Apro gli occhi e vedo il nulla.
Bello, non me l’aspettavo. Le mie pupille avide di luce riescono a mettere a fuoco un bagliore immaginario che il mio cervello in paranoia ha escogitato per tenerle impegnate. Tutto ciò che riesco a percepire è un baluginio di colori cangianti, che si annodano e si contorcono al ritmo forsennato della pseudo-cassa dell’Est che il mio udito appena rinato ha messo a fuoco.
Vedo il suono e ascolto colori immaginari.
Mi compiaccio della sinestesia per qualche secondo, ma è chiaro che la figura retorica sensoriale mi allontana dalla realtà. Non sono ancora pronto, ovvio.
Chissà dove mi trovo; non riesco a connettermi all’universo circostante, come se i server fossero pieni. Dovrò attendere in coda come tutti: si tratta solo di avere pazienza. Minuti di colori e vibrazioni sottovuoto. Quando si tratta di aspettare non ho particolari problemi: in fondo è una vita che aspetto.
Dopo un periodo di tempo indefinito, la mia mente orfana di stimoli riceve un segnale. È evidente che qui vicino qualcuno sta vomitando. Beato lui, riesce a interagire col mondo esterno.
Ormai le orecchie riescono a cogliere, al di là di un clamoroso fischio di sottofondo, una serie di suoni e rumori che affiorano dal frastuono in quello che sembra un piccolo appartamento spoglio. È facile percepire gli spazi vuoti, anche quando l’audio è l’unico input a disposizione. Riesco a immaginare il percorso delle onde sonore prodotte dalle casse a buon mercato che sparano musica ai quattro venti, e pare che non ci siano molti ostacoli tra un rimbalzo e l’altro.
L’effetto acustico più nitido è sempre quello dei conati di vomito, che un po’ alla volta si spengono in un rantolo penoso: lo sciagurato ha espulso tutto il contenuto delle sue budella. In un inspiegabile moto di ammirazione, provo a immaginare la scena con tanto di chicken spot avariato che si spalma sulle piastrelle del pavimento. La verità è che sono invidioso: se non riesci a muovere un muscolo, persino gli spasmi intestinali ti sembrano un traguardo.
Bella festa, eh? vorrei urlare a qualcuno, ma mi sembra di non ricordare come si articolano le parole. Strano: all’interno della mia testa i concetti sembrano dipanarsi come parole scritte in bella calligrafia e lette ad alta voce; ma forse i pensieri utilizzano un linguaggio-macchina, chissà. Mi piacerebbe per lo meno dimenarmi scompostamente al ritmo della tech-house, ma non succede niente. A quanto pare il lobo frontale funziona a metà.
L’unico appiglio visivo è quel bagliore prodotto dalla mia fantasia, che adesso è diventato una strobo giallo-verde. Potrei dedicargli la mia attenzione per un po’, finché non trovo di meglio.
Il fatto di non aver paura mi spaventa: seconda figura retorica della serata. Sono abituato ad avere il terrore del buio, nei luoghi che non conosco; eppure il fatto di essere cieco e incapace di muovermi per il momento non mi dà nessuna preoccupazione. Sono concentrato su un barlume intermittente che non esiste.. ma tutte le cose immaginarie sono ispirate in qualche modo alla realtà, giusto? Le leggende hanno sempre un nòcciolo di verità. Forse questa luce assurda che solo i miei occhi credono di vedere è concepita a somiglianza di una fonte luminosa reale, che mi darà un po’ di sollievo nelle tenebre di questo martellante bordello, non appena le pupille saranno in grado di aiutarmi come ai vecchi tempi.
Si risveglia anche l’olfatto e mi sento avvolto da una zaffata della classica mistura tardoadolescenziale di fumo, vomito, alcol e sudore. Evidentemente la festa dalla quale mi sono auto-escluso bevendo e fumando come un coglione sta andando alla grande. Per un nanosecondo affiora un pensiero, non hai più l’età per ‘ste cazzate, ma è davvero un flash, un’eresia che respingo all’istante, prima che anche la coscienza sia schernita dall’abuso di sostanze varie.
Ci mancherebbe, cazzo.
Come primo gesto consapevole, provo a spostare il piede destro, che riesco a malapena a staccare da un pavimento intacconato di similcocacola. Poi un movimento involontario: iniziano a tremarmi i ginocchi. O le ginocchia? Come cazzo si dice? Ma dopotutto non sto parlando con nessuno; all’interno della mia testa posso tollerare qualche errore di ortografia.
Dialogo coi miei pensieri. Come stai? Di merda, grazie per l’interessamento; fa’ un po’ te: mi tremano le ginocchia. Fanculo: è comunque un buon segno. Beh, sì, meglio di niente, bro.
Mi sento inutile come l’ennesimo inedito dei Beatles; insignificante come uno shammy a corto di mana. E se penso ai videogiochi persino adesso, significa che il cervello sta tornando in letargo. Ma d’altr’onde in un momento di raccoglimento mistico è inevitabile pensare a come si possa uccidere quel fottuto monaco dello Scarlet Monastery con il mio party predefinito di niubbi.
Mi rendo conto che miracolosamente lo stomaco è in buone condizioni, magari ho già vomitato tutto per istinto di autoconservazione; però non devo chiudere gli occhi, sennò sono fottuto. Devo trovare al più presto qualcuno con cui parlare per tener buoni i neuroni che si sono riattivati dal Risveglio. Nell’Europa dei 25 (1) ci sono almeno 20 lingue ufficiali, perciò le probabilità di trovare a tentoni qualcuno che si interfacci con me in un idioma noto sono praticamente nulle, anche perché un effetto collaterale della gatta (2) è la formattazione di quella parte di encefalo che contiene la lingua francese livello base, che mi serve per interagire goffamente con gli altri erasmus. Spero che da qualche parte ci sia una copia di backup.
Se non fossero partiti per Azeroth, i miei due compari potrebbero aiutarmi ad affrontare l’emergenza: dopotutto mi conoscono da una vita e sanno come mi riduco in certe situazioni. Chiaro, anch’io avrei voluto spaccare il culo a qualche pala di basso livello, ma stasera sono riuscito non so come a staccarmi da quel cazzo di videogioco stupendo, che crea una dipendenza simile a quella degli eroinomani.
Ci sono giochi pieni di anfratti bui in cui non puoi fare assolutamente niente. Mi sembra di trovarmi in una di quelle zone morte alle quali i level-designer non hanno assegnato elementi interattivi: sono avvolto da una serie di poligoni texturizzati di nero, con questo fottuto effetto luminoso che sta percorrendo per l’ennesima volta l’intero spettro visibile, tenendo impegnate le mie precarie risorse di sistema.
Un’improvvisa epifania mi mette di fronte alla drammatica realtà: ho ancora voglia di bere. Dopotutto, forse, quella spirale luminosa in sovraimpressione è ferma, ed è la mia testa a girare: potrei cercare di arginare la psichedelia del moto ondulatorio assecondando il mio organismo bramoso di additivi. Devo trovare un drink, e qualcuno con cui parlare.
Sento come un terremoto lontano e il mio primo pensiero è la Francia non è zona sismica. Strano: perché ricordo i nomi di 15 hot-spot della striscia vulcanica del Pacifico ma non so dove cazzo mi trovo? Dai pochi dati a mia disposizione, che comprendono un vago ricordo antecedente al Buio e alcune voci nei dintorni che si esprimono in varie lingue straniere, dovrei essere nei dintorni di Parigi, a meno che qualcuno non mi abbia infilato a mia insaputa su un aviogetto low-cost atterrato nella natìa Romagna.
Probabilmente l’appartamento in cui mi trovo (insieme a individui per ora non identificati) appartiene al Résidence Universitaire di Promenade du Belvédère a Torcy, Île de France. Bel posto, decisamente. Casa mia, per il momento. Spero di poter verificare al più presto l’attendibilità delle mie congetture; di una cosa però sono certo: che questa non è la mia camera. L’odore, l’eco delle voci, la distribuzione termica, la disposizione delle stanze (che intuisco dalle svariate fonti sonore) non combaciano coi dati in mio possesso. Sembra incredibile, ma persino in queste condizioni, con la testa che inizia a pulsare ignobilmente e i polmoni che domandano ossigeno, pretendo di ragionare. E la cosa divertente è che forse a tratti ci riesco, seppure non a livelli da scuola pitagorica. In ogni caso mi servono più stimoli: ho bisogno di qualche incentivo per rimettermi in pista.
Il destino finalmente accorre in mio aiuto sotto forma di un ominide saltellante che, a giudicare dai movimenti sussultori accompagnati da grida scomposte in catalano, è l’autore degli sconvolgimenti tellurici di cui sopra. Quando la sua presenza si manifesta nel mio angolo buio come una sagoma più nera del nero, benedico il suo grosso culo che viene a sbattere contro il mio alla velocità del suono, riportandomi alla realtà e consegnando la mia faccia sconvolta al pavimento. Sono caduto su qualcuno, ma il cranio è atterrato sul suolo freddo e appiccicoso, accanto a una chiazza di birra. Era letteralmente la spinta che mi serviva, perché come per magia gli occhi ricominciano a dare il loro contributo video. Un bel salto di qualità. E non mi sono nemmeno fatto male, credo.
Pare che il corpulento babbeo stia saltando come un grillo con una sigaretta in mano, completamente fuori tempo rispetto al delirio approssimativo della musica.
La mia testa all’improvviso sembra popolata da un’intera nazione di esseri minuscoli e tediosi come zanzare, che mi colpiscono all’unisono le tempie e la nuca con martelli, zappe e picconi (3); in compenso, però, riesco a organizzare una serie di movimenti per eseguire la complicata coreografia con cui mi rimetto in piedi. Mi sento davvero figo. Poco fa dovevo essere uno spettacolo penoso, come un playback di Gigi d’Alessio; ora mi sento sulla cresta dell’onda. Sono di nuovo vivo.
Lo sfortunato su cui si sono abbattuti i miei 90 chili è in realtà una sfortunata. Me ne sono accorto dalle tette: davvero notevoli, anche se per il momento il mio sguardo avido di luce vuole solo percorrere la stanza alla ricerca di un’autentica fonte luminosa. Unico appiglio, per il momento, è la spia verde del subwoofer, ma mi accorgo che un po’ alla volta si aggiungono nuovi dettagli alla mia visuale in VGA. Finalmente.
Il torello che mi ha steso ha gridato desolée, ma continua a far tremare il suolo coi suoi balzi fuori luogo. Anche lui sembra cotto a puntino. A giudicare dalle grosse chiappe che intravedo nel buio, potrebbe trattarsi di JuanMi, nel qual caso le probabilità di essere a Torcy o a Lognes salgono al 98%. Ma questi primi fotogrammi di realtà sono abbastanza disturbati, mi pare.
Finalmente metto a fuoco la tettona: dovrebbe essere una delle due italiane arrivate da poco. Tornerò da lei per vedere quei due galleggianti da vicino e per tenere un po’ impegnato il mio cervello con una conversazione in lingua originale. Ma prima devo trovare qualcosa da mangiare e un beverone da erasmus. Accanto a quello che è inequivocabilmente un pentolone di calimocho, una sagoma umana acquisisce con effetto morphing i lineamenti discutibili di Mikloŝ, che si muove a ritmo di musica rischiando seriamente di slogarsi i gomiti. Certo, quando sono fuorissimo polemizzo su tutto, ma i gesti delle comparse di questa scena mi sembrano poco dignitosi. Non che io possa parlare di dignità, sia chiaro.
Addento una schifezza tipicamente crucca e mi avvento sul pentolone, sgulvanito (4) come Asterix con la pozione magica. Mi rifornisco di carburante bevendo direttamente dal mestolo, poi mi sforzo di inquadrare la situazione. L’odore di ganja si sta facendo penetrante, e appena entro in una nube penso che il monossido di carbonio non dev’essere molto diverso. Nelle mie attuali condizioni il fumo mi lascia nauseato come un pezzo di Luca Dirisio.
Mi avvicino alla finestra alla ricerca di molecole di O₂: dopo un paio di boccate mi sento pronto per riempire due bicchieri e intavolare un dialogo con quelle tette. Purtroppo il delirio di onnipotenza è durato poco: da quando ho inalato il risultato della combustione della maria, il corpo e la testa sembrano appartenere a due universi paralleli, ognuno con le sue leggi fisiche peculiari. E pensare che c’è ancora chi sostiene che il fumo passivo non fa male.
Cerco di farmi forza e mi dirigo verso la tettuta connazionale a statuto speciale con due bicchieri pieni fino all’orlo: scelta azzardata, perché lungo il breve percorso metà del contenuto di ciascun recipiente finisce per terra. Poco male. Passo dopo passo, mi convinco che quella verso cui sto deambulando è almeno una quarta di reggiseno.
Lei, la tipa, non so nemmeno che faccia abbia: mi ero imposto di concentrarmi sulla scollatura e per il momento scelgo la coerenza. Quando sono abbastanza vicino, dico semplicemente bonsoir. Le tette restano mute, ma una voce proveniente dai margini del mio campo visivo mi risponde ciao. Cerco sempre di far pratica con la lingua locale, ma non ho ancora inserito il disco di ripristino e non saprei da dove cominciare, quindi scelgo di avviare la conversazione nel mio idioma preferito, che per puro caso è anche la mia lingua madre.
- Bevi qualcosa?
- Eh?
Mi avvicino ancora un po’.
- Calimocho?
- È quell’intruglio scuro?
- Sì: coca tarocca, vino scadente e zucchero: una porcata. Non potrai più farne a meno, fidati.
- Okay… Grazie. Ma delle tue parti si usa spiaccicare una ragazza col proprio peso e poi offrirle da bere?
Il tono non è incazzato, per fortuna. Ride.
- A volte sì. Dipende da come butta la serata.
Sto cercando di ricordare il nome della proprietaria delle tette. Il rischio è il mio mestiere, tiro a indovinare.
- Sei Valentina, giusto?
- No, Silvia.
Ride. Quindi Valentina è la spilungona che sta a Lognes e Silvia è la tettona. Mi sono seduto di fianco a lei, sopra un materasso appoggiato per terra. Adesso le sto così vicino che devo concentrarmi sul rilievo di un singolo capezzolo, perché l’enormità tondeggiante di quelle poppe non consente una visione d’insieme.
- Sei di Cagliari, vero?
- Sassari.
- Eccheccazzo.
Ride ancora. Non ne azzecco una: tutto rego.
- Comunque l’accento è sempre sardo, no?
- Non diciamo fesserie. È sassarese.
Fesserie. Esiste ancora qualcuno che non dice stronzate o cazzate.
- Beh, hai la stessa parlata di Cossiga.
- Infatti. Pure lui di Sassari è.
Basta nominarle un illustre concittadino e già le sfugge il costrutto tipico di Yoda…
- Ma dài.
- E tu sei Rocco, quello di Riccione che fa informatica.
- Cazzo, sai anche il mio codice fiscale?
La chiacchierata è partita bene. Fare nuove conoscenze in Erasmus è piacevole quanto fisiologico. Scopro che i sardi scambiano spesso i verbi ausiliari dei tempi composti, che dalle loro parti gli abitanti della penisola si chiamano continentali, e che il mio accento romagnolo può sembrare una parlata tanto esotica quanto spassosa.
Mi rendo conto che non posso continuare a parlare con una voce fuori campo, e sposto l’inquadratura sul viso della tettona, per educazione. Un sorriso rassicurante, direi. Lei ogni tanto si gira verso un’altra ragazza che le parla in un francese fluente. Anche Silvia se la cava bene. Una cosa alla volta, comunque: per ora voglio proseguire con l’italiano, e mi concentro su di lei.
Non sono molto portato per l’arte della conversazione, ma mi salvo dalla scena muta sfoderando il sempreverde gioco del da noi / da voi. Da noi sbronza si dice gatta, e da voi? Ma non mi dire, da voi marinare la scuola è fare sega? Da noi è fare puffi. Fuorissimo. E tutta la storia di ajò, che vuol dire semplicemente andiamo. Bella l’espressione che futta, cos’è che significa? Fastidio? Figo…
E così via. Liscio come l’olio.
Stiamo chiacchierando da un tot, e i nostri bicchieri sono stati riempiti e svuotati più volte, quando dal buio si materializza uno splif. Di certi fondamentali giovanili come le droghe leggere finisci per padroneggiare il lessico in più di una lingua. Che sia canna, porro, joint o splif, nessuno ha mai conosciuto uno studente che non ne fumi, almeno in Erasmus. Ovvio che in questa situazione non posso esimermi: la mia nuova amica non ha mai praticato e pare poco propensa a lasciarsi andare, anche se prima o poi accadrà: è doveroso dare il buon esempio.
Basterebbe annusare il manufatto come se fosse un buon vino, dare una corposa tirata di approvazione e infine offrirlo alla portatrice di poppe con la noncuranza del veterano, raccomandandole di non scenerarsi addosso. Get up, stand up e vai con un filo di gas.
Stocazzo. Perché ovviamente voglio esagerare, ostentare la mia virilità, fare il figo: l’ennesima cazzata è dietro l’angolo ma sono troppo stronzo per rendermene conto. Il fatto è che sono insicuro, che ci vuoi fare?
Ho deciso di rilanciare: come se fosse normale amministrazione, chiamo a gesti un volontario per il soffietto. È una cosa che ho solo visto fare, perché nemmeno io sono il principe dei tossici. Suona tipo millantato credito, ma se sopravvivo sono ganzo da far paura.
Mi ergo in piedi avido di gloria, mentre un perfetto sconosciuto aspira una bella boccata e poi, col cannone al contrario tra i denti, mette le mani a mo’ di tubo sulla mia bocca e mi soffia metri cubi di oppiacei combusti direttamente nei polmoni.
Tutto sbiadisce di nuovo, ma stavolta verso il bianco. Che rottura, era meglio il buio.
Riesco solo a dire chi ha tirato la leva dell’iperspazio?, e ancora una volta sono game over.
Buio, finalmente. Insert coins.
Quando ritorno in vita, capisco di aver vissuto un lungo black-out, e prima ancora di verificare se possiedo il prezioso dono della vista, mi rendo conto che stavolta non posso farmi cogliere impreparato, e riesco a rantolare:
- Dove cazzo mi trovo, e come sono finito qui?
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NOTE:
(1) All’epoca della mia permanenza in Francia, l’Europa unita aveva solo 25 paesi membri.
(2) Non so se vale per tutta la Romagna, ma tra Rimini e Cattolica non si discute: gatta = sbronza.
(3) Non ho trovato il brano, ma credo di aver letto un’analogia simile in Jack Frusciante di Enrico Brizzi.
(4) Sempre lingua romagnola di Rimini/Riccione: sgulvanìto = ingordo, goloso.
Non è male, a volte fa lollare. La nota negativa è che la narrazione è tutta pesante, cioè piena di espressioni da rileggere 2 volte per essere afferrate.
Eri messo abbastanza male quatso
Purtroppo ero messo male sul serio.. lo si nota forse anche dal fatto che giocavo a WoW, ma la connessione a 20 MBit chi l’aveva mai vista, allepoca?
Io per ste cose sono ampiamente negato però bho io non ho visto eccessiva pesantezza, mi è parso bello scorrevole e in qualche punto ho lollato duro.
Cool story bro
Grazie
Ti faccio i seguenti appunti:
- Narrazione opulenta;
- Periodi troppo lunghi. Prima di arrivare un punto si va in apnea;
- Periodi troppo articolati: esprimi troppi concetti nello stesso periodo invece di separarli con un punto o un punto e virgola;
- Abuso dei possessivi (mio, suo, sua… sono errori tipicamente anglosassoni, noi abbiamo il sottinteso!);
- I dialoghi in stile copione saranno il tuo lasciapassare per l’inferno.
Per il resto mi è piaciuto, a parte i punti di cui sopra è evidente un certo stile ironico che mi aggrada assai.
Ecco, “opulenta”, la parola che mi mancava.
Grazie, è esattamente il tipo di critica che mi serve! Il mio stile è già cambiato parecchio (questo raccontino l’ho scritto un po’ di tempo fa), ma probabilmente può essere tuttora definito ‘opulento’. Le frasi un po’ asfissianti erano volute dal punto di vista della punteggiatura, ma non per quanto riguarda i troppi concetti per volta: quelli evidentemente devo dosarli meglio.
L’abuso di costrutti tipicamente anglosassoni è insopportabile anche per me quindi devo fare più attenzione!
I dialoghi stile copione.. che ci vuoi fare, mi piacciono!
in questo caso sono il riassunto dei ricordi annebbiati di quella sera, che non potevo trascrivere fedelmente.. mica avevo i Google Glass
Bello. Mi è veramente piaciuto.
Cool story bro’.
“insignificante come uno shammy a corto di mana” nel baloon xD
Bello, mi fa rimpiangere i vecchi tempi (che non ho vissuto).
Mi ritrovo abb nella descrizione del delirio anche se non sono mai stato così vulnerabile alla ganja.
Ah, era Obelix comunque.
All’epoca la ganja mi dava fastidio se avevo bevuto.. mi era concesso un solo additivo alla volta!
(adesso che sono passati anni mi basterebbe una sola boccata passiva per crollare a terra schiumando).
Dai cartoni ricordo che Asterix era piuttosto entusiasta quando si trovava di fronte al pentolone.. non potevo paragonarmi ad Obelix perché ovviamente so che a lui la pozione era vietata! Per fortuna io non son caduto nel pentolone del calimocho da bambino.
Forse sarà che stranamente mi sa molto di già vissuto, ma comunque bella storia
Tu l’hai vissuta con la soggettiva della tettona?
devo ammettere che l’inizio è “ostico”, cioè lo stile “opulento” è un freno alla lettura… ma dopo poche righe si va via che è una bellezza!!!
Bravo!
Bella storia, un po’ pesante la prosa come ti hanno fatto notare, però a me è piaciuto comunque
scritto in malo modo, in compenso la storia non era nemmeno da raccontare per quanto povera di fatti interessanti
I commenti distruttivi sono adorabili
beh là fuori ci sono tante storie che non valeva la pena di raccontare.. se non altro, visto che non sono un vero scrittore, io mi sono limitato ad un breve raccontino senza trama
mi è piaciuta molto.
però sono curioso di come va a finire la “seconda parte” ?!?
Sarei curioso di saperlo