Leonarda Cianciulli #LegaNerd

Gettai i pezzi nella pentola, aggiunsi sette chilogrammi di soda caustica, che avevo comprato per fare il sapone, e rimescolai il tutto finché il corpo sezionato si sciolse in una poltiglia scura e vischiosa con la quale riempii alcuni secchi e che vuotai in un vicino pozzo nero. Quanto al sangue del catino, aspettai che si coagulasse, lo feci seccare al forno lo macinai e lo mescolai con farina, zucchero, cioccolato, latte e uova, oltre a un poco di margarina, impastando il tutto. Feci una grande quantità di pasticcini croccanti e li servii alle signore che venivano in visita, ma ne mangiammo anche Giuseppe e io.

Finì nel pentolone, come le altre due […]; la sua carne era grassa e bianca, quando fu disciolta vi aggiunsi un flacone di colonia e, dopo una lunga bollitura, ne vennero fuori delle saponette cremose accettabili. Le diedi in omaggio a vicine e conoscenti. Anche i dolci furono migliori: quella donna era veramente dolce.

Eccoci dunque al secondo appuntamento con la nuova rubrica “Bagno di Sangue”. Questa volta vorrei proporvi la prima serial killer che ho sentito nel programma che va in onda su 105 raccontato da Massimo Picozzi: Leonarda Cianciulli. La storia di questa donna mi ha veramente stupito, sia per la cattiveria e la pazzia della donna, sia per la sfortuna che la poveretta ha incontrato nella sua vita.

Ma direi di lasciar spazio alla storia della donna descritta dall’immensa enciclopedia di internet (wikipedia):

Leonarda Cianciulli in Pansardi (Montella, 14 novembre 1893 – Pozzuoli, 15 ottobre 1970) è stata una criminale e serial killer italiana, meglio nota come La saponificatrice di Correggio.

Biografia
Leonarda nasce a Montella, un piccolo paese dell’Irpinia, da Emilia Marano e da Mariano Cianciulli. La madre non ebbe mai un buon rapporto con la figlia, soprattutto dopo che, morto il primo marito, si risposò ed ebbe altri figli. Sembra che da bambina Leonarda avesse anche sofferto di epilessia. Leonarda trascorre dunque un’infanzia infelice, di cui racconta:

« Cercai due volte di impiccarmi; una volta arrivarono in tempo a salvarmi e l’altra si spezzò la fune. La mamma mi fece capire che le dispiaceva di rivedermi viva. Una volta ingoiai due stecche del suo busto, sempre con l’intenzione di morire e mangiai dei cocci di vetro: non accadde nulla. »

Nel 1914, all’età di 21 anni, sposa Raffaele Pansardi, di Lauria, un impiegato del catasto, in aperto contrasto con i familiari, che avevano individuato per la sposa – fatto consueto all’epoca – un altro candidato. La madre maledisse la figlia, alla vigilia delle nozze, e troncò ogni rapporto con lei: un fatto questo che segnò profondamente la personalità della futura assassina.
La giovane coppia va a vivere a Lauria, in provincia di Potenza, dove resterà per una quindicina di anni abitando al corso Cairoli. Ma nel 1930 il terremoto del Vulture è il pretesto che gli sposi adoperano per trasferirsi a Correggio in provincia di Reggio Emilia, dove vanno a vivere in via Cavour 11A. Infatti già a Lauria la giovane Leonarda Pansardi, che si fa chiamare “Nardina”, subisce alcuni processi, che nonostante il carcere, si risolvono in un nulla di fatto o in piccole condanne. Pare che una delle denunce contro di lei fosse stata sporta addirittura da sua madre.
Una volta trasferitasi in Emilia, la Cianciulli (che ora si fa chiamare “Lea”) si organizza per cercare di risollevare le sorti economiche della famiglia: beneficiando anche dei risarcimenti devoluti alle vittime del sisma, avvia un piccolo ma fiorente commercio di abiti, si presta a fare la sensale di matrimoni e la cartomante. Il marito rifiuta di trovare lavoro e diventa ben presto un alcolizzato violento, al punto che la donna lo caccia di casa; di Pansardi, da questo momento, si perde ogni traccia. Dall’inizio del matrimonio Leonarda ha ben 17 gravidanze che si risolvono in 3 parti prematuri, 10 figli morti in tenera età e 4 sopravvissuti: questi diventano per Leonarda un bene da difendere a qualsiasi prezzo.
Siamo al 1939 scoppia la Seconda guerra mondiale. I due figli maschi più giovani (Bernardo e Biagio Pansardi) frequentano il ginnasio, mentre l’unica figlia femmina, Norma, frequenta ancora l’asilo delle suore. Ma al solo pensiero della sorte del primo figlio amatissimo, Giuseppe, il più grande ed il più amato, ormai studente di lettere all’Università di Milano, che ha l’età giusta per essere chiamato al fronte, Leonarda cade preda dello sconforto e prende una drastica quanto folle decisione: fare sacrifici umani in cambio della vita del figlio.
Così si legge nelle sue memorie:

« Non potevo sopportare la perdita di un altro figlio. Quasi ogni notte sognavo le piccole bare bianche, inghiottite una dopo l’altra dalla terra nera… per questo ho studiato magia, ho letto i libri che parlano di chiromanzia, astronomia, scongiuri, fatture, spiritismo: volevo apprendere tutto sui sortilegi per riuscire a neutralizzarli. »

In realtà, però, la Cianciulli non ucciderà per salvare i figli: quando compie il primo delitto l’Italia non è ancora in guerra. C’è da dire che, mentre a Lauria era stata tacciata di essere una poco di buono, invece a Correggio Leonarda è benvoluta e stimata da tutti, considerata una persona affidabile, una madre esemplare e – siamo negli anni del Ventennio – una fervente fascista. A Correggio frequenta molta gente (cui offre i deliziosi dolci che ama cucinare) e in particolare riceve spesso tre amiche, tutte donne sole e non più giovani, insoddisfatte della ridente Correggio e desiderose di rifarsi una vita altrove: approfittando di questo loro desiderio, Leonarda le attira nella sua trappola.

Gli omicidi
Quelli accertati sono tre, ossia quello della Setti, della Soavi e della Cacioppo.

Faustina Setti
La più anziana delle sue vittime, la prima a finire nel pentolone della Cianciulli, è Faustina Setti. Si tratta di una donna di settant’anni, semianalfabeta ma inguaribilmente romantica, che viene attirata da Leonarda con l’assicurazione di averle trovato un marito a Pola. Leonarda convince la donna a non parlare a nessuno della novità, per evitare invidie e maldicenze; e così il giorno della partenza Faustina si reca a casa dell’amica, per farsi dare le ultime istruzioni e per farsi dettare da Leonarda una lettera da spedire alle amiche appena giunta a Pola, nonché per firmare alla Leonarda una delega per gestire i suoi beni… Ma il viaggio è destinato a non cominciare mai: Leonarda infatti uccide la sua anziana amica a colpi di ascia, poi trascina il corpo in uno stanzino e lo seziona in nove parti, raccogliendo il sangue in un catino. Come ella stessa scriverà nel memoriale redatto in carcere (intitolato “Le confessioni di un’anima amareggiata”):
« Gettai i pezzi nella pentola, aggiunsi sette chilogrammi di soda caustica, che avevo comprato per fare il sapone, e rimescolai il tutto finché il corpo sezionato si sciolse in una poltiglia scura e vischiosa con la quale riempii alcuni secchi e che vuotai in un vicino pozzo nero. Quanto al sangue del catino, aspettai che si coagulasse, lo feci seccare al forno lo macinai e lo mescolai con farina, zucchero, cioccolato, latte e uova, oltre a un poco di margarina, impastando il tutto. Feci una grande quantità di pasticcini croccanti e li servii alle signore che venivano in visita, ma ne mangiammo anche Giuseppe e io. »
Francesca Soavi
La seconda vittima, un’insegnante d’asilo di nome Francesca Soavi, a cui Leonarda aveva promesso un lavoro al collegio femminile di Piacenza, cade nella trappola il 5 settembre 1940: per stornare i sospetti più a lungo possibile, Leonarda la convince a scrivere delle cartoline ai familiari per scusarsi dell’assenza e a spedirle da Correggio per evitare di far conoscere la sua destinazione, almeno fino a quando non sarà sicura di aver ottenuto il posto. Il copione si ripete: dopo averla uccisa, Leonarda ruba i pochi soldi della vittima e, con il permesso che costei le aveva concesso prima di morire, si fa carico di vendere tutte le sue cose e si tiene la somma guadagnata. Il figlio Giuseppe va a Piacenza a spedire le lettere della vittima. Leonarda non può ancora saperlo, ma Francesca non ha mantenuto la promessa di tenere la bocca chiusa sul suo imminente trasferimento: una vicina di casa, infatti, è a conoscenza della destinazione della sua vecchia amica, ma non si fa avanti e la vicenda viene dimenticata.
Virginia Cacioppo
La terza vittima è la cinquantanovenne Virginia Cacioppo (Reggio Emilia, 17 giugno 1881 – Correggio, 30 novembre 1940), un’ex soprano di buon successo (dopo aver studiato canto al Conservatorio di Milano ed esordito nella Carmen di Bizet nel luglio del 1904 al Teatro Valli di Reggio Emilia si costruì un cospicuo curriculum, ricevendo notorietà e recitando in opere di Verdi, Puccini e Mozart per lo più in Italia, in Libano e in Egitto anche al fianco di direttori d’orchestra importanti come Emilio Usiglio). Leonarda attira la sua curiosità offrendole un impiego a Firenze come segretaria di un misterioso impresario teatrale, e contemporaneamente la stuzzica ventilandole l’ipotesi di un possibile futuro ingaggio. Di nuovo, le avanza la preghiera di non dire niente a nessuno ma ancora una volta la promessa viene infranta: Virginia scrive della sua imminente avventura ad una sua cognata di Napoli, Albertina Fanti, comunicandole tutti i dettagli. Quindi la poveretta scompare.
Infatti il 30 novembre 1940 anche la Cacioppo è finita nel pentolone di Leonarda Cianciulli, che, in proposito, scrive più tardi nel suo memoriale:
« Finì nel pentolone, come le altre due (…); ma la sua carne era grassa e bianca: quando
fu disciolta vi aggiunsi un flacone di colonia e, dopo una lunga bollitura, ne vennero fuori delle saponette cremose.

Le diedi in omaggio a vicine e conoscenti. Anche i dolci furono migliori: quella donna era veramente dolce. »

La vicenda giudiziaria
Non ricevendo più da tempo notizie della cognata scomparsa (la più nota delle tre, la Caccioppo, già famoso soprano d’opera) la signora Albertina Fanti si insospettisce e, giunta a Correggio da Napoli, comincia a sollevare un gran polverone, unendosi alle amiche delle altre due donne scomparse: esse denunciano ufficialmente dunque le sparizioni al questore di Reggio Emilia, il commissario Serrao, il quale indagando ben presto giunge a conoscenza di grosse somme di denaro che sono finite, di recente, proprio sul conto di Leonarda Cianciulli, la quale oltretutto vanta già delle denunce per truffa e appropriazione indebita con condanne inflitte in Basilicata a Leonarda e al marito dalla Pretura di Lauria e dal Tribunale di Lagonegro. Quindi, a seguito di una ispezione, vengono rinvenuti nella casa della saponificatrice i gioielli dell’ultima vittima. La Cianciulli-Pansardi viene così arrestata. Ascoltata una sua confessione integrale, nel 1946 a Reggio Emilia si apre il processo, nel quale emerge un interessante punto di dibattito: mentre l’accusa sostiene infatti che la Saponificatrice ha agito per pura avidità nei confronti del denaro delle sue tre vittime, Leonarda si intestardisce a giustificare i suoi omicidi come un tributo di sangue dovuto alla memoria della madre morta, che le sarebbe comparsa in sogno promettendole di prendersi le vite dei suoi figli, se lei non avesse versato sangue fresco ed innocente, in cambio di quello delle sue creature.
La Corte ventila anche l’ipotesi di un coinvolgimento del figlio maggiore, Giuseppe Pansardi, parendo impossibile, anche agli avvocati, che una donna piccola e minuta come lei avesse potuto da sola uccidere, tranciare i cadaveri, sezionarli e saponificare i corpi delle sue vittime in così poco tempo: a questa insinuazione la Cianciulli s’infuria, e in mezzo all’aula grida con forza che il figlio non sa nulla di tutta la vicenda e che la colpa è tutta sua ed è pronta a darne dimostrazione. Il Pansardi infatti viene indagato e finisce anche lui sotto processo. La leggenda narra però che, qualche giorno dopo la sua affermazione, essa sarebbe stata portata in un obitorio (di nascosto) per provare le sue parole e, con l’aiuto di seghe e coltelli, sarebbe riuscita a smembrare un cadavere in solo dodici minuti.
La perizia del professor Filippo Saporito, docente all’università di Roma e direttore del manicomio criminale di Aversa, riesce a convincere la giuria della seminfermità mentale dell’imputata, seguendo le teorie di Cesare Lombroso, allora molto in voga. La Cianciulli viene quindi ritenuta colpevole dei tre omicidi, delle rapine ad essi seguite e del vilipendio dei cadaveri, e perciò condannata a trent’anni di reclusione e al ricovero per almeno tre anni in un manicomio criminale. Di questi anni, Leonarda ne sconta solo ventiquattro: il 15 ottobre 1970 muore infatti nel manicomio di Pozzuoli, all’età di 77 anni, per apoplessia cerebrale. Si racconta in proposito che la donna avesse predetto il giorno della propria morte. Durante la detenzione si dedicò alla scrittura di un poderoso memoriale, intitolato “Le confessioni di un’anima amareggiata”, sulla cui autenticità sono stati sollevati numerosi dubbi. Molti sostengono infatti sia in realtà opera degli avvocati, che puntavano a alleggerire la posizione della Cianciulli (la quale era tra l’altro semianalfabeta, quindi difficilmente in grado di scrivere un memoriale di oltre settecento pagine). Una suora del carcere la ricorda in questo modo:
« Malgrado gli scarsi mezzi di cui disponevamo preparava dolci gustosissimi, che però nessuna detenuta mai si azzardava a mangiare. Credevano che contenessero qualche sostanza magica. »
Il martello, il seghetto, il coltello da cucina, le scuri, la mannaia e il treppiede, cioè gli strumenti di morte usati dalla Pansardi per compiere i tre omicidi, sono conservati dal 1949 a Roma nel Museo Criminologico.

Gli attrezzi del mestiere:

[BdS] – Bagno di Sangue è la rubrica di Lega Nerd che racconta i delitti più efferati, assurdi, curiosi e famosi della storia

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