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di Luca Abboni

Disclaimer:
Il racconto non è mio, ma di una persona che mi ha permesso di pubblicarlo. Fate i bravi.
E con questa perla, per oggi, passo e chiudo. Buonanotte a tutti. ;)

Indagini su una venere morta: il rossetto, il coltello e il tavolo di cristallo

Lei è lì, la povera vittima. Il suo corpo giace senza vita su un costosissimo parquet, irrimediabilmente macchiato dal sangue che le è sgorgato dalla testa. Il medico legale stabilirà abbastanza facilmente le cause della morte. Chiunque saprebbe farlo. Lui arriverà, la guarderà come un meccanico scruta il motore di un’auto; come una cassiera guarda un codice a barre che il lettore di cassa non riesce a registrare; con la stessa tranquillità, con la stessa espressione abitudinaria che hanno tutti i normali lavoratori. Certo il lavoro del medico legale, di normale ha ben poco. Eppure lui lo percepisce così: per lui arrivare qui sarà come timbrare un cartellino; guardare quel buco in testa sarà come dedurre una causa, una causa qualsiasi, osservandone l’effetto, un effetto qualsiasi. E quel buco sul petto sarà il solito buco, aperto dal solito coltello affilato. Sarà tutto come sempre, tutto ordinario, tutto normale. È agghiacciante. No. Non lo è. Chi mai potrebbe sopravvivere senza creare un freddo, abitudinario distacco fra sé ed il cadavere. Nessuno. Nemmeno io. Nemmeno il più cinico dei poliziotti. Nessuno potrebbe sopravvivere pensando ogni volta ai risvolti emotivi di un omicidio, chiedendosi perché è successo, perché proprio ora, perché proprio a questa persona. Nessuno potrebbe resistere pensando ogni volta a quanto è breve e precaria la vita; a come il furore di un momento possa strappare l’esistenza al più forte e superbo, al più potente ed energico, al più immortale dei mortali. Io però ci penso. Dio è spietato. Se non si crede in Dio si può attribuire tutta quest’infamia, tutto questo perverso sadismo al destino, oppure lo si può attribuire al fatto che un Dio non c’è: l’Onnipotente o il destino, o il karma, il determinismo cosmico o chi per loro possono darti tutto in poco tempo. A venticinque anni sei una divinità. Sembra quasi che il potere ti renda immortale; sei inebriato dalla tua fortuna; ubriaco di te stesso. Ma la tua superbia, “Hybris” la chiamavano i greci, sarà necessariamente la tua rovina, la tua caduta. Perché cadrai, eccome se cadrai, molto più rapidamente di quanto tu sia salito. E così tutto quello che ti è stato dato nel corso della tua breve vita, ti viene tolto in un istante, in un battito di ciglia, nell’arco di tempo più breve che tu possa immaginare. Succede tutto in un attimo: un momento ci sei, il momento dopo non ci sei più. Il tempo di un litigio, un litigio finito male; di una colluttazione; il tempo di una testa che finisce dritta sullo spigolo scheggiato di un bel tavolo di cristallo; il tempo di un fiotto di sangue; il tempo di dare il colpo di grazia con una coltellata al petto, perché tutto il resto non bastava. Il tempo della fine.
Lei è bellissima: caschetto nero, occhi blu, spalancati dal destino crudele; labbra carnose, non ancora incupite dal violaceo della morte grazie ad uno sfacciato rossetto color vermiglio; gambe lunghe, lunghissime, infilate in autoreggenti con balza di pizzo, scure, sexy come non mai; camicia sbottonata che lascia intravedere un seno perfetto.
Si vede che è un delitto passionale; si vede che è stato l’amore, se così possiamo chiamarlo, ad uccidere questa venere sanguinante. Si vede anche perché sul tavolo di cristallo incriminato ci sono due calici sporchi ed una bottiglia di vino, costosissimo anche quello, come il tavolo.
Lei è bellissima: su quel corpo esanime si vede ancora l’impronta del successo. Tutto qui emana successo, cazzo: la disposizione ed il design dei mobili; i colori delle pareti; lo stile all’avanguardia dell’architettura; i vestiti firmati, perfettamente stirati, abbinati con cura e gusto; il profumo del bagno, così fresco e delicato da sembrare quello di un giardino. Tutto.
Ovunque si sente l’odore di una vita soddisfacente, strappata a questa dea dal destino geloso. Successo e soddisfazione: due termini poco familiari alla mia patetica vita solitaria: me ne sto qui, alle tre di notte, patetica come la mia vita, in abiti dozzinali e con il mio solito aspetto trascurato a contemplare la scena del delitto, cercando di anticipare il resoconto della scientifica sulla dinamica dei fatti.
Quasi quasi sono contenta che questa stronzetta sia morta: questa troia a cui la fortuna ha dato tutto. Gambe chilometriche che più e più volte avranno percorso la strada spianata verso il successo. Perché perfino il successo non ha potuto resisterle. E questi occhi blu, profondo baratro di passione per moltissimi uomini, impazienti di affondare i loro volti nei seni perfetti della defunta dea. Perfetti prima di essere sfregiati dalla lama fredda e spietata di un coltello.
Le gambe, gli occhi, il seno. Questo, questo e quest’altro. Tutto svanito, tutto esistito e finito. Il mondo non potrà più godere dell’infinito fascino della donna che giace ai miei piedi. Chiunque scambierebbe la sua morte con la mia.
Lei è bellissima: anche nella morte. Non è la bellezza di un volto sereno; non è la bellezza di una donna addormentata e sognante. Tutt’altro: quei buchi sulla testa e sul petto, quegli occhi spalancati dalla paura dicono tutt’altro. Parlano di una bellezza maledetta, di una morte maledetta, di una morte inflitta da chi avrebbe dovuto amare.
Lei è bellissima: ma non ne è rimasto nulla. Solo una traccia di rossetto su un calice da vino. A proposito: devo lavare l’altro bicchiere. Perché là di rossetto c’è il mio.

[CoolStoryBro] è la rubrica di Lega Nerd dedicata alla letteratura amatoriale

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10 Commenti

  1. Avatar of abbo abbo 22/7/2012 02:12

    Era un po’ che non si pubblicava niente di rosso su ‘sto sito tutto verde. :D

  2. avatar IceBox 22/7/2012 03:46

    Veramente fantastico, fai i complimenti da parte mia a chi lo ha scritto, davvero emozionante…

  3. Avatar of jacki jacki 22/7/2012 13:25

    Bello, bello. +1

  4. Avatar of Sig.Lebowsky Sig.Lebowsky 22/7/2012 15:33

    Vorrei fare qualche appunto al racconto, sperando di non infastidire nessuno. Secondo me c’è molta retorica e poca storia. Mancano personaggi tangibili e situazioni concrete a cui il lettore possa aggrapparsi per ricreare le immagini del racconto nella propria mente. Si sente per tutto il racconto la presenza dello scrittore, e risulta difficile “entrare” nell’ambientazione che si vuole creare. E’ tutto molto generico, e quindi viene meno l’empatia che dovrebbe permettere a chi legge di vivere, attraverso le parole di chi scrive, la situazione che viene descritta.
    C’è anche un problema sul narratore, perché fino alla fine non si capisce bene se si tratti di un poliziotto, un narratore impersonale o altro. Poi il finale svela l’identità, ma non viene creata la base per preparare il capovolgimento.
    Davvero, spero di non fare la figura del so-tutto-io, ma volevo dare qualche consiglio sulla base della mia piccola esperienza.

    • Avatar of abbo abbo 22/7/2012 16:20

      quando espressi con questi toni, i pareri personali non possono che far piacere: sono sicuro che l’autrice (sì, è una lei) apprezzerà. ;)

      Per quanto riguarda quello che il racconto ha suscitato in me, invece, posso dirti che di retorica non ce ne ho vista per niente (se per “retorica” intendiamo la stessa cosa…); magari qualcosa di “già sentito”, questo sì. Ma non si tratta di retorica: la retorica è il voler mandare un messaggio (il più delle volte a sfondo morale) spesso banale, camuffandolo da qualcos’altro; qui non si vuole mandare nessun messaggio (tanto meno un messaggio morale).
      Sulla questione “si sente la presenza dello scrittore” io l’ho avvertita solo nel passaggio sulla Hybris greca, che secondo me si poteva evitare (pare Kundera :P ), ma per il resto ho letto pensando che fossero i pensieri del soggetto osservante.
      Però, e concludo, ti appoggio il fatto che per il ribaltamento finale forse si dovrebbero delineare meglio, magari mentendo al lettore, il ruolo di “chi narra”. ;)

    • Avatar of William J. William J. 22/7/2012 18:51

      Concordo. Comunque si legge lo stesso in maniera piacevole. IMHO. +1

  5. Avatar of alexbanner94 alexbanner94 22/7/2012 20:24

    a mio parere, il bello del racconto stà nelle accurate descrizioni fisiche della vittima tanto da indurre a chissà quale fantasia incognita del narratore,che altro non è poi che l’assasina . Inoltre meno descrizioni sull’ambiente e sui personaggi secondari fà si che noi lettori possiamo divagare con la nostra fantasia e crearne noi l’atmosfera e tutto il resto :D almeno cosi lo interpreto io. Per il resto a me è piaciuto +100000 “è probabile anche che l’assassino fosse un transessuale con il rossetto cammufatosi a “pennello” per compiere un atto di violenza scatenato dall’invidia provata verso la vittima”

    • Avatar of abbo abbo 23/7/2012 01:21

      in realtà io l’ho sempre pensata “donna”, l’assassino. bella, ma non quanto la prima, di successo, ma non quanto la prima, e invidiosa. ;)

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