Trout Mask Replica - Captain Beefheart #LegaNerd
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The black paper between a mirror breaks my heart
The moon frayed thru dark velvet lightly apart
Steal softly thru sunshine
Steal softly thru snow

Trout Mask Replica è il terzo album della “magica band” di Captain Beefheart (al secolo Don Van Vliet), che vide le stampe nel 1969 e fece fiasco totale negli USA. Oltreoceano invece acquisì un fievole successo di vendite, grazie anche alla discreta propensione tutta europea per le avanguardie. Come accade solitamente, le intuizioni migliori si scoprono solo dopo e si realizza, a distanza di decenni, che tutto è stato già scritto, almeno una volta. E Captain Beefheart di cose ne ha scritte un bel po’ prima di chiunque altro.

Prima dell’ascolto


Sentivo da un pezzo il bisogno di ascoltare veramente bene Trout Mask Replica e, siccome ci vuole una certa predisposizione, ho preferito lasciare un post, in parte trascritto dal mio quadernetto degli appunti e in parte metabolizzato a posteriori, come diario delle mie impressioni circa questo album. So che sarà una cosa che si ripeterà di rado. Ho sempre nutrito una sorta di timore reverenziale per Captain Beefheart ed è la cosa che maggiormente mi logora ogni qualvolta penso di ascoltarlo: potrei essere inadeguato, poco allenato, superficiale, stanco, troppo esaltato o magari solo distratto e la cosa vanificherebbe l’opera intera.

Durante l’ascolto


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Dopo l’ascolto

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Trout Mask Replica è come mangiare un muffin con l’uvetta: ti sembra cioccolato, lo assaggi ed è completamente diverso, è buono, ma non te l’aspettavi così. A mio avviso non ha un fil rouge, inutile cercare sensi nascosti. È un album di pancia e lo si capisce anche dalla session di incisione, durata solo 6 ore per l’intero LP che conta comunque un numero considerevole di tracce (28). Peraltro, la prima edizione contava 4 lati per 2 dischi in totale: il primo aveva i lati 1 e 4 e il secondo il 2 e il 3, cosa che stravolge la tracklist così come la conosciamo.

Qualsiasi cosa succede però, c’è sempre la voce acida e roca di Don Van Vliet che squilla forte sugli strumenti, pur non sovrastandoli, indice dell’incisione postuma della traccia vocale. Tuttavia la discordanza voce\musica sussiste per ben poco tempo se si sta attenti: l’attenzione. La chiave di volta per l’ascolto. Se sei distratto, sembra che non passi mai. Se sei attento, c’è una sorpresa ad ogni angolo, mille particolari che scopri in un sol momento e che poi dimentichi. Ti sovvengono di nuovo poco tempo dopo e magicamente ti sembra di riascoltarli. Ti afferri alla piccola sonorità, a quella nota sghemba buttata lì, ti rapisce, ti intriga, ci ragioni, la ritrovi ed è passata già un’ora. Magia.

I brani di sola voce suonano come proclami elettorali e testamenti insieme, conditi da tanta nicotina. Possono sembrare pause di ragionamento, ma le registrazioni mozzicate ti vogliono catturare per forza, quasi a voler accentuare il senso di incompiuto e di curiosità. Anche le esitazioni nella voce sembrano messe apposta lì.

Fiati insolenti e meschini, chitarre duellanti e affilate, basso pachidermico e gonfio, batteria schizofrenica ed eterea. Un mix micidiale ed eterogeneo, non ti lascia tregua e spesso ti sgombra tutti i pensieri dalla testa, annullando le tue circospezioni.

Quando finisce ti senti sollevato e inappagato allo stesso tempo, come quando suona la campana delle montagne russe. Tutto totalmente surreale. T’è rimasto poco, non ricordi tutto con esattezza e sarebbe meglio riascoltarlo. Il trucco della Magic Band è riuscito.

Curiosità:
Matt Groening scrisse che al suo primo ascolto giudicò Trout Mask Replica “la cosa peggiore che avesse mai ascoltato”; ora lo considera come il miglior disco rock di tutti i tempi.

Per saperne di più:
Trout Mask Replica Wiki (en)
Captain Beefheart Wiki (en)

[P&T Sounds] è la rubrica musicale a cura di @taldeital, @pazqo, @chopinhauer e @Xenakis che racconta la musica fuori dal coro che valga la pena ascoltare.

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