
Oggi ho deciso di portarvi un altro articolo leggero e spassoso, ma non preoccupatevi, gli articoli seri ritorneranno a breve. Oggi parliamo dell’apporto della schiavitù nell’economia moderna.
Lasciate da parte i proclami etici da finti-benpensanti politically correct: qui si parla di economia non di filosofia.
Detto questo, andiamo a incominciare.
Avviso che l’articolo è un po’ lunghetto nonostante abbia stretto al minimo e diviso in 2 parti, sapevatelo.
Introduzione: la schiavitù moderna.
Iniziamo con il precisare un concetto fondamentale, che cosa è la schiavitù?
Con schiavitù si intende la situazione in cui una persona è privata di ogni libertà e costretta a cedere il suo lavoro senza un compenso.
Non affronteremo il tema di lavoro sottopagato, sfruttamento (minorile e non) o altre forme di sfruttamento, sei schiavo se vieni pagato 0 per il lavoro che fai e sopratutto se non hai la libertà di cambiare la tua situazione.
Ad oggi le stime su quanti schiavi ci siano al mondo sono nebulose (la schiavitù è illegale ovunque), le associazioni per i diritti umani che si occupano del problema dichiarano circa 200.000.000 di persone ridotte in schiavitù, ma comprendono anche, in alcuni casi, lo sfruttamento minorile e il lavoro pagato a livello di sussistenza. Ricerche più recenti tendono ad abbassare questo numero e ad attestarsi su 30.000.000 individui schiavi a tutti gli effetti.
30.000.000 di schiavi significa che la nostra epoca è quella con il maggior numero di schiavi rispetto a qualunque altro periodo storico.
I nuovi schiavi sono ovunque, si stima che a Londra ci siano circa 3000 persone ridotte in schiavitù, idem per Parigi e NY.
Per esserci (nuova) schiavitù deve esserci un rapporto di forza sproporzionato, qualcuno che ha tutto il potere e qualcuno che non ne ha, altre condizioni sono: un sistema di governo corrotto, un abbondanza di persone disperate e una crescita economica vertiginosa che ne rende conveniente lo sfruttamento.
Ovviamente questo è più complesso nelle democrazie avanzate dove le leggi a tutela degli individui danno potere a ogni categoria, i nuovi schiavi si concentrano fondamentalmente in 4 aree:
sud est asiatico, Mauritania, sub-continente indiano e Brasile.
Vecchia e nuova schiavitù.
Altro punto importante che ci accompagnerà per tutto l’articolo è la differenza tra la schiavitù odierna e quella “classica” (tipo quella dei negri in America).
Ad oggi è illegale ovunque possedere schiavi e in effetti questa schiavitù è praticamente scomparsa, nessuno possiede più nessun altro nel senso che non ha carte o contratti che attestano questa situazione (come invece accadeva in passato), la nuova schiavitù si basa sul controllo ottenuto tramite la violenza (di vario genere) e sulla frode.
Ma non è l’unica differenza, le altre sono:
- Costo di acquisto: nella schiavitù classica il costo d’acquisto è elevato, uno schiavo negro nel 1850 costava l’equivalente attuale di 50.000 – 100.000 dollari, nella nuova schiavitù il costo di acquisto è bassissimo (circa 200 – 2000$ per una prostituta thailandese, 20-30$ per uno schiavo in India o in Pakistan).
Il costo è funzione della domanda è dell’offerta, il che ci porta al secondo punto.
- Disponibilità: nella schiavitù classica gli schiavi erano pochi rispetto alle esigenze e dovevano essere importati, con alti costi, da altri paesi, nella nuova schiavitù l’offerta di potenziali schiavi è amplissima e sono disponibili in loco o poco distanti abbattendo i costi di approvigionamento.
- Durata/tipologia del rapporto: la differenza di prezzo genera anche una differenza di rapporto, nella vecchia schiavitù era utile per il padrone aver cura delle proprie risorse visto il costo elevato e la difficoltà a rimpiazzarle, da cui si generava una “migliore” condizione di vita e il un rapporto di lavoro che durava l’intera vita dello schiavo.
Nella nuova schiavitù, a causa dei prezzi ridotti e della disponibilità di materia prima è più conveniente liberarsi di uno schiavo e acquistarne un altro piuttosto che mantenere in efficenza il primo in caso di malattie o altri problemi, la durata di un rapporto di schiavitù odierno si aggira sui 2-3 anni per il sud est asiatico fino a un minimo di 3 mesi per gli schiavi brasiliani.
- Profitti: a causa dell’alto costo di avviamento e della necessità di conservare la risorsa, unita al fatto che la proprietà legale rende comunque il padrone in qualche misura reponsabile dello schiavo anche quando non è più produttivo fa si che i profitti della schiaivitù classica siano poco vantaggiosi (le stime affermano che uno schiavo negro negli Stati Uniti avesse un ROI del 5% circa su base annua).
Viceversa il basso costo di acquisto e di mantenimento unito a un ricircolo appena la risorsa viene meno in termini di produttività e all’assenza di responsabilità fa si che i nuovi schiavi siano un affare estremamente vantaggioso, il picco è nel sud est asiatico dove una prostituta schiava rende tranquillamente l’800% annuo sull’investimento.
- Differenze etniche: da ultimo analizziamo le motivazioni etniche.
Nella schiavitù classica gli schiavi sono di un etnia/religione/società differente e questo “giustifica” lo schiavista (“questi negri sono stupidi, morirebbero di fame se non ce ne prendessimo cura noi”), la nuova schiavitù cerca schiavi in loco, spesso della stessa lingua/paese degli schiavisti e l’unica motivazione è il profitto che se ne può guadagnare.
Detto questo passiamo a una breve analisi di come si perpetra la schiavitù nelle varie zone del mondo.
Sud – est asiatico.
Il sud est asiatico, e la Thailandia in particolare, è il luogo dove la nuova schiavitù si espleta nella sua forma migliore.
Le motivazioni che portano al prosperare di questa forma di sfruttamento economico sono:
- boom demografico: la cescita vertiginosa della popolazione ha portato intere aree a essere sovrapopolate e quindi ricche di persone molto povere.
- crescita economica: la Thailandia ha sperimentato una crescita del Pil seconda solo alle 4 Tigri il che ha aumentato la ricchezze di una parte della popolazione (aumentando di conseguenza gli squilibri).
- colonizzazione capitalistica: l’arrivo delle multinazionali Giapponesi e delle 4 Tigri ha imposto un nuovo modo di generare ricchezza e ha inondato il paese di beni e di “mode” per cui il consumismo ha spinto i thailandesi a ricercare il profitto come nelle economie occidentali.
- apparato politico debole e corrotto: in Thailandia la corruzione è endemica e accettata, la polizia e la criminalità organizzata sono spesso la stessa cosa.
- cultura estremamente maschilista per gli uomini (per un uomo è normale andare al bordello anche se sposato) e estremamente remissiva per le donne (il buddismo crede che nascere donna sia una colpa per i peccati commessi nelle vite precedenti e spinge all’accettazione di una vita misera).
Queste cause hanno ovviamente peso differente, basterebbe la corruzione dell’apparato statale e la ricchezza dei profitti generati per avere la schiavitù.
La schiavitù in Thailandia è fondamentalmente schiavitù sessuale, la disponibilità di molte ragazze povere sopratutto nelle regioni montagnose del nord alimenta un giro di prostituzione senza pari nel paese.
Mentre l’economia iniziava a crescere sotto gli investimenti dei giapponesi (periodo delle “oche miliardarie”) e delle 4 Tigri (periodo delle “tigri milionarie”) si sviluppava un industria parallela per soddisfare la domanda dei nuovi ricchi.
Giapponesi, taiwanesi, sud coreani e compagnia bella sono molto ricchi per gli standard locali di conseguenza rispondono a un offerta di alto livello, in questo campo non c’è quasi schiavitù ma solo prostituzione.
La schiavitù è rivolta ai thailandesi dai thailandesi, la crescita di ricchezza ha permesso a nuove fasce di popolazione (operai, piccoli impiegati, studenti) di potersi permettere i passatempi delle caste più alte, le schiave sono destinate a questi consumatori, gente che può spendere 5$ per una mezz’ora di sesso.
Le ragazze vengono acquistate nel nord da intermediari che pagano alla famiglia tra i 200$ e i 2000$, alcune ricerche hanno messo in luce il fatto che i 3/4 di queste famiglie non avrebbero necessità di vendere una figlia, lo fanno non per sopravvivere ma per migliorare il loro stile di vita.
In misura molto minore le ragazze vengono semplicemente rapite da bande preposte allo scopo.
Le ragazze vengono quindi violentate e costette a prostituirsi con ritmi da catena di montaggio (15-20 prestazioni al giorno), i soldi che guadagnano vanno a ripagare il “debito” ossia il prezzo d’acquisto.
Va da se che questo debito non scompare mai essendo il padrone l’unico che ne gestisce l’ammontare.
Vivono rinchiuse nei bordelli dai quali non possono uscire e sottomesse con la violenza, in caso di fuga, verrebbero arrestate dalla polizia per vagabondaggio e la polizia si premurerebbe di restituirle al bordello da cui sono scappate (dopo detenzione di diversi giorni, abusi e violenze).
A questi ritmi le ragazze durano poco (2 – 3 anni ma sovente meno), quando sopraggiunge un evento incapacitante (ossia quasi sempre l’Aids che in Thailandia è un’emergenza sanitaria, circa il 45% delle prostitute thailandesi è sieropositiva) la risorsa viene sostituita: la ragazza viene gettata in strada, quasi sempre ritorna al paese d’origine per morire, e ne viene acquistata un’altra.
La situazione in Thailandia sta evolvendo, nel senso che man mano che la ricchezza cresce e cresce la consapevolezza delle ragazze, diventa più difficile procurarle e questo alza i costi, per questo motivo le tratte si stanno spostando verso la Birmania e il Laos come bacini di materia prima.
Brasile.
In Brasile la schiavitù riguarda sopratutto gli uomini.
I campi sono molteplici benchè siano tutti lavori pesanti: miniere, ranch e, sopratutto, la produzione di carbone.
L’industria pesante brasiliana ha una gran fame di carbone, il carbone viene prodotto nella foresta pluviale, gli alberi vengono tagliati e fatti bruciare in quasi totale assenza di ossigeno, trasformando il legno in carbone.
Il lavoro è estremamente pesante e pericoloso in quanto si è sempre a stretto contatto con forni incandescenti.
Benché il Brasile sia una nazione “moderna” intere aree sono praticamente scollegate dalla società.
Qui il potere centrale è lontano e la corruzione alta, inoltre la richiesta di risorse rende vantaggioso l’impiego di schiavi.
Inoltre il Brasile ha avuto una crescita economica estrema a partire dal 1980 e un eccesso di popolazione legato allo spostamento dei poveri verso le grandi città.
Il processo è quasi sempre lo stesso, un intermediario (“gato”) raggiunge una favelas e promette un buon lavoro e un buono stipendio a chi vuole lavorare il carbone.
Caricati gli operai che necessita essi vengono portati nella foresta, spesso lontani decine di miglia da qualunque altro insediamento umano.
Qui ai lavoratori viene detto che devono ripagare il viaggio e sono costretti a lavorare per farlo.
Anche qui ovviamente il debito non sarà mai estinto.
I campi sono a volte presidiati da guardie armate, ma sovente basta la loro posizione per impedire la fuga dei lavoratori.
I lavoratori recalcitranti subiscono violenze di vario genere, non ultimo l’omicidio.
Inoltre, appena arrivati, vengono privati del documento di identità e del libretto di lavoro, il che ne fa dei vagabondi nel caso raggiungessero un insediamento e sarebbero arrestati.
Per dirla con le parole di un attivista “Da quel momento scompaiono come uomini e rinascono come schiavi”.
Sono costretti a lavorare finchè la fornace non esaurisce il combustibile (ossia non ci sono più alberi da tagliare) le fornaci hanno vita breve, spesso 3-6 mesi, quindi vengono spostate, i lavoratori di solito no, vengono abbandonati a migliaia di chilometri dai loro paesi natii, sovente diventano vagabondi e non di rado vengono reclutati per nuove fornaci.
Rispetto alla schiavitù thailandese qui i profitti sono bassi per lo schiavista, paradossalmente se i lavoratori venissero pagati il loro costo inciderebbe per un 1% sulle spese.
Però qui lo schiavista lavora in appalto, la fonderia chiede carbone, l’industria del carbone assume dei capi-fornace pagandoli un tot a carico, questi a loro volta pagano i gatos un tot a consegna, via via che si arriva in fondo alla scala il profitto crolla al punto che i gatos non avrebbero guadagno se non ricorrendo alla schiavitù e quindi al lavoro gratuito.
Come prima puntata finiamo qui, nella prossima analizzaremo la situazione in India e Pakistan, Mauritania nonchè le conclusioni.
Calcola ora quanti schiavi stanno lavorando per te su slaveryfootprint.org


Pubblicato e dritto nel
bravo.
Grazie, bell’articolo
Curiosità @nicholas : le tue fonti? E il tuo impiego? Pensavo che ti occupassi di linguistica visto il precedente aricolo
Pubblico le fonti alla fine della seconda parte
Io di formazione sono ingegnere e economista.
Di linguistica si occupava una mia amica che mi ha fatto nascere la curiosità.
se quella curiosità di è rimasta dacci dentro con “La specie simbolica”, di Terrence Deacon. capolavoro del genere, oltre che pietra miliare di linguistica evolutiva.
Ok, grazie del consiglio!
Ottimo articolo, attendo il seguito
Unico neo:
e qualche accento grave di troppo
La mia professoressa di latino del liceo ci aveva fatto leggere un libro su questo argomento e ricordo che ne ero rimasto parecchio colpito. Si intitolava “I nuovi schiavi” di Kevin Bales. Lo consiglio a tutti, merita veramente.
Quella è una delle fonti
Se non l’hai già fatto potresti aggiungerlo in coda!
aggiunto, gran sito.
Io ho fatto 37
24, ma mi è sembrato un po’ troppo su misura per gli States, o per un approccio strettamente consumistico: sembra non si possa tener conto – ad esempio – dell’orto (la frutta e la verdura di cui mi nutro la producono miei parenti non schiavizzati), piuttosto che della possibilità di scegliere capi d’abbigliamento “FairTrade”…
Grazie per l’articolo, spero che i prossimi siano altrettanto interessanti.
OT
@Itomi ci dai l’iconcina :share: ?
Eccezionale.
articolo molto bello e interessante, puoi mettere altre fonti? Mi piacerebbe approfondire
Approfondire non è difficile.
no, ma google è il mare e il mare porta anche tanta spazzatura. Dato che l’autore sembra aver fatto un lavoro ben strutturato volevo approfittare delle fonti da lui utilizzate, anche perchè se dovessi approfondire da me tutto quello che realmente mi interessa mi servirebbero giorni da 48 ore
Asoolutamente d’accordo con te. Non è con google che si diventa esperti di una data materia.
@Prometeus ha parlato di approfondimento, non di diventare esperti (cosa che richiede anni).
Detto ciò parlare su
di argomenti delicati come questo non sempre riesce, quindi mi fa piacere che abbiate l’intenzione di approfondire.
Rimango fiducioso ed attendo il prossimo articolo.
Scusate, volevo dire @infinitejest (Pemulis).
Oggi le dita scrivono ciò che vogliono.
Non sono le dita, è il flusso di pensiero (para cit.)
È il cervello in pappa.
Posto le fonti alla fine della seconda parte
La principale è comunque il libro di Bales – I nuovi schiavi. La merce umana nell’economia globale, il sito di Antislavery, qualcosa da Wiki e appunti universitari di Economia del Lavoro.
Ottimo, complimenti aspetto la seconda parte adesso
colonizzazione capitalistica: l’arrivo delle multinazionali Giapponesi e delle 4 Tigri ha imposto un nuovo modo di generare ricchezza e ha inondato il paese di beni e di “mode” per cui il consumismo ha spinto i thailandesi a ricercare il profitto come nelle economie occidentali.-
Se tutto quello che racconti riguardo alla Thailandia è vero, allora questa motivazione è superflua. Pare che sia la cultura thailandese stessa ad essere prona all’indifferebza/accettazione della schiavitù.
Anche io ti chiederei di mettere un po’ di fonti: sembri esperto in materia e per un approfondimento google non va bene.
La cultura da una giustificazione, l’assenza di leggi e la corruzione ne determina la possibilità.
In realtà il problema vero della Thailandia e che non vi è una legislazione e un apparato sufficente a interrompere il mercato degli schiavi.
Ottimo articolo
C’è un errore nel link…dopo leggo con calma l’articolo….
@itomi dov’è finito l’emoticon :sniper:
Boss scusa se ho inviato l’itomi segnale senza motivo…non vedevo più l’emoticon sopra il riquadro del commento pensavo fosse stata tolta…. errore mio
ne ho solo tolti un po’ perché erano troppi e ora è meglio indentato il box di risposta, ma gli shortcut non sono cambiati.
Un’altra cosa: l’inciso “il buddismo crede che nascere donna sia una colpa per i peccati commessi nelle vite precedenti e spinge all’accettazione di una vita misera” mi sembra un’affermazione riduttiva.
Qui non tratto di religione, il Buddismo in Thailandia però, tra le altre cose, sottomette molto la figura della donna (come anche l’islam o se vogliamo il cristianesimo), farà anche tante cose buone, ma le religioni più antiche danno un ruolo secondario alle donne e il buddismo non ne è esente.
articolo molto molto interessante! Aspetto la seconda parte. Complimenti!
tu dici
ma questo valore è rapportato all’intera popolazione mondiale di oggi?
Si stima che oggi (in realtà i dati sono di un paio di anni fa) ci siano 30.000.000 di schiavi in tutto il mondo.
Tra l’altro la cifra è in crescita.
Fai conto che, in tutta la tratta degli schiavi furono portati in Sud America (uno dei maggiori punti di utilizzo di negri), circa 8.000.000 di schiavi, su arco temporale di circa 300 anni.
quello che volevo dire io è un’altra cosa. dire che 30.000.000 è il numero più alto di schiavi della storia deve voler significare che 3000000/7 miliardi è maggiore di (numero degli schiavi nel 1800)/(popolazione mondiale nel 1800). il valore 30 milioni è grande in senso assoluto, non in senso relativo
In valore assoluto si
In valore relativo forse no ma considera che qui si tratta di schiavitu pura in un epoca dove é bandita. Tra il 500 e l 800 la schiavitu era legale
Ecco, ora accendo un candelotto di dinamite…
Secondo me dovrebbe essere questa la pena per alcuni reati. Una schiavitu’ “alla romana” (nel senso di antichi romani) per intenderci, dove chi commette determinati reati e’ costretto a lavorare DURAMENTE e gratis a vantaggio della comunita’.
Vedila che ogni lavoratore che lavora a gratis impoverisce i lavoratori di tutto il mondo
Non e’ detto…
E comunque per un’opera pubblica risparmierei tempo e denaro (pubblico) usando gente che in qualche modo ha danneggiato la societa’
In alcune realtà di detenzione, in parte, è quello che avviene: i carcerati sono impegnati in lavori più o meno socialmente utili; questo ha almeno due risvolti positivi: un parziale reintegro dell’esborso rieducativo da parte dello stato e la professionalizzazione di persone che solitamente hanno difficoltà a inserirsi in un ambito lavorativo.
Secondo me è un principio ri-educativo valido!
Sarebbe interessante trattare anche la guerra delle banane.
ottimo.
Bell’articolo, a quando laa seconda parte?
Lavoro permettendo entro questa settimana
Non credevo, sono inorridito, è stata una bella botta in faccia..
Grazie per la consapevolezza!!
Noi occidente abbiamo una grande responsabilità in tutto questo:
Questo è il punto che fa più rivoltare le viscere dal momento che lo si intermpreta così: il raggiungere uno stile di vita conforme con il modello imposto dalla cultura agisce come una necessità al pari dei bisogni primari.
La stessa trappola in cui siamo invischiati nelle società consumistiche, e chi ce l’ha esportato là questo modello?
Me ne vado a dormì pensoso va………….
Ps: grazie dell’articolo
Ma impostati un avatar, dai.
Dai.
Dai (me lo dico da solo)
Secondo me non si tratta di consumismo, si tratta di avidità, qualità che bene o male tutti noi abbiamo e abbiamo sempre avuto, sia oggi nell’epoca dell’informazione che nel Medioevo. Noi non venderemo nostra figlia, ma analogamente magari compriamo una pappa più scadente a nostro figlio per farci lo smartphone faico (un esempio idiota tra mille), ma il problema è il consumismo o siamo noi? Il consumismo di per sé non è il male (anzi, dà tanto lavoro), è l’attitudine il problema.
Be qui ci sarebbe da dibattere a lungo, in diverse culture il ruolo della donna è molto sacrificato e la Thailandia ha una lunga tradizione di vendita delle figlie (che però si faceva, nel passato, per sopravvivere), di conseguneza la società non condanna questo tipo di azione.
Una volta che a un essere umano è stato dato un valore fattuale (nel senso realmente convertibile in moneta e non ipotetico tipo quello dell’EPA) allora diventa un bene economico, scambiabile sul mercato.
In una delle interviste una famiglia affermava che la figlia valeva quanto una tv più un videoregistratore e che sembrava vantaggioso per la famiglia tale scambio.
Si potrebbe disquisire sul perchè certe culture abbiano tali credenze (di solito c’è un sottofondo religioso e alcuni eventi storici e geografici) io purtroppo non sono così esperto da tenere un tale dibattito però
Da economista posso dirti che se dai un valore fattuale a qualcosa esso è un bene e lo puoi scambiare con qualunque altro bene.
Insomma se nel caso fossimo stati noi a portare il virus malefico, c’è da dire che ha trovato un terreno buono per attecchire!
Le radici sono antichissime, in Occidente nei primi filosofi che hanno legittimato tutto quello che è venuto dopo.
Credo che li sia successa una cosa analoga..
Da economista che ne pensi dei temi della decrescita?
Il tema della decrescita è un tema molto complesso che involve diverse discipline, stringendo si può dire questo: non è che dobbiamo scegliere se accettare una decrescita o meno, dobbiamo scegliere come farla.
La decrescita avverrà che lo vogliamo o no, siamo semplicemente troppi per questo pianeta e una crescita infinita ha bisogno di risorse infinite che non abbiamo.
Purtroppo la decrescita è un modello inapplicabile a un sistema economico di stampo liberista, di conseguenza le strade sono 2: o si cambia il sistema economico (ma la vedo molto dura) o si modifica quello attuale in maniera talmente pesante che potrebbe non essere più in grado di funzionare.
Il liberismo non funziona in decrescita, questo è un dato di fatto, ma può funzionare in termini di ripartizione, nel senso che è possibile gestire meno risorse a patto di diluirle meglio.
Come detto è un tema molto complesso e non solo economico…
Già che ammetti che avverrà per forza di cose sei un passo avanti! Molto non lo ammettono e si girano dall’altra parte.
Tutta la mia stima!
Ah, mi è venuto in mente che nel buddismo il reincarnarsi in una donna è sintomo di un karma “sporco”. C’è da capire se questa corrente è attiva in thailandia.
Si, molto attiva, sopratutto nel nord del paese da cui arrivano la maggior parte delle schiave.
Inoltre invita alla rassegnazione, ossia ad accettare le proprie disgrazie in attesa di una reincarnazione migliore.
Aspetta e spera…
Per far risalire tutto all’avidità, questa dovrebbe essere qualcosa che sta nella natura dell’uomo, cioè un istinto o un bisogno biologico.
Le scienze psicologiche procederebbero più o meno così:
-definizione operativa dell’avidità
-ricerca epidemiologica su gruppi multietnici
-ricerca di substrati cerebrali (di solito questa è la prova più consistente)
Infine si specula per far risalire degli effetti comportamentali a questa causa..
Siccome non ne so troppo di queste ricerche di psicologia me ne starò in attesa di un esperto..
Personalmente propendo sempre più per un’interpretazione “culturalista”. Ho letto che nell’antichità si facevano grandi doni nelle tribù, come segno di potenza di uno sull’altro. Infatti chi aveva ricevuto il dono era obbligato a donare a sua volta un equivalente. E se non poteva, era sconfitto!
In altre tribù si distruggevano beni importanti come segno di (diremmo oggi) umiltà.
Inoltre in Giappone la tradizione vuole un disgusto/repulsione per i troppi soldi, non venivano addirittura toccati. Li si prendeva con un fazzoletto, come la m…
Secondo me l’avidità è indotta dalla cultura.
Secondo me invece l’avidità si manifesta in maniera diversa in tutte le culture. E intendo questo concetto nel senso più lato possibile, ovvero l’intenzione umana di soddisfare la propria volontà sempre più. Se la soddisfazione viene dal possedere denaro oppure terreni oppure donne oppure potere non importa, dato che il denominatore comune è sempre lo stesso, la soddisfazione, non importa come. Dico questo come una sorta di apologia del consumismo occidentale; non è sbagliato di per sé, è sbagliato quando (spesso purtroppo) sfocia in attitudini dannose per noi e gli altri
Quindi un derivato della volontà di potenza di Nice?
Che, inteso, non è una potenza da giudicare moralmente, ma una tendenza ad espandersi, crescere, fortificarsi, al di la del bene e del male.
Oppure la soddisfazione del desiderio di possedere quei beni?
Beh intanto bisognerebbe distinguere per capire cosa si intende per avidità.
Ogni uomo è avido ed egoista, ma questa è genetica e non possiamo cambiarlo.
La cultura di da un metro di valore per superare le nostre pulsioni o perlomeno reindirizzarle.
Una volta i Thailandesi vendevano le figlie per il riso, oggi le vendeno per un televisore, da un pdv economico non c’è grande differenza.
La differenza avviene quando io smetto di considerare la figlia un mezzo e la considero un fine.
E qui entra in gioco la cultura, economicamente parlando non è sbagliato vendere una figlia, lo è socialmente parlando, o almeno lo è per noi.
Culturalmente un thailandese non venderebbe mai un figlio maschio ma venderebbe tranquillamente una femmina perchè è accettabile farlo e non perchè sia più conveniente (dal pdv economico) di vendere un maschio.
Noi non venderemmo nessuno dei nostri figli a prescindere ma noi siamo una società che è passata attraverso l’illuminismo e ha sposato i valori liberali.
Parlando da economista a economista, intendo che un individuo preferisce sempre la curva di indifferenza più alta, se poi questa dipenda dal denaro o dal prestigio o altro è un fattore culturale, ma il presupposto è che 2 è meglio di uno, qualsiasi cosa sia alla quale viene dato valore. Questo concetto è trasversale per tutte le culture, e ognuna va studiata secondo i suoi parametri. Conclusione, non è il consumismo occidentale a rendere gli uomini consumisti, sono gli uomini a esserlo già, perlomeno ovunque
Come la metti con le popolazioni che sanno ponderare, dove se in una settimana si consuma 1 pecora, e uccidendone una seconda questa andrebbe sprecata, non la si uccide, non avendo la seconda valore aggiunto come far lavorare macelli, distribuzione, macellai, industrie che producono la carta di imballaggio, coltelli per carne, macchinari per il macello, centrali elettriche e in ultimo industria petrolifera per l’energia pompata in ogni pezzo di catena.
Tutto questo lavoro non esiste perchè non viene uccisa una seconda pecora in eccesso al necessario.
In America non solo viene uccisa la seconda, ma anche terza quarta e quinta. I bambini vengono ingozzati oltre misura, e si spendono miliardi per curare l’obesità.
Se affermi che l’uomo di natura vuole 2 anzichè 1, devi inglobare nella tua affermazione la tendenza e la bontà di diventare obesi.
Secondo me,
un conto è dire l’uomo ha potenzialità consumiste che se vengono fatte fiorire creano una realtà di consumo, un conto è dire l’uomo è consumista e non sarebbe uomo altrimenti.
Stesso discorso per il concetto di violenza e sopraffazione: se si da possibilità e questo avviene, non si può concludere che la totalità della natura umana è ricerca di dominio. Ma solo che una parte in terreno fertile, sviluppa in quella direzione. Senza presupporre che sia la migliore e la più conveniente in assoluto. Come vuole l’ideologia.
Da qui ci si può espandere a mille ambiti.
Spero di non aver creato un discorso troppo dispersivo..
Non affermo che l’uomo è uomo in quanto avido, anche perché sarebbe una sintesi che mi dà i nervi solo a scriverla. Certamente una delle sue caratteristiche è questo “volere”, che può essere avidità ma anche curiosità, che si esprime in tante forme. Quello che è per certo al mondo, è che vogliamo. Che sia sapere o potere, tutti vogliono di più, questo intendo per 2 meglio che 1. La popolazione savia che tu dipingi può essere fattibile (neanche sempre) per piccole comunità, dove il produttore è a contatto stretto col consumatore, ma nel mondo moderno questo è impossibile, semplicemente l’offerta (per ora) supera la domanda. Poi i malesseri che ne derivano (obesità, ingordigia) sono vizi dell’uomo, e certamente bisogna fare attenzione a non disperdere tutte le risorse (una crescita infinita è insostenibile), ma condannare il consumismo in toto per me è sbagliato (come qualsiasi posizione assoluta). Come hai detto tu, l’allevamento intensivo dà un sacco di lavoro, e come questo moltissime altre produzioni; il tenore di vita medio delle persone negli ultimi due secoli si è alzato spaventosamente. Il problema sorge quando, ricollegandoci all’articolo peraltro, questa ricchezza si fonda sulla schiavitù di un altro. Lì qualsiasi motivazione cade e diventa ingiustificabile. Apprezzo l’articolo per aver sottolineato in particolar modo come questo legame di sangue sia tutt’oggi ancora presente.
Ho capito cosa intendi: pensi che in tutte le condizioni possibili la volontà di vita tende a potenziare se stessa, portandosi appresso ogni altra sfaccettatura dell’uomo, dalla quantità di piacere, desiderio, volontà, affermazione ed altro. E sono d’accordo.
Questa esplosione di vita (potenza) trovandosi a contatto con il mezzo adatto (possibilità di benessere tramite consumo) si incanala in un circuito che la accelera ed accresce. E’ un buon matrimonio.
Per questo appare che l’uomo si adatta bene alla società del consumo che permette di potenziarsi.
Il punto che vedo pericoloso è questo: se la volontà di potenza è cieca e tende ad autopotenziarsi, chi darà il limite ultimo?
Se prima il limite era la natura che impediva di espandersi oltre un certo punto, ed ora i mezzi permettono di superare ogni confine, come decidere qual’è il confine?
In sintesi, si potrebbe dire che il consumismo non è sbagliato perchè contro la natura dell’uomo, ma proprio perchè troppo solidale con questa natura.
Ora può sembrare astratto il discorso, ma basta declinarlo per esempio nel cibo.
Aumentare la quantità di benessere (e prima ancora di piacere) dalla disponibilità di cibo, per poi, in assenza di limiti diventare obesi. Di nuovo è la natura che da lo stop dicendo all’uomo che se mangia ancora muore. Oppure la natura che richiama alla esauribilità delle risorse. Rimane il problema di decidere qual’è il confine quando non è la natura che lo annuncia.
Bei commenti, ma senza viso fatico a darvi un volto. Mostratevi, su!
Il pdv di Giulio è molto condivisibile, partendo da basi diverse anch’io condivido la sua idea, Dawkins diceva saggiamente “insegnate ai vostri figli a essere generosi, perchè geneticamente saranno egoisti”.
E’ insito nell’essere umano cercare di “stare meglio” qualunque cosa significhi.
Il problema è che gli economisti hanno modelli ottimi, ma che presuppongono esseri umani che cercano sempre il meglio confrontanto ogni situazione, questo è assurdo e non succede.
Gli esseri umani hanno dati limitati e decidono su quelli e spesso decidono “a caso”.
Ad esempio è vero che non mangio 2 pecore se poi so che la settimana dopo non ne ho più, ma come dice giustamente Pemulius è il caso in cui io ho ha disposizione tutti i dati per fare una scelta conveniente, in tanti altri casi non è così, un esempio tra tutti è l’Isola di Pasqua, una società florida che si è autoestinta per lo sfruttamento massivo delle poche risorse che aveva.
In realtà l’orizzonte degli eventi conosciuto dagli uomini è spaventosamente basso, questo unito alla crescente complessità economica del mondo fa si che molte scelte siano quasi “prese a caso”.
Tua figlia vale una televisione è un videoregistratore, fesso tu, tempo 5 anni e il videoregistratore lo butti, tua figlia può lavorare per anni e farti guadagnare molto di più.
La schiavitù è quasi congenita nel tipo di economia neoliberista, fintanto che la proprietà privata è più importante dei diritti dell’individuo non ci sono molte barriere alla schiavitù se non barriere etiche ma questo ci riporta alla cultura.
@Giulio_MZI il limite si basa (secondo me) su due assiomi:
estendere la propria libertà fino a quando non si invade la libertà altrui
estendere la propria libertà finche non si danneggia se stessi
che poi il problema esce da una finestra ed entra dall’altra in certi casi: se è chiaro che certi comportamenti non sono permessi perchè danneggiano l’altro, altri sono piuttosto ambigui e non c’è un criterio esatto nella scelta di quale libertà (volontà) sia più meritevole di difesa. Stessa cosa per il secondo assioma: fino a dove una persona ha la libertà di (oppure procurarsi l’occasione per) danneggiare se stessa?
Anche se una buona giurisdizione ritengo si basi su questi criteri
Direi che si sono messi sul tavolo abbastanza argomenti intricati da ragionarci una vita intera.
Per il problema della decisione in un sistema complesso, e della responsabilità delle proprie azioni quando non si riesce a scorgere le conseguenze di un atto, consiglio il libro di U.Galimberti Psiche e Techne. L’uomo nell’età della tecnica.
Per il resto, ringrazio per gli spunti, e mi fermo qua, l’assottigliasi della colonnina annuncia che ci si è allargati troppo
Non è che per forza la schiavitù è una cosa negativa. Ad esempio in questo caso va benissimo:
http://tinyurl.com/m6nuus
*debba essere
auto
Star Wars, esiste forse un argomento che non contengano?
Ottimo articolo^^