) e ad alimentare il circolo vizioso dei lareifici e dei laureati da 1200 euro al mese.

      Sto estremizzando, ma la distorsione inq uesto caso è generata da chi assume, tu sei hai le idee chiare e questo è lodevole, ma molti altri no e si fanno incantare dal “pezzo di carta”.

  7. Avatar of Kaarme Kaarme 24/10/2012 12:10

    Complimenti @nicholas (& :fav: )

  8. Avatar of alekuei-ssu alekuei-ssu 25/10/2012 16:21

    “che il mercato del lavoro deva essere più flessibile”… al limite, “debba”. E non ci vuole una laurea in Lettere.

    A parte questo, non capisco l’acredine nei confronti delle materie umanistiche. Mi sembrano argomentazioni un po’ banali. Il mondo è pieno di stupidi, di stupidi laureati in teatro e di stupidi ingegneri. Anche pieno di stupidi che mangiano al mcdonald e scrivono belle formulette.

    :popcorn:

    • Avatar of Nicholas | Nè Nicholas | Nè 25/10/2012 17:03

      Nessuna acredine, anzi, ci va gente che prepari i panini, io quando esco da lavoro ho fame!

      Cmq la tua critica non mi sembra riguardare l’articolo in se quanto puntualizzare l’ovvio sul fatto che se sei stupido rimani stupido (tema ampliamente dibatutto nei commenti degli altri due post).
      Cmq se le argomentazioni sulla selezione avversa e sull’istruzione come segnale ti sembrano banali puoi darci il tuo pdv sulla questione.

      • Avatar of alekuei-ssu alekuei-ssu 25/10/2012 18:34

        quale pdv? hai riportato formule e teorie interessanti e certamente corrette. Grazie.
        Ecco invece un pdv, per quel che vale. In questo paese tutte le dinamiche sono sbilanciate perché il Mercato – e quindi il mercato del lavoro e quello dell’istruzione – è falsato: non viviamo un sistema economico liberista e siamo governati da oligarchie. A cominciare da quella del così detto “Pubblico”.
        Il valore dell’istruzione è subordinato a tutto questo.

        • Avatar of Nicholas | Nè Nicholas | Nè 26/10/2012 09:19

          Condivisibile in parte, non mi addentro nel pubblico in quanto è un campo a se stante che è parzialmente coperto da questa teoria (anche se ogni volta che vedo un concorso e leggo laurea necessaria mi chiedo come mai alle poste poi negli uffici pubblici la gente si trovi così male), accetto la logica che il comparto pubblico abbia anche la funzione di ammortizzatore sociale, nel sens che assume persone che da altre parti non durerebbero molto.

          Ciò è lodevole, il problema è quando la tipologia di lavoro pubblico (retribuzione, sicurezza) è superiore a quella del privato, a questo punto nel pubblico, che offre una situazione mediamente migliore per il lavoratore e che, incidentalmente, dovrebbe anche servire un servizio a tutta la nazione, dovrebbe iniziare a essere un minimo più stringente su chi tira dentro.

          Sulle oligarchie non so, non ho le conoscenze per addentrarmi in tale discorso, per quello che ho visto io, sebbene esistano indubbiamente casi di “assumo tizio perchè è figlio del mio amico caio”, dinanzi a una crisi e al rallentamento del sistema economico alle aziende conviene essere sempre più stringenti riguardo alle figure che assumono e questo è nettamente in linea con l’ipotesi liberista del mercato del lavoro.

  9. Avatar of trigger111 trigger111 27/10/2012 12:56

    Non si va a scuola per apprendere una scienza, arte o disciplina, ma per essere scherniti dai compagni, svalutati dagli insegnanti e per sentirsi dare del parassita sociale da chi ha abbandonato gli studi ed ha cominciato a lavorare. Se riuscirai a sopravvivere a ciò ti daranno il titolo di studio, volto a certificare, non le tue conoscenze, ma che hai patito un lungo periodo di digiuno (perché se non hai stipendio non puoi soddisfare i tuoi appetiti) e che hai ingoiato un grosso pacco di umiliazioni. Molti credono che le qualità utili per avere successo a scuola siano l’intelligenza o la memoria, ma in realtà serve resistenza alle offese, al digiuno e all’angoscia del tempo che passa.

  10. avatar Heavymachinegun 29/10/2012 08:54

    Nicholas si esprime in maniera arrogante e irritante. Inoltre questi semplici modelli non possono tener conto della complessità della realtà. L’economia è una pseudoscienza.

    Deridere gli insegnamenti umanistici e poi scrivere “deva” anzichè “debba” è il colmo comico.

    • Avatar of sabas | Puffo Hater sabas | Puffo Hater 29/10/2012 09:26

      Laurea in Filosofia e lavoro alla Coin?

    • Avatar of Nicholas | Nè Nicholas | Nè 29/10/2012 09:34

      Lol se non ti piace come funziona l’economia hai sbagliato parte del mondo in cui vivere.
      Cmq se hai un modello migliore, prego, siamo qui per questo.

      In ogni caso dire che il modello è semplice non lo rende sbagliato, questa è una cosa che probabilmente non ti hanno insegnato mentre studiavi i congiuntivi però i modelli servono a quello: dare una spiegazione semplice ossia atta a individuare le variabili in gioco. Per complicare le cose c’è sempre tempo.
      Cmq se non ti è chiaro questo è inutile che iniziamo a parlare di ottimizzazione combinatoria, ricerca operativa, ottimi non assoluti, bias di approssimazione e problemi non computabili.

      Visto la tua critica si limita a “economia pseudoscienza” bene, deva o debba sono entrambe giusti, il linguaggio è un costrutto atto a passare un’informazione tra due interlocutori, fintanto che la gente capisce il senso di quello che scrivo ho scritto giusto.

  11. Avatar of gutul gutul 2/11/2012 12:51

    Torno sempre al mio cavallo di battaglia: università troppo semplice.

    Si lo so che “università troppo semplice” è una cazzata, mi spiego.

    Non esistono solo impieghi per ragionieri/geometri/tecnici di laboratorio/segretari ecc.

    Ogni tanto ti occorre un laureato in economia, ingegnere, chimico, biologo, ecc. Come fai a selezionarlo se tutti hanno la laurea a tutti con la lode?
    Almeno il voto di laurea potrebbe essere usato come discriminante (o l’ottenimento di un PhD o di un master). Nel mondo della biologia (il mio) ti assicuro che non è così. Così se devo scegliere a chi dare lavoro sono nella cacca perché è molto difficile capire chi va bene per fare il tecnico e chi merita una posizione migliore.

    La cosa che mi fa incazzare abbestia è il riflesso di questo problema: gente brava si trova a competere con gente molto meno brava ma non ha armi per poter dimostrare il suo talento. E questo mi pare valga anche per le laureee umanistiche: mica tutti quelli che studiano filosofia sono degli idioti/fancazzisti. All’interno del gruppone ci saranno pure persone colte+intelligenti+flessibili che magari potrebbe valer la pena di formare per una posizione più tecnica. Ma come fai a riconoscerli? Ma in italia qualcuno prende una laurea in sociologia/scienze politiche/filosofia/lettere con meno della lode?
    Ah giusto, poi c’è il risultato: paghe basse per tutti (però tutti hanno dovuto sostenere i costi dell’istruzione superiore).

    • Avatar of gutul gutul 2/11/2012 12:54

      Dimenticavo: al solito ottimo articolo :fav:

    • Avatar of Nicholas | Nè Nicholas | Nè 2/11/2012 13:51

      Quello che dici tu è giusto (btw su filosofi e compagnia bella faccio ironia, sono sicuro che la maggiorparte di loro sia molto preparata), il concetto è che, per quanto quello che tu chiedi sia giusto, lo stai “chiedendo alla persona sbagliata”.
      Nel senso, non è compito dell’università dire chi è bravo e chi no per il tuo lavoro, compito dell’università è dire chi ha concluso o meno un percorso di studi.

      Esempio pratico, da me lavorao dei laureati che non sanno usare Excel, e verrebbe da dire “cazzo sei laureato come fai a non saper usare excel?” ma sarebbe un’affermazione sbagliata, non è compito dell’università darmi persone adatte al mio lavoro (o anche solo persone intelligenti), compito dell’università è formare persone che conoscano determinate cose.

      Io non conosco il tuo ambito, però immagino che tu ti troverai daventi persone ccon dei voti, voti che stanno li a dire “la persona A ha comcluso il percorso che le ho proposto” il voto è quasi un di in più, e quindi tu mi dici giustamnte “chi è bravo? chi è capra? dal voto non lo capisco”, ma infatti non è dal voto che lo dovresti capire.

      LA teroia del laureificio è lesiva per le aziende, ma anche per le persone, io ho una laurea (o meglio due) e vedo gente molto più capra con voti molto più alti fare più strada, ovvio che mi incazzo, però poi penso, magari davvero questi erano più bravi di me all’università e quando si faceva diritto delle imprese seguiva e studiava invece di cazzeggiare, il loro voto è giusto che sia più alto del mio.

      Il problema è che essere più bravi all’università non significa essere più bravi nel lavoro, ma qui non è colpa delle università o degli studenti, qui è colpa del mercato del lavoro che prende la teroia dell’istruzione come segnale e ne fa un assoluto: hai preso 110 sei il milgiore per il mio lavoro.

      Non si può dire che l’università è troppo facile se poi però si prendono persone solo guardando un voto, questo è il mio punto.

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